"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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La spesa sociale dell’Italia è in linea con l’Europa

Nel dibattito in corso sulla manovra finanziaria necessaria per rimettere a posto i conti pubblici, il Governo, direttamente o indirettamente, sta accreditando l’idea che la spesa sociale dell’Italia sia troppo alta, quindi bisogna tagliare. In un altro articolo sulla salute abbiamo già dimostrato che le cose non stanno così, fatto salvo ovviamente l’eliminazione degli sprechi, e la stessa cosa si può dire per la spesa sociale in generale.

Secondo Key Figure 2011 di Eurostat, l’ufficio statistico dell’Europa, l’Italia spende per la protezione sociale (comprende: pensioni, sanità, trattamenti di disoccupazione, disabilità, famiglia e minori, esclusione sociale e casa), i dati si riferiscono al 2007 e sono calcolati a parità di potere d’acquisto (considerando cioè quello che si può effettivamente comprare), 6.773 euro per abitante l’anno, che rappresenta il 26,7% del Pil (era il 24,7% nell’anno 2000). Per la stessa voce i 15 Paesi europei dell’euro investono 7.312 euro, pari al 27% del Pil (che diventa il 26,2% nell’Europa a 27 Paesi).  Nell’insieme la spesa per la protezione sociale italiana NON è quindi fuori dai parametri europei.

E’ vero invece che la fetta di questo importo che l’Italia spende per pagare le pensioni è maggiore di tutti gli altri. Infatti, alle pensioni va, nel nostro Paese, il 14,6% del Pil, quando la media nei Paesi dell’euro è del  12,3% e nell’intera Unione Europea (UE) dell’11,8%.  I Paesi più vicini, spendendo comunque meno,  all’Italia per spesa pensionistica sono l’Austria (13,8% del Pil) e la Francia (13,3%).

Trovare dei meccanismi, a partire dall’eliminazione di tutti i privilegi, per contenere la spesa pensionistica può quindi essere una necessità,  anche per liberare risorse da destinare ad altre spese sociali. Ma non è pensabile chiedere di rinviare di qualche anno l’ottenimento della pensione quando è il lavoro a mancare, perché il Paese non cresce e non crea nuove opportunità, né per i giovani, né per i più maturi. E la manovra in discussione, come rilevato dalla stessa Confindustria, non prevede nessuna iniziativa per riattivare l’economia, ferma da più di un decennio.

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