"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

luglio: 2018
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La salute non può attendere

La sanità, da cui dipende la salute di tanti cittadini, è stato uno dei temi pesanti della passata tornata elettorale.   Per evitare che se ne discuta in modo approssimativo  e con informazioni  poco attendibili proviamo a fare il punto della situazione in Italia e in Emilia Romagna.

Cominciamo con le buone notizie.  Secondo  il report State of the Health  in the EU (Stato della salute nell’UE)  della Commissione Europea,  che traccia il profilo della sanità italiana al 2015, dal 2000 a quest’ultimo  anno la speranza media di vita alla nascita, in Italia, è migliorata di 2,8 anni, ed oggi si attesta su 82,7 anni, a fronte di 80,6 anni dell’Europa.  Dopo la Spagna, quello dell’Italia è il secondo valore più alto d’Europa.  Malattie cardiovascolari e tumori  sono la causa di due decessi su tre, mentre aumentano quelli dovuti alla demenza.  Fumo e obesità tra i maggiori fattori di rischio.

Un risultato, l’allungamento della speranza di vita, ottenuto con una spesa sanitaria pro-capite di 2.502 euro, inferiore del 10 per cento  della media UE  di 2.797 euro.  In rapporto al Pil l’Italia spende in sanità il  9,1 per cento, sotto la media UE del 9,9 per cento.  Questi numeri indicano il quanto ma non il come si spende.  Un’area in cui le possibilità di razionalizzare e migliorare non mancano, come a sua volta aveva sottolineato il rapporto Cottarelli  sulla revisione della spesa.

Dopo la crisi economica del 2008,  la spesa sanitaria per abitante è rimasta grosso modo invariata, ed ha iniziato a crescere di nuovo dal 2014.  Spesa sanitaria finanziata per il  76 per cento con fondi pubblici e per il restante 24 per cento dai pazienti stessi, soprattutto per l’acquisto di farmaci e cure odontoiatriche.  Una percentuale piuttosto  elevata se paragonata al 15 per cento della media UE. Distanza che forse spiega la ragione per cui l’Italia è tra i paesi europei  con i maggiori fabbisogni sanitari insoddisfatti, in particolare tra le persone di basso reddito.

Anche i posti letto ospedalieri per mille abitanti sono in Italia più bassi d’Europa: 3,2   contro 5,1.  Con significative disparità regionali: a sud ce ne sono meno che a nord.    Dotazione di posti letto dove l’Emilia Romagna arriva seconda, in Italia, dietro solo alla provincia di Bolzano.

Contraddicendo la vulgata che vuole una carenza di medici, in verità l’Italia ne ha più degli altri (3,8 per mille abitanti contro 3,6 dell’Europa), sono invece pochi gli infermieri  (6,1 per mille residenti a fronte di 8,4 come media Ue). Con il  risultato di un rapporto infermiere per medico tra i più bassi d’Europa.

Per ultimo un aggiornamento sui vaccini e sulle conseguenze: scrive il report citato “ Per effetto della riduzione delle vaccinazioni, nel 2016-2017 si è verificata una preoccupante epidemia di morbillo, con un totale di 865 casi nel 2016 e 2.851 casi fino a giugno 2017. Dei casi segnalati nel 2017, l’89 per cento dei soggetti (principalmente bambini) non era stato vaccinato”.

La sanità in Romagna

La Regione Emilia Romagna, da cui dipende il sistema sanitario regionale, nel 2015 (ultimo dato disponibile) ha speso per la sanità  9,2 miliardi di euro, di cui il 40 per cento per l’assistenza ospedaliera.  Spesa sanitaria che rappresenta circa i due terzi del bilancio regionale complessivo.

L’azienda USL  della Romagna, nata dalla fusione di  Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini, divenuta la  più grande della regione, serve un bacino di 1,1 milioni di abitanti,  di cui circa un quarto con più di 65 anni,  conta con 3.115 posti letto pubblici,  che fanno 2,7 ogni mille residenti (cui vanno aggiunti i posti letto delle cliniche private accreditate), superiore alla media regionale di 1,9 posti letto,  ma non a quella europea, anche aggiungendo quelli privati.

La stessa AUSL Romagna conta poi con 14,6 mila dipendenti,  783 medici di medicina generale  e 151 pediatri di  libera scelta.

Un sistema sanitario regionale che complessivamente fornisce buoni servizi, come confermano anche  le basse percentuali di dimissioni ospedaliere di residenti in altre regioni (la cosiddetta emigrazione sanitaria  per mancanza di offerta in loco) comprese  tra il 3,14  di Ravenna e il 4,8 per cento di Rimini  (Istat 2016).

Ma forse il tasto più sensibile sono i tempi di attesa per le visite specialistiche, di cui spesso si ascoltano le lamentele.

Sul merito la Regione Emilia-Romagna ha attivato un portale per la rilevazione dei tempi di attesa di 50 prestazioni, in cui sono registrati, per ciascuna AUSL, la percentuale delle prenotazioni  effettuate nel rispetto degli standard regionali, ovvero 30 giorni per le visite e 60 giorni per la diagnostica.

Nel periodo ottobre-dicembre 2017, nell’AUSL di Rimini le prestazione che hanno risposto con maggiore ritardo, dove i tempi di attesa sono stati cioè più lunghi del previsto, sono stati:  risonanza magnetica celebrale, all’addome e muscoloscheletrica, visita ginecologica e gastroenterologia.

In sostanza si segnalano ritardi sui tempi stabiliti in sei prestazioni specialiste su cinquanta monitorate.

Purtroppo, nei primi mesi del 2018, la situazione, sempre all’AUSL di Rimini,  non sembra migliorata. Anzi ci sono segnali di peggioramento (monitoraggio tempi di attesa al 12/2/2018). Maggiori dettagli si possono avere andando sul sito: www.tdaer.it.

 

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