"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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La Rimini più violenta scoppia con “vulcano”


di Angela De Rubeis

Vulcano è sicuramente una delle operazioni antimafia più importanti che ha interessato la provincia di Rimini negli ultimi dieci anni, non solo per i risultati che ha portato a livello investigativo, ma anche per la potenza con la quale si è imposta agli occhi dell’opinione pubblica. Lo scorso 23 febbraio, in una Rimini tranquilla e serena si scopre l’esistenza di un sottobosco criminale che invece che avere a che fare con altri criminali della stessa risma, entra in contatto con onesti cittadini e lavoratori. Il pensiero del “poteva capitare a me” si insinua, la violenza delle immagini evocate dalle vittime si fissa e anche a Rimini comincia a muovere i primi passi verso un’azione antimafia.
L’operazione è stata condotta dalla Dda (Direzione distrettuale antimafia di Bologna) e dei carabinieri del Ros, portando all’arresto di 10 persone accusate del reato di “estorsione e metodi mafiosi”. Venticinque gli indagati tra i quali un rispettabile commercialista riminese. Gli aguzzini coinvolti appartengono a tre gruppi criminali di stanza in Campania: Casalesi, Vallefuoco e Mariniello. A monte una storia da film, con i clan camorristici che dopo aver litigato, e minacciato di alzare il tiro, hanno trovato in Rimini un terreno d’accordo. Il territorio si doveva dividere o, per meglio dire, i proventi delle estorsioni che arrivavano dalle aziende nostrane dovevano essere suddivise tra le tre famiglie. È così è stato sino a “Vulcano”. Si è parlato anche di un summit in un ristorante sulla statale Adriatica e in un bar di Rivazzurra.
Non si può dire a quanto ammonti il capitale circolante in estorsioni ma certo è che non deve essersi trattato di monetine se “l’affare Romagna” è stato capace di sedare una lotta tra clan e pesare sul
piatto della bilancia di una pace criminale.

Ad ogni modo sotto il tacco dei malavitosi ci sono finiti in tanti. Si è parlato di almeno una quarantina di vittime: da un imprenditore edile che lavora a San Marino alla proprietaria di un negozio di abbigliamento a Rimini sino alla titolare di una boutique di Riccione. In particolare quest’ultima e il primo, due coniugi, hanno vissuto un vero e proprio incubo, costretti a firmare una polizza sulla vita a garanzia di un prestito. Polizza che valeva anche nel caso di “morte violenta” dei due e della quale beneficiavano i camorristi. Qualora non avessero ceduto casa o azienda potevano dirsi con le spalle coperte.
Usura, ma anche pizzo. Recupero crediti che, prima dell’accordo tra clan, coinvolgeva anche organizzazioni rivali che si presentavano allo stesso campanello. Minacce e aziende cedute.
In alcuni casi sono volate parole grosse con i criminali che hanno intimidito con un “Mi prendo tua moglie con tutto il magazzino e quella macchina e me li porto giù a Napoli”.
Minacce le ha ricevute anche un imprenditore del settore dell’abbigliamento riminese, vittima di estorsione per un prestito non pagato. I tassi erano improponibili: si è parlato di un più 20% al
mese. In quell’occasione vennero arrestati Francesco Vallefuoco detto Franco, 43 anni a capo dell’omonimo clan, di Brusciano, nel napoletano, e residente a Miramare (qui aveva un’agenzia di recupero crediti). Bruno Platone, 44 anni, nato e residente a Cattolica ma con la testa e gli affari nel napoletano. Legato al clan dei Mariniello, famiglia di spicco ad Acerra, a San Marino aveva una concessionaria di auto di lusso. Sempre ad Acerra faceva capo Luigi Luciano, 38 anni, residente a Rimini e titolare di un’azienda edile. Gli altri arrestati sono: Gennaro Esposito, Giovanni Formicola, Ernesto Luciano, Pasquale Maisto, Giuseppe Mariniello, Sergio Romano, Massimo Venosa. Davvero un bel clan. Rimini si è svegliata.

 

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