"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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La manovra di Tremonti: senza sviluppo, continuando a regalare ai ricchi

Il rigorismo del Ministro dell’Economia Tremonti, che si trincera dietro le richieste dell’Unione Europea e le pressioni del mercato, è quantomeno a senso unico. Vanno cioè sempre nella direzione di prendere dalle tasche dei redditi medio-bassi (lavoratori, precari, piccoli imprenditori, lavoratori autonomi, ecc.) per  rimpinguare ulteriormente il portafoglio di chi porta a casa redditi ben più elevati.

Ha calcolato, infatti, il Nens (Nuova Economia, Nuova Società), il Centro studi di Vincenzo Visco, che riducendo le aliquote Irpef a tre,  chi guadagna 9 mila euro l’anno risparmia 270 euro, chi ne guadagna 15 mila ne salva 450,  il grosso dei lavoratori dipendenti, che stanno tra 15 e 28 mila non risparmiano nulla, mentre chi sta sopra i 75 mila ne risparmia 2.420 (chi arriva a 100 mila risparmia addirittura 3.170 euro). Per i più poveri, che guadagnano poco o niente, rischia di andare anche peggio, perché non otterranno nessuno sconto sul reddito, ma in compenso dovranno pagare l’aumento dell’Iva. Non è una novità, perché il Ministro Tremonti, e con lui il Governo Berlusconi, ha sempre operato così.

Cominciò  con accollarsi, a vantaggio di una cordata di imprenditori,  i debiti accumulati dalla vecchia Alitalia, che sono costati al contribuente 1,2 miliardi di euro (oggi saliti a 4 miliardi),  in aggiunta ai 3 miliardi di euro già versati in precedenza nelle casse della compagnia.

Poi fu la volta, nel maggio del 2008,  dell’abolizione per tutti dell’ICI (dopo che, per i redditi più bassi,  il Governo Prodi aveva già provveduto a toglierla sulla prima casa), esclusi  ville e castelli, con un mancato introito per le casse pubbliche, soprattutto dei comuni, calcolato in 2,5 miliardi di euro l’anno.

In una dichiarazione da Bruxelles, rilasciata al TG 1 del 14 maggio 2008,  il Ministro rassicurava i comuni che l’eliminazione dell’ICI sarebbe stata a costo zero: “saranno assolutamente coperti, non c’è impatto di bilancio..”.  Sta di fatto, invece,  che le compensazioni promesse dal Governo ai Comuni non sono arrivate, almeno non per intero, e questi si sono visti costretti a ridurre i servizi oppure ad  aumentare le imposte e le tariffe comunali.  Col risultato che chi non aveva nemmeno la prima casa, quindi dall’abolizione dell’ICI non ricavava niente, si è pure visto accollare bollette più salate.

Ma l’opera più meritoria, in favore dei soliti evasori e forse anche di qualcuno con carichi  penali  un po’ più pesanti, si compie con lo scudo fiscale, dell’autunno 2009,  dopo aver assicurato, sempre il Ministro, e solo un mese prima, che mai avrebbe fatto ricorso ad un nuovo condono (la prima dichiarazione di Tremonti contro i condoni “che si fanno in Sudamerica dopo un golpe” risale al 2001).

L’obiettivo dello scudo fiscale è quello di far rientrare i capitali illecitamente esportati, permettendo all’erario di incassare almeno una parte del dovuto e, si diceva, nella speranza che, una volta rientrati, potessero essere investiti (cosa che non è avvenuta, come da molti previsto). Anche perché nel caso italiano questi denari, una volta dichiarati, pure in forma anonima, potevano continuare a rimanere tranquillamente all’estero, al pari di immobili, multiproprietà, opere d’arte, gioielli e yacht (Esempio: dei 63 miliardi emersi dalla Svizzera solo 27 sono fisicamente rimpatriati).
Regolarizzazione, quella concessa dal condono, che gli interessati hanno potuto ottenere pagando solo un’aliquota del 5%, che è niente rispetto ai tanti che hanno pagato regolarmente le tasse, contribuendo, tra l’altro, al funzionamento di servizi pubblici essenziali per tutti (scuola, sanità, polizia, giustizia, ecc.).

Per la stessa manovra, cioè consentire il rientro di capitali illegalmente esportati, in paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, il costo della regolarizzazione, tra tasse non pagate e multe, poteva arrivare anche all’80%  delle cifre in gioco. Una bella differenza. E anche un diverso messaggio: in Italia un premio ai furbi e (probabilmente) all’economia malavitosa, negli altri Paesi una severa ammonizione a non riprovarci (negli USA c’è anche in carcere).

In ogni caso sono rientrati, o sono stati regolarizzati, circa 104 miliardi di euro, consentendo allo Stato di incassare 5,6 miliardi (il 5%), che sarebbero stati molto di più se ci fossimo attenuti a criteri inglesi o americani.

Tra i 180mila evasori beneficiari, ma non è strano,  c’è anche l’indagato Bisignani, di cui narrano in questi giorni le cronache, che ha fatto rientrare dall’estero 5 miliardi di euro, pagando solo 121 milioni di tasse (il 2,5%).

Particolare interessante, tra le banche nazionali, la più attiva ad offrire servizi per il rientro dei capitali dall’estero, acquistando intere pagine di pubblicità sui giornali, c’è Mediolanum, per un terzo di proprietà del capo del Governo Berlusconi.

Ma lo scudo è servito solo in parte tanto è vero che la Banca d’Italia (Occasional Papers luglio 2011) calcola in 120-194 miliardi di euro a fine 2008 (tra il 7,9 e il 12,4 del Pil)  i titoli posseduti all’estero  e non dichiarati dagli italiani, da cui andrebbero sottratti i 60 miliardi di titoli emersi con lo scudo fiscale.

Conclusioni

Sommando il regalo Alitalia (1,2 miliardi), con  il regalo dell’ICI (2,5 miliardi),  più quello del condono (applicando una aliquota del 30%, comunque generosa, si poteva incassare 30 miliardi di euro), si arriva ad un totale di circa 34 miliardi di euro, in pratica una bella fetta della manovra finanziaria che si sta reclamando. Con una differenza: senza regalie, a pagare, come è giusto, sarebbero stati gli italiani più abbienti, con la manovra di Tremonti saranno i più bisognosi.  Un bel contributo alla crescita delle disuguaglianze.

Senza dire che dalla manovra non si vede niente che possa aiutare la crescita, uno dei mali endemici dell’Italia, la cui economia è stata governata dalla stesso Ministro per un lungo periodo.  Ma senza crescita sarà praticamente impossibile pagare anche i debiti.

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