"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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La Grande distribuzione avanza, ma i piccoli resistono

Nel dicembre 2005, quasi in contemporanea, venivano inaugurati i due maggiori Centri commerciali della provincia di Rimini: Le Befane (210 mila mq di superficie totale, con 130 negozi, un ipermercato Conad-Le Clerc di 16.500 mq, 12 sale cinematografiche ed un parcheggio per 3.500 auto) e l’Ipercoop “I Malatesta” (200 mila mq, spazio per 40 negozi e 2.500 posti auto). Clienti attesi: nel primo Centro commerciale  5 milioni l’anno, nel secondo 2,5 milioni. Nuovi posti di lavoro previsti: mille alle Befane, 250 circa ai “Malatesta”.  Costo dell’investimento: 200 milioni di euro, il più grande, 60 milioni di euro il più piccolo.

A realizzare il Centro Le Befane è stata la Coopsette di Reggio Emilia, la stessa incaricata di mettere mano alla colonia Novarese, i cui lavori sono tuttora fermi, suscitando non poche polemiche quando si venne a sapere che aveva comprato i 30 mila mq di terreno necessari per il Centro a 180 euro al metro, rivendendo subito dopo il tutto per oltre 200 milioni di euro, con un margine di tutto rispetto, al Credit Suisse Asset Management, per conto del fondo di investimenti CS Euroreal di Francoforte. Operazione che la Coopsette aveva già fatto con un centro commerciale di San Giuliano Milanese.     

Non sappiamo se per merito di questa operazione, o anche di altre, ma nel 2005 Coopsette vinse perfino il premio istituito da Milano Finanza come miglior impresa creatrice di valore. Peccato che il valore prese allora altre direzioni, mentre oggi la Coopsette non trova le risorse per portare a termine il tanto promesso Polo del benessere di Miramare.

A parte la filosofia di questi centri che obbliga, per fare la spesa,  in assenza di un sevizio di trasporto pubblico efficiente, ad avere la macchina, escludendo quindi tutti quelli, a cominciare da tanti anziani, che non ce l’hanno, la prima preoccupazione del settore commercio fu per le ricadute che avrebbe potuto avere sulla rete commerciale tradizionale.  A cinque anni dall’inaugurazione, scontato un certo assestamento, si possono valutare gli effetti oramai definitivi.

Con sorpresa si può così scoprire che negli ultimi cinque anni, in provincia di Rimini, la Grande Distribuzione Organizzata (GDO) non si è fermata ma ha continuato ad avanzare, nel numero di esercizi, passati da 79 a 86, ma soprattutto nella superficie di vendita, da 86 a 110 mila mq circa, con una crescita del 27 per cento. Anche l’occupazione ne ha beneficiato, aumentando gli addetti totali, in prevalenza donne, da 2.300 a 2.800 circa, con un incremento del 20 per cento. In piena crisi economica ed occupazionale un segnale incoraggiante.

In rapporto alla popolazione questa provincia conta oggi con 2,6 esercizi della GDO ogni dieci mila abitanti, contro i 3,1 della media regionale. 

Il grosso della GDO è concentrata nel comune di Rimini dove ci sono, nel 2010,  il 44 per cento degli esercizi e il 60 per cento della superficie commerciale.

Le prime cinque sigle commerciali maggiormente rappresentative in provincia di Rimini, che coprono i quattro quinti del mercato, sono, in ordine di importanza: Conad, Coop Italia, Sisa, Despar e Sigma. Conad e Coop Italia sono anche le prime in Regione.

La vecchia rete commerciale, dei centri storici e dei tanti negozi di prossimità nei quartieri, ha subito qualche scossone ma tutto sommato il settore ha tenuto, anche se magari sono cambiati i protagonisti. Infatti, se alla fine del 2005 (quando aprivano gli Iper) nell’intera provincia di Rimini c’erano 8.981 imprese commerciali, a fine 2010 queste erano salite a 9.271. Un saldo positivo che nasconde solo un leggero calo della rappresentanza del settore commerciale sul totale delle imprese attive in provincia, che scende, nel periodo esaminato, dal 27  al 26 per cento, rimanendo comunque più di un quarto del totale.

Ed anche sul fronte della ragione sociale c’è qualche novità, con le società di capitale che dal 9,5 per cento sono diventate l’11,5 per cento, testimoniando una maggiore maturità imprenditoriale (per un confronto, nel ramo manifatturiere le società di capitale sono il 23 per cento).

 

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