"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2018
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La fine ingloriosa delle fondazioni e banche del territorio

Quante volte abbiamo sentito dire che la gestione di una banca o di qualsiasi altro ente o istituzione è migliore, o quanto meno preferibile,  se vicina ai territori, perché così è i cittadini possono controllare meglio. Purtroppo l’esperienza dimostra che non è così, a almeno non lo è sempre. Perché non è la distanza dall’ipotetico cittadino (che, diciamolo francamente, non ha nessun strumento per entrare nel merito)  che conta, ma la qualità della dirigenza, i conflitti d’interesse irrisolti, le influenze politiche, la priorità nelle scelte (esempio: se una banca sceglie di finanziare l’immobiliare, ma non un artigiano o una startup non è un caso).

La fine ingloriosa di Carim Rimini e Carispcesena, casi non isolati in Italia, vendute alla francese  Credit Agricole, che più lontano dal territorio non ci può essere, sta li a dimostrarlo.

Ma non finisce qui, perché con le banche ci rimettono anche le locali fondazioni bancarie, che erano le principali azioniste e  da cui prendevano le risorse (il rendimento delle azioni) da investire sul territorio.  Conseguenza:  il crollo delle Casse di risparmio ha affossato anche le fondazioni, o almeno quelle più esposte.

Facciamo un breve riepilogo della storia. Le Fondazioni bancarie, sono nate nel 1990 (legge Amato) con lo scopo di separare proprietà e gestione delle Casse di risparmio, perché si diceva, all’epoca, troppo influenzate dalla politica.  Così le fondazioni medesime sono diventate le principali azioniste delle casse di risparmio.  Ma avrebbero dovuto vendere le loro quote sul mercato, cioè privatizzare.  Qualcuna lo fa, la Cassa di Risparmio di Forlì e in parte quella di Ravenna, mentre a Rimini e Cesena vince la retorica del nessuno tocchi la “banca del territorio”.  Perché una banca è anche uno strumento di potere e chi siede nei consigli di amministrazione, un po’ tutti, non ha nessuna voglia di lasciare.

Scelta che ha avuto come conseguenza la chiusura a qualsiasi apporto di capitale esterno.  Poi, come è andata a finire lo sappiamo: Carim e Carispcesena vendute, le altre no.

La prima conseguenza di questa singolare gestione “territoriale” è stata che, dal 2001 al 2016, il patrimonio della Fondazione Carim è crollato da 288 a 56 milioni di euro, quello della omonima di Ravenna è sceso da 280 a 188 milioni di euro, mentre quello della Fondazione della Cassa di Risparmio di Forlì è invece salito da 240 e 492 milioni di euro.

Ma è ancora più interessante scoprire le conseguenze che le presunte gestioni “territoriali” hanno avuto sulle risorse da destinare, da parte delle Fondazioni,  ai rispettivi territori  per  l’arte, la formazione, il volontariato, la salute, lo sviluppo locale, l’assistenza sociale, ecc..

Dal Duemila ad oggi  le risorse che la Fondazione Carim  ha investito sul territorio si sono più che dimezzate, da 2,5 a 1,1 milioni di euro,  quelle  della Fondazione di Ravenna sono quasi  raddoppiate, così pure quelle di Forlì, che già alte in partenza (5 milioni di euro)  sono arrivate a lambire i 12 milioni di euro.

Quale territorio abbia tratto maggiori vantaggi dalla gestione delle rispettive banche e fondazioni è nei numeri: solo nel 2016 la provincia di Forlì ha avuto a disposizione, dalla rispettiva Fondazione,  risorse dodici volte superiori a quella di Rimini. Così gli errori di pochi saranno pagati, questa volta si, da tutti.   In un momento in cui sarebbe stato utile l’esatto contrario.  Questo accade quando si brandisce la retorica solo per difendere  privilegi e posizioni di potere, a danno degli interessi della maggioranza.

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