"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2018
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La crisi frena la ricchezza

Nel 2009 ogni residente della provincia di Rimini poteva contare su una ricchezza pro capite prodotta (calcolata cioè dividendo l’intera torta per il numero degli abitanti)  di poco superiore a 31 mila euro, un quinto abbondante sopra la media nazionale, e nono valore in assoluto più  alto tra le 107 province italiane,  guidate da Milano con un Pil (la ricchezza prodotta in un anno) per abitante di 36 mila euro.  In Emilia Romagna solo Bologna e Modena fanno meglio di Rimini.

Rispetto al 1995, da quando cioè  è stata istituita la provincia,  Rimini ha guadagnato, nella graduatoria nazionale del Pil provinciale,  ben 32 posizioni. Lo stesso salto in avanti l’ha compiuto  Trieste, ma nessuno altro ha fatto meglio. Un co-primato frutto di una crescita annuale del Pil locale che,  a parte la fine degli anni novanta del secolo scorso, è risultato costantemente al di sopra della media regionale e non eguagliato da nessuna altra provincia dell’Emilia Romagna.

E’ vero che tutti questi conti sono fatti a prezzi correnti, non considerando cioè l’inflazione, che a Rimini è sempre un po’ più alta, ma pur scontando questo “difetto” la situazione non dovrebbe cambiare molto.

 Però la crisi, scoppiata in tutto il mondo nel settembre del 2008, non ha risparmiato questo territorio. Nel 2009 la ricchezza prodotta nell’intera provincia è stata quasi la stessa dell’anno prima (c’è stata una variazione minima dello 0,5%), ma  è andata meglio dell’Emilia Romagna, dove al contrario si è prodotto un calo del 3,8%. Per entrambi, Rimini e Regione, una discesa che non si registrava da un quindicennio, ma che, come evidenzia il grafico, era già iniziata a metà del duemila. La crisi le ha solo impresso un’accelerazione. Questo vuol dire che c’è, nella capacità dei territori di produrre ricchezza, qualcosa che va oltre, e precede, l’impatto della crisi stessa.  

Nuovi paesi si affacciano sul mercato, in alcuni aspetti magari (leggasi costo del lavoro)  sono anche più competitivi, in particolare nella produzioni più tradizionali e dove sono più basse (nel senso che è più facile) le barriere d’ingresso (classico il tessile ordinario: basta affittare un capannone, comprare le macchine e far lavorare delle persone, anche inesperte), e questo impone di ridisegnare la geografia dei vantaggi competitivi, per spostarsi su produzioni, magari di nicchia, tecnologicamente più avanzate e innovative, dove è più difficile arrivare.  Sfruttando in tal modo le professionalità migliori.     

Pil di Rimini in crisi

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