Dove la corruzione diffusa è più difficile essere lealmente competitivi. E soprattutto attrarre investimenti dall’estero, tanto meno in un momento di difficoltà come il presente. Se tutto questo è vero, la graduatoria di Trasparency International che ordina i paesi in base alla percezione (che gli altri hanno) della corruzione, non è molto lusinghiera per l’Italia, che si trova relegata al 63mo posto (la recia al 71mo) su un totale di 180 paesi, dietro a molti nuovi entrati nell’Unione Europea, come Polonia ed Estonia. La Germania è al 14mo posto e la Francia al 24mo.
Il World Economic Forum (WEF), in fatto di corruzione, fa scendere l’Italia all’84° posto, tra Burkina Faso e Ghana, e con lo stesso punteggio della Grecia. Correggere questa percezione è urgente, per il bene di tutti, a cominciare dai più deboli.
Ma non sembra questa la strada intrapresa se è vero, secondo quanto scrive la Corte dei Conti, che nel 2009 le denunce per corruzione sono state il 229% in più rispetto al 2008, con un costo per la collettività stimato in 50-60 miliardi di euro l’anno (quasi mille euro a testa).
La corruzione incide anche, scrive poi il 2010 ENVIRONMENTAL PERFORMANCE INDEX (Indice 2010 di sostenibilità ambientale), edito sempre dal World Economic Forum, sull’ambiente: si è constatato infatti che dove esiste una alta percezione della corruzione i risultati in campo ambientale sono peggiori. In questa speciale graduatoria l’Italia occupa la 18ma posizione (12ma in Europa), su 163 Paesi presi in considerazione.

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