"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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La competitività della Romagna

Il  Forum sull’economia della Romagna è stata una buona iniziativa, che mancava. Perché far dialogare imprenditori di successo ed istituzioni può aiutare a mettere a fuoco e superare parecchie  criticità.

Criticità della Romagna che si chiamano: un valore aggiunto nel 2016, che corrisponde alla ricchezza creata, per residente più basso, rispetto alle province emiliane, da un minimo di tre ad un massimo di nove  mila euro (es.: Bologna 35 mila euro v/s Rimini 26 mila euro); minore creazione di valore che inevitabilmente si traduce, in Romagna, in un reddito medio delle persone fisiche dichiarato (anno 2015) che non oltrepassa mai la soglia di 20  mila euro (Rimini è ferma a 17 mila),  quando in Emilia, escluso Ferrara, nessuna provincia scende sotto la soglia di 21 mila euro pro capite.

Poi c’è il tema del lavoro. Dal 2010 a fine 2016 l’occupazione in Emilia Romagna è cresciuta di 31 mila unità, ma in Romagna è scesa di 3 mila.  Le conseguenze sono ben documentate dal diverso andamento del tasso di disoccupazione (2016): 9,1 % per Rimini, 7,8 % per Forlì-Cesena, 9,0% per Ravenna, quando la media regionale è del 6,9%.  Situazione che in Romagna spinge in alto soprattutto  la disoccupazione giovanile della fascia 15-24 anni, attualmente di otto punti sopra la media regionale.

Un mercato del lavoro che penalizza ancora di più i giovani laureati, che si ritrovano con meno opportunità del resto della regione.  Come confermano gli ultimi dati Excelsior (settembre-novembre 2017)  sulla domanda di lavoro delle imprese, dove si dimostra che per ogni cento persone da assumere  i laureati richiesti sono 9  a Rimini, 8 a Forlì-Cesena e 11 a Ravenna, a fronte di una media di 12 per l’ Emilia Romagna, che diventa però 14 a Bologna.

A questo esito occupazionale poco soddisfacente contribuisce molto il turismo, una attività ad alta intensità di manodopera che, data la piccola dimensione delle nostre strutture ricettive, non richiede troppi laureati: appena uno-due ogni cento assunti. Un deficit  che va ben oltre la crisi e rappresenta una caratteristica piuttosto comune nel settore,  ritenuto a minor valore aggiunto. In Italia  più che altrove, nella riviera di Romagna ancora di più.

Un turismo più competitivo e meno stagionale potrebbe migliorare la domanda di lavoro.

Forse non coprire completamente il deficit di opportunità per i giovani della Romagna che  investono  in formazione, che andrebbe  invece compensato con attività di contenuto tecnologico ben più elevato.

“A San Francisco (USA), scrive Enrico Moretti nel libro La nuova geografia del lavoro 2013,  il turismo è l’industria principale, assieme all’alta tecnologia, quindi possono convivere. Il problema è che sono due mondi e due posti di lavoro completamente diversi”.

Purtroppo, in Romagna, le imprese di alta tecnologia, in tutti i settori, anche nel turismo, sono troppo poche.  Ed è da qui bisogna ripartire. Con politiche mirate e progetti specifici.  Per creare valore e buon lavoro.

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