"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

Settembre: 2020
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La buona sanità allunga la vita. La Romagna.

Non ci sono dubbi che l’ultimo virus ha messo sotto forte pressione i sistemi sanitari di tutto il mondo. Italia ed Emilia Romagna compresi. Tutti i sistemi stanno richiedendo molto, al limite del sacrificio, alle loro strutture e al personale, medico e infermieristico in modo particolare.

Lo sapevamo, ma ne abbiamo avuto la conferma, che avere un sistema sanitario pubblico e universale, dove cioè non ti chiedono se hai l’assicurazione o la carta di credito prima di curarti, fa la differenza, spesso tra la vita e la morte.

Le emergenze è meglio evitarle, ma quando ci sono rappresentano un ottimo test per provare l’efficacia e l’efficienza di un sistema. In queste occasioni le polemiche non mancano mai, a volte motivate, altre meno. 

L’Italia

Cominciamo da uno degli indicatori più importanti per valutare l’efficacia di un sistema sanitario: la speranza di vita. Quello alla nascita in Italia è di 83 anni. Dietro, in Europa, solo a Svizzera (83,6 anni) e Spagna (83,4). Sull’anno 2000, gli ultimi dati si riferiscono al 2017, l’Italia ha conquistato 3,1 anni di vita, il Portogallo 4,6 anni, la Danimarca 4,3 anni. La Germania, dove si vive in media 81,1 anni, solo 2,9 anni.

Arrivati a 65 anni la speranza media di vita residua è di 21,3 anni in Italia, 23 in Francia e 19,6 in Germania (Eurostat, 2018).  Se la vita è quello che conta, l’Italia è un paese dove vale stare. Grazie anche al suo sistema sanitario.

A partire da questo risultato, non disprezzabile, andiamo a vedere quanto spende l’Italia nel suo sistema sanitario. A parità di potere d’acquisto (ppa), togliendo cioè dai numeri l’inflazione, l’Italia ha una spesa sanitaria pro capite di 3.376 euro, a fronte di 5.848 euro della Germania, la più alta dell’Unione Europea, 5.264 euro della Svezia e 5.155 euro dell’Olanda, per citare le maggiori. Spendono meno dell’Italia solo Portogallo e Grecia.

In termini di pil, cioè della ricchezza che produciamo ogni anno, l’Italia dedica alla sanità l’8,8 per cento, il 10 per cento meno della media europea.

Poi c’è una seconda differenza: in Italia la spesa sanitaria per un quinto è a carico del paziente, mentre in Europa lo è solo per un sesto. Una differenza che mette in difficoltà soprattutto le persone meno abbienti, che non possono pagarsi visite specialistiche e medicine.

Non è invece vero che nel tempo la spesa sia diminuita, perché nel 2000 si spendeva  2.029 euro pro capite a ppa, che fa il 66 per cento meno di oggi. Resta indietro, negli ultimi anni si è fermata, ma in termini reali non è scesa.

Ma attenti al falso collegamento più spesa, uguale più salute. Non è così. Gli Stati Uniti, tra pubblico e privato, spendono più di 10 mila euro per americano, in totale il 17 per cento del pil, ma la speranza di vita alla nascita non arriva a 79 anni. Quattro anni meno dell’Italia. Il loro sistema sanitario, molto imperniato sul privato, fa fare profitti ma è meno efficace ed efficiente (Rapporto OASI 2019, su dati Ocse).

La Romagna e le altre

In Emilia Romagna, dove si vive qualcosa in più della media nazionale, la speranza media di vita alla nascita è di 83,9 anni, che dopo di 65 anni diventano 21,6. 

Tradotto in termini territoriali vuol dire una speranza di vita alla nascita: in provincia di Rimini di 82,2 anni per i maschi e 86,3 anni per le donne; a Forlì-Cesena  82 e 86,4; a Ravenna 81,8 e 86 anni (Eurostat e Istat, 2018).

La spesa

Come è noto, in Italia, sono le Regione a gestire la sanità, cui va, nel caso dell’Emilia Romagna un buon tre quarti delle uscite annuali, che vuol dire più di 9 miliardi di euro (Bilancio preventivo 2020). Era di poco sopra i 6 miliardi nel 2003.

In termini di spesa sanitaria pubblica per abitante per la gestione corrente, gli ultimi dati (2018) parlano di 2.114 euro in Emilia Romagna (stesso importo in Liguria), 2.020 euro in Lombardia e 1.951 euro in Veneto. Dopo Bolzano e Trento, che sono Province autonome a statuto speciale, l’Emilia Romagna è la regione al vertice della spesa.

Spesa sanitaria che negli ultimi otto anni è cresciuta, in Emilia Romagna, al tasso medio dell’1,2 per cento, a fronte dello 0,8 per cento nazionale. Crescita comunque minore del periodo precedente. (Rapporto OASI 2019).

I posti letto

Ma se la spesa regionale per la sanità può essere rassicurante, ai cittadini interessano soprattutto i servizi. Che in questi giorni particolari si traducono essenzialmente in posti letto disponibili, medici, infermieri e attrezzature.

Qui il confronto europeo può essere di auto per capire il nostro posizionamento. Scopriamo, così, che a fronte di un rapporto numero di abitanti per posto letto ospedaliero pubblico e accreditato di 185 come media UE, la Germania scende a 125, e tante sue regioni anche meno, la Francia 167, la Spagna invece sale a 336, con la Comunità di Madrid a 363, mentre l’Italia ne ha 314, che diventano 265 in Emilia Romagna, 283 in Lombardia e 303 in Veneto.  Vuol dire che, per dotazione di posti letto ospedalieri, in rapporto alla popolazione, l’Emilia Romagna è messa un po’ meglio delle altre, ma è ancora distante dalle regioni europee meglio dotate. In altri termini, il rischio che un letto d’ospedale sia conteso da più persone, soprattutto in certe situazioni di emergenza, è maggiore.

Ed è vero che la situazione è peggiorata rispetto all’anno duemila, quando gli abitanti per posto letto erano 214 in Emilia Romagna, 200 in Lombardia e 207 in Veneto (Eurostat, 2017). 

Il rapporto abitanti/posti letto si è innalzato per adempiere agli standard nazionali di non superare 3,7 posti letto per mille abitanti, che in Emilia Romagna ha voluto dire un taglio di 815 posti negli ospedali pubblici e 537 nel privato accreditato (Rapporto ssrER 2015).

Nell’area di competenza della USL Romagna, istituita nel 2013, e costituita da 8 distretti sanitari, di posti letto se ne contano 3.115 (-301 sul 2007), esclusi quelli della sanità privata accreditata stimata in circa un quarto del totale complessivo.

Considerando la popolazione servita vuol dire un rapporto di circa 290 abitati per posto letto (pubblico e accreditato), cento in più della media UE. 

Medici e infermieri

Altro fronte importate è quello del personale operativo nel sistema sanitario pubblico. Partiamo dai medici. Intanto cominciamo con affermane che non corrisponde a verità che siano diminuiti (da segnalare, invece, che la popolazione diventa più anziana e la domanda di cure aumenta): in tutta Italia erano 196 mila nell’anno duemila, oggi sono 241 mila. Per l’Emilia Romagna vuol dire il passaggio da 15 mila a 19 mila medici, di cui però meno di 5 mila impegnati nel sistema sanitario regionale (2 mila in Romagna).

Ma, questo è importante, nel 2007 i medici del sistema sanitario pubblico dell’Emilia Romagna erano più di 8 mila. Il taglio, quindi, è stato forte (Eurostat 2017 e Rapporti ssrER).

In rapporto all’Europa non siamo nemmeno troppo distanti nel numero di abitanti per medico: 266 media UE, 235 la Germania, 258 la Spagna e 250 l’Italia. Numeri che nelle regioni diventano 237 in Emilia Romagna, quindi meglio della media europea, 270 in Lombardia e 292 in Veneto.  

Al contrario ne esce confermata la carenza di infermieri. Erano, in Italia,  392 mila nel 2010 e sono scesi a 342 mila nel 2017. Cinquanta mila in meno.

Calo che salta di più all’occhio quando si confronta il numero di residenti per infermiere di alcuni paesi europei con l’Italia: Germania 74, Francia 94, Italia 177 (erano 151 nel duemila). Vuol dire che un infermiere deve, in Italia, assistere più del doppio dei pazienti rispetto ai paesi più virtuosi.

Nelle principali regioni il rapporto abitanti/infermiere è di 154 in Emilia Romagna, 186 in Lombardia e 160 in Veneto. Carico che nel duemila era, per gli infermieri di tutte le regioni, più basso (Eurostat, 2017).  

In assoluto non sono invece diminuiti, nell’ultimo decennio, gli infermieri impegnati nel sistema sanitario pubblico dell’Emilia Romagna, che al contrario dei medici sono rimasti stabili a circa 26 mila unità, di cui più di seimila in Romagna. Troppo pochi se questo da 187 residenti per infermiere, sopra la media regionale e più del doppio delle migliori regioni tedesche.

Per raggiungere le quali il numero degli infermieri dovrebbe, in Romagna, quanto meno raddoppiare.

Livello essenziale di assistenza (LEA)

LEA è un indicatore che rappresenta e sintetizza il livello delle prestazioni e dei servizi che in ogni Regione non devono mancare, meglio non dovrebbero.

In questa speciale classifica, che misura la bontà del sistema sanitario regionale, dopo il Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna sono, a pari merito, tra le prime tre regioni nazionali. Seguono, non troppo lontano Toscana e Lombardia (Rapporto OASI, 2019).

Un esito positivo per la nostra sanità regionale, che non deve far dimenticare le distanza che ancora corre con i migliori sistemi sanitari europei. Distanza ampliata in Romagna.

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