"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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La birra artigianale locale

di Gabriele Rodriguez

La birra fermenta, chi la beve lo sa. Ora però sono in fermento anche i birrai: si inventano di continuo nuove “bionde” e “brune”, nascono etichette sempre diverse, nei locali troviamo liste lunghe come carte dei vini.
Il fenomeno viene da lontano, dagli Stati Uniti, ed è esploso al punto che in Italia i birrifici artigianali, che erano 186 nel 2010, oggi sono oltre 600, anche se nell’ultimo anno la crescita sembra sia rallentata. Certo, restiamo il paese del vino, l’ultimo consumatore di birra in Europa con soli 29 litri all’anno a testa, metà della media UE, mentre cechi, tedeschi e spagnoli ne bevono più di 100. Cresce l’export, secondo Coldiretti le esportazioni sono triplicate negli ultimi dieci anni, all’Expo hanno dichiarato un +27% nei primi 5 mesi del 2015. Ma in questi stessi dieci anni il consumo interno è rimasto fermo. Eppure siamo diventati il terzo paese in Europa per numero di birrifici artigianali.

Oltre al noto talento e all’appeal del made in Italy per quello che ha a che fare coi piaceri della gola, l’Italia ha beneficiato, secondo gli esperti, di una notevole libertà di sperimentare, non avendo una grande tradizione brassicola: abbiamo inventato birre di ogni tipo, con le castagne, perfino col mosto di vino, mentre in Germania i produttori devono fare i conti con l’antico “editto della purezza”. L’apprezzamento di grandi bevitori come gli inglesi, ai quali esportiamo sempre di più, è garanzia di una qualità riconosciuta ovunque.
Il successo è tale che anche le grandi marche industriali hanno preso a proporre birre particolari, per cavalcare il trend, ad esempio la Moretti con le ricette “toscana” e “siciliana”.

Si tratta di una nicchia importante del settore alimentare, che è vitale per la nostra economia. Secondo l’associazione dei produttori, Assobirra, in Italia dà lavoro a 136.000 persone, fra addetti diretti, indiretti e indotto allargato, e, stando ad una indagine dello scorso luglio, le potenzialità occupazionali sono interessanti: “si stima che ogni nuovo posto di lavoro in un’azienda birraia generi 28 posti nella filiera, soprattutto nell’ospitalità (bar, ristoranti, pub), ma anche in agricoltura, nella grande distribuzione, nei servizi (marketing, packaging, ecc)”. Inoltre, il 44% dei produttori sostiene che sarebbe pronto ad assumere, se le tasse tornassero al livello del 2013, prima di un aumento del 30% circa.

Il fermento si vede anche nel territorio riminese. Oltre ad Amarcord – un caso consolidato di successo, da anni una delle più vendute in Italia – sono nati di recente vari microbirrifici: la Birra Riminese e Z’am Steg a Rimini, Titanbräue Birifficio Abusivo a San Marino. Poi ci sono i brewpub, dove si consuma direttamente la birra prodotta, come lo storico Hops a Riccione e la Birra di Paolino a Misano. E non vanno dimenticati i rivenditori all’ingrosso e al dettaglio, come Grand Cru, che ha cominciato nel 2007 a Santarcangelo e ora è a Rimini (dove ha pure un fornitissimo pub), Cesena, Pesaro, Firenze; la Cantina della Birra a Riccione e il Portale della Birra, che vende solo on-line.

LA “BIRRA RIMINESE”
Tantissimi iniziano facendosi la birra in casa, senza intenti commerciali. Marcello e due amici hanno cominciato così. Dopo averne assaggiata tanta, hanno preso a prodursela da soli, finché, affinata la ricetta con l’aiuto di un esperto di slow food e di un giovane mastro birraio, hanno messo sul mercato la “Birra Riminese”, con l’etichetta disegnata dai figli, a sottolineare la genuinità dell’impresa. Come tanti in Italia, sono un beerfirm, cioè produttori con un marchio proprio e ricette originali che non possiedono un impianto ma lo prendono in affitto. Vanno nelle Marche, a Pergola, a produrre LaFresca e LaMara, le due bionde del catalogo, a cui si aggiungerà presto LaGagia. Le hanno testate nella locanda di Marcello, a San Savino, e dal 2015 le vendono in più di trenta fra pub, ristoranti e rivendite da Riccione a Cesena, oltre a proporle in eventi particolari, come “Artisti in casa” di Montegiardino a San Marino.

Z’AM STEG

“L’idea ci è venuta perché facevamo la birra in casa da anni, piaceva molto, degli amici volevano venderla nel loro locale, quindi ci siamo informati e ci siamo resi conto che era un mondo che stava crescendo. Abbiamo detto: buttiamoci!” – racconta Elena, e l’entusiasmo si sente nella voce. Lei è riminese, lui montanaro della Valsesia, (è sotto il monte Rosa, da qui il nome della birra, che significa “Al ponte”). Anche loro sono un beerfirm, non hanno l’impianto proprio, fanno le “cotte” – si dice così – in uno stabilimento di Reggio Emilia. Vivono l’inverno in montagna e l’estate al mare, a Rimini. Hanno cominciato un anno fa. Come si promuovono? “Col porta a porta nei locali, nelle fiere, anche nei mercatini di natale: molta gente ci conosce così, la assaggiano, gli piace, la vogliono. Per ora ha funzionato molto bene. C’è stato un passaparola incredibile. Nella valle è un continuo acquisire nuovi clienti, un continuo crescere. C’è molta meno concorrenza, siamo quasi l’unica birra prodotta in Valsesia. Qui a Rimini è diverso, ce n’è molta di più. Per ora le teniamo solo in 5 o 6 locali qua”. Il loro progetto – hanno un business plan – è avere il proprio impianto, che costa sui 200.000 euro, e per essere redditizio deve sfornare 2.000 litri al mese. Poi li devi anche saper vendere… Per ora ne producono circa 1.000. “Meglio sostenere le spese per il proprio birrificio, piuttosto che affittare l’impianto come facciamo adesso”. Determinazione e idee chiare: “Questo è il nostro lavoro, a differenza di tanti beerfirm che lo fanno come secondo lavoro, perché all’inizio non ti da’ da vivere”.

Molti “micro” sono anzitutto una passione, non nascono come fonte primaria di reddito. Marcello la vede così: “Il fatto è che non aumenta il consumo di birra pro-capite in Italia. Forse la birra di qualità sta un po’ rosicchiando il consumo del vino. Se vuoi campare facendo birra artigianale, o hai un brewpub che fa mescita diretta, ed eventualmente un po’ di locali in zona in cui la distribuisci; oppure un birrificio che esporti in Europa.” La sua idea è farsi il proprio birrificio con accanto un brewpub o brewrestaurant: “Altrimenti devi rapportare il tuo impianto a dimensioni tanto grandi da stare sul mercato. Che è globale. Alla fine, rischi di doverti comportare in modo simile a chi fa birra su scala industriale…”.

HOPS
Un brewpub storico è l’“Hops”, e non è frutto del boom: è dal 1997 che a Riccione si produce la propria birra. L’impianto in questi locali è spesso a vista, dà un’idea chiara di cosa propone agli avventori. Stefano, il mastro birraio, dice che quest’anno produrranno 26.000 litri; hanno diminuito, ne facevano anche 35-40.000: “C’è il problema dell’alcol test, che ha dato una bella batosta. Piano piano c’è la ripresa, ma abbiamo calato la produzione: nel 2008 facevo 56/57 cotte all’anno, poi ho sempre calato, l’anno scorso ne ho fatte 47, quest’anno ne prevedo 50. Ogni cotta è 650 litri, calcolando uno scarto del 10%, per la mescita ne vengono fuori circa 600. E anche le tasse si sentono, sono cresciute di un terzo in più”.
Ecco, le tasse, sembra il solito ritornello ma è vero: dal 2013 sono aumentate tre volte, Germania e Spagna hannoaccise sulla birra del 70% inferiori a quelle italiane… Fatti due conti, vien fuori che la birra piace anche troppo allo Stato: un sorso su due se lo beve lui. Poi predica moderazione a tutti.

 

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