"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Indovina chi viene a coltivare

di Stefano Rossini

 Nel 2009, anno disastroso per l’economia mondiale, tra i pochi settori che hanno continuato ad assumere, pur se in quantità ridotte, c’è stato quello dell’agricoltura. Ma c’è un dato ancora più interessante. All’interno di questo insieme, gli immigrati sono passati dal 23% del 2001 sino al 50% del 2007. Non esistono dati aggiornati oltre quell’anno da parte della provincia, ma è ragionevole sostenere che siano ulteriormente aumentati negli ultimi due anni.

All’interno del panorama nazionale, la Regione Emilia Romagna è tra quelle che usufruiscono maggiormente delle quote di lavoratori immigrati per l’agricoltura. Nel 2009, infatti, il decreto flussi ha stabilito in 80.000 lavoratori la quota massima di ingresso. Gli Stati extracomunitari di provenienza sono: Serbia, Montenegro, Bosnia-Herzegovina, ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, Croazia, India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka e Ucraina, più tutti i cittadini

extracomunitari di altre nazionalità che sono già stati titolari di un permesso di soggiorno nel nostro Paese per lavoro subordinato stagionale negli anni 2006, 2007 o 2008.

Di questi 80.000 ne sono stati assegnati 8.000, quindi il 10%, alla regione Emilia Romagna e, di questi, 1.500 alla provincia di Rimini, superata solo da Ravenna, 2.500, e Forlì Cesena, 2.000. La Romagna si rivela cuore agricolo della regione e anche Rimini dimostra di essere un bacino agricolo di primaria importanza.

 “Rimini non è Rosarno”

La quota dei lavoratori stranieri, extracomunitari e comunitari, sul totale è, a detta delle associazioni, molto alta. “Se non ci fossero gli stranieri non so come faremmo – dichiara Enrico Santini, produttore di vino e olio di Coriano ed ex direttore di Confagricoltura – abbiamo assolutamente bisogno di manodopera, ed è necessario che chi viene a lavorare qui lo faccia in piena regolarità”.

Insomma, Rimini non è Rosarno. E il paragone nasce spontaneo tra tutti gli intervistati, che si affrettano a dichiarare che chi lavora qui lo fa in modo legale e senza sfruttamento.

“Da noi l’agricoltura ha anche un ruolo sociale – continua Santini – dato che molti lavoratori arrivano qui come stagionali e poi continuano anche negli anni successivi. E’ un modo per favorire l’integrazione”.

 Coltura che vai, nazionalità che trovi

Dello stesso parere l’attuale direttore di Confagricoltura Rimini, Giovanni Filopanti: “Quello degli immigrati è un tema che ci tocca particolarmente. Per quanto riguarda la nostra associazione e le aziende associate – che contano quasi il 50% e oltre del totale della provincia – sono ormai il 90% i lavoratori stranieri. Per lo più si tratta di lavori stagionali e di raccolta. Ogni settore, poi ha i suoi lavoratori ‘preferenziali’. Per quanto riguarda la funghicoltura, ad esempio, oltre l’80% del ciclo di produzione è seguito da lavoratori di origine cinese. Mentre nelle stalle quasi la maggior parte dei lavoratori è pakistana e indiana. E comunque, in ogni caso, la stragrande maggioranza è straniera. Gli italiani sono quasi del tutto assenti”.

 Lavoro e integrazione

E’ difficile quantificare con esattezza numeri e paghe dei lavoratori perché la maggior parte sono stagionali e soprattutto i periodi e i compensi variano da settore a settore. “Noi lavoriamo molto con la regione per offrire il miglior trattamento ai lavoratori stranieri – continua Filopanti – Basti pensare che molte aziende per il periodo di lavoro mettono a disposizione anche l’alloggio. Inoltre, negli anni, il rapporto di lavoro si consolida. Il datore, se può, assume le persone con cui ha già avuto modo di lavorare: si è creata una continuità che è sicuramente positiva perché garantisce al datore di lavoro un dipendente con esperienza. Per il lavoratore, invece, una maggior integrazione e il reiterarsi di una condizione di lavoro”.

Dello stesso parere anche la Confederazione Italiana Agricoltura. “Anche se noi ragioniamo su numeri più piccoli – dichiara il direttore, Paola Pula – negli anni è venuta meno la forza lavoro locale o, come capita un tempo, degli studenti che arrotondavano nei periodi di raccolta. Le nostre aziende si occupano prevalentemente di orticoltura. Quest’anno sono stati 270 gli assunti. Di questi, 115, ossia il 40%, è di origine extracomunitaria. Il rimanente 60%, però, non è italiano, ma per la quasi totalità comunitario e neo-comunitario, appartenente, cioè a paesi europei interni al trattato. Sono quasi tutti lavoratori dell’est Europa: rumeni e bulgari in testa”.

Negli anni i lavori si sono specializzati, complice forse un passaparola, e per quanto riguarda l’orticoltura e la raccolta degli ortaggi sono molti i lavoratori, africani, marocchini e dell’est Europa: Polonia, Romania, Albania, Macedonia e Bulgaria. Mancano i dati della Coldiretti, al momento non disponibili, ma è facile che la situazione sia simile alle due analizzate, e che confermi che, al momento, l’agricoltura riminese è in mano a lavoratori stranieri. Non è, come sbandierato spesso dai cliché, un lavoro rubato dagli extracomunitari. Sono lavori umili e spesso faticosi, che chi ha avuto la fortuna di studiare o di nascere in famiglie non in grave necessità preferisce non fare. Ma sono, nel contempo, una grande possibilità per chi cerca un reddito dignitoso e una vita in un paese nuovo.

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