"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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In merito al manifesto “Cambiare la politica,fermare il declino, tornare a crescere”

Promosso da un gruppo di economisti di area “liberale” sta circolando un manifesto (diventato poi base di una lista politica) che contiene molte verità e diversi propositi ampiamente condivisibili (generare mobilità sociale e competizione, rimettere al centro lavoro, professionalità, libera iniziativa e merito individuale, ridurre i debito pubblico, ecc.) ma le cui ricette, che si possono sintetizzare in più mercato e flessibilità, non sembrano contenere particolari idee innovative.

Senza nulla togliere all’affermazione che “la classe politica emersa dalla crisi del 1992-94 ha fallito”, non bisogna nemmeno dimenticare che quella precedente non fece meglio, visto che dal 1983, primo Governo Craxi, al 1993, Governo Amato, il debito pubblico italiano passò dal 70 al 115% del pil.  Ed oggi stiamo pagando anche le conseguenze di questo (solo di interessi sul debito l’Italia spende circa 80 miliardi di euro l’anno).

Ma a parte questo inciso il manifesto fonda chiaramente le sue ricette sul presupposto che l’attuale declino, che viene avanti da almeno un quindicennio, e che si è sovrapposto alla crisi mondiale del 2008, sia in sostanza dovuto a poco mercato e troppa rigidità nei rapporti di lavoro.

Che in Italia ci siano ancora molti settori da aprire alla concorrenza e al mercato, a vantaggio dei consumatori, non ci sono dubbi, e le resistenze corporative da vincere le abbiamo viste all’opera (taxisti, farmacisti, avvocati, bagnini, ecc.).

Da qui però sposare l’idea che il mercato sia il toccasana di tutto il passo è lungo. Per cominciare va ribadito, e il manifesto non ne fa cenno, che l’attuale crisi finanziaria mondiale, che sta avendo pesanti ricadute sull’economia reale, non è figlia di poco mercato, ma esattamente il contrario, cioè dell’assoluta libertà di cui hanno goduto pochi centri bancari-finanziari mondiali, a cominciare da quelli americani, di fare, manipolare e ingannare il mercato come meglio credevano (e che continua, come la recente storia sulla combine sul tasso Libor da parte di alcune banche sta a dimostrare). Dopo aver pubblicizzato le perdite e privatizzato i profitti, con l’intervento dei Governi e col plauso dei liberisti più accaniti, le conseguenze le stiamo vedendo.  E soprattutto pagando tutti. La storia dimostra abbondantemente che non è vero che il mercato si autoregola. Casomai il contrario: che senza regole, fatte rispettare, ci sono solo bolle speculative, che sono l’anticamera dei disastri.   Ha scritto Tony Judt in Guasto è il mondo: “Il piccolo crac del 2008 ci ha ricordato  che il capitalismo senza regole è il peggiore nemico di se stesso: presto o tardi cade preda dei propri eccessi e chiede soccorso allo Stato” .

Il mercato, che non può essere ridotto ad un feticcio, altrimenti entriamo nell’ideologia, è uno strumento utile all’economia, cioè a produrre benessere per i cittadini, se ci sono regole chiare, controllori pronti ad intervenire  e non complici, e punizioni quando necessario.

Ma il mercato non può tutto. Per fare un esempio, non si può chiedere una istruzione di mercato, altrimenti studieranno solo i figli delle famiglie abbienti. La “concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti” va bene, ma gli studenti meritevoli, se privi di risorse, vanno sostenuti con borse di studio che gli consentano di andare avanti. Altrimenti il merito è solo un modo elegante per lasciare indietro gli “sfigati”, cioè i figli delle famiglie con meno risorse.  Qui non ci vuole meno Stato, ma più impegno da parte dello Stato.  Lo stesso si può dire per la ricerca, dove l’Italia spende, pubblico e privato, meno di tutti gli altri paesi sviluppati.

Diffondere l’idea che per tornare a crescere sia sufficiente “mercato e liberalizzazioni”, anche questa è una forzatura. La Germania cresce perché  i Governi si sono dati una politica industriale, individuando i settori su cui investire in forma prioritaria, pubblico e privato, insieme.  Non parliamo poi del ruolo dello Stato nell’economia cinese, che corre al ritmo dell’8% l’anno.  Negli stessi Stati Uniti i governi finanziano abbondantemente i coltivatori, le case automobilistiche, i padroni delle ferrovie e tanti altri. Ma riescono a far credere il contrario.

In sintesi, per uno sviluppo sostenibile, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche economico e sociale, stato e mercato, con ruoli diversi,  devono entrambi essere della partita, svolgendo ciascuno il ruolo che gli è proprio. Senza dimenticare che se il mercato deve rispondere agli azionisti, lo Stato deve rispondere a tutti i cittadini, nessuno escluso.

Infine sulla richiesta  di “un mercato del lavoro più flessibile ed equo”. Sono anni che la flessibilità viene venduta come condizione per ottenere più posti di lavoro, ma  quello che è successo va nella direzione esattamente contraria: tasso di disoccupazione giovanile più alto d’Europa, precarizzazione totale dei rapporti di lavoro, contratti a tempo indeterminato ridotti ad un miraggio, salari fermi da un decennio. Trentenni che guadagnano più in Cina (1.100 euro) che in Italia (850 euro).

E’ condivisibile invece la proposta che tutti i lavoratori debbano “godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione”.

Per maggiori dettagli sul manifesto: fermareildeclino.it/10proposte

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