"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Imprese riminesi di capitale: il manifatturiero, il commercio e il turismo

Chiariamo subito che l’analisi che segue si riferisce a 2.921 società di capitale della provincia di Rimini (in totale le imprese di capitale, le più strutturate, sono un po’ meno di sei mila, su  circa 36 mila attive), per l’80 per cento comprese nella fascia di fatturato inferiore a due milioni di euro e solo lo 0,5 per cento supera i 50 milioni di euro.  I dati non sono però stime ma prendono spunto direttamente dai bilanci depositati presso la Camera di Commercio ed elaborati dalla Fondazione dei Dottori Commercialisti di Rimini. Ovviamente sono numeri veri nella misura in cui lo sono i bilanci.

Dentro ci sono tutti i maggiori settori economici, divisi per numero di  imprese,  oppure per fatturato, cioè per volume di affari.  Non è la stessa cosa. Per esempio, il  manifatturiero non va oltre il  16 per cento delle  imprese esaminate,  ma sale al 30 per cento quando si passa a considerare il fatturato ( l’industria, in Italia,  pesa  il 24 per cento del Pil). Il contrario accade per i servizi, dove rientrano anche gli alberghi e la ristorazione, che coprono più della metà delle imprese, ma appena il 23 per cento del fatturato (tante imprese con fatturato minore).

Cosa  dice l’analisi dei bilanci di queste società ?   Intanto che, nonostante  la crisi in corso, nel periodo 2009-2011, sono aumentati sia i fatturati (+11 per cento), che gli investimenti (+7 per cento).  Nel resto dell’Emilia Romagna le imprese di capitale hanno fatto anche meglio, ma questo non  toglie  il valore positivo del segnale.  Non tutto è fermo, qualcosa resiste e si muove. Tra l’altro, quando si va a vedere come è stato distribuito il valore aggiunto (è il valore della produzione che si aggiunge a quello dei beni acquistati e consumati), si scopre che al lavoro è andato un buon 54 per cento, a conferma che le imprese fanno di tutto per mantenere il personale che hanno contribuito a formare.

Dal confronto con le società di capitale della Regione emergono però differenze importanti in merito ai ricavi, valore aggiunto e costo per addetto, per finire col rendimento del capitale investito.

In generale, escluso il rendimento, le imprese di Rimini mostrano sempre risultati al ribasso, fatta eccezione per il settore commerciale.

Partiamo dal  manifatturiero, anno 2011: un addetto produce ricavi per  289 mila euro come media  in Emilia Romagna ma si ferma a 200 mila a Rimini, il 30 per cento meno.  Questo ha riflessi sul valore aggiunto, quindi sui salari (costo del lavoro) dei dipendenti  che sono, a Rimini, inferiori del 15 per cento (37,5 mila euro a fronte di 42,8 mila).

Anche il rendimento del capitale investito, pur migliorato negli ultimi tre anni, rimane più basso: 3,01 per cento a Rimini, 4,95 per cento in regione.

La situazione si ribalta quando si passa ad esaminare i risultati economici delle imprese commerciali, all’ingrosso e al dettaglio, insieme. Qui i ricavi per addetto, nel 2011, diventano 538 mila euro a Rimini e 494 mila in regione, il valore aggiunto per addetto rispettivamente  75 e 56 mila euro, il costo del lavoro 35,2 mila e 34,9 mila, praticamente uguale, e il rendimento del capitale investito il doppio della media dell’Emilia Romagna: 7,3 per cento a fronte del 3,7 per cento.

Questo per il settore commerciale nel suo complesso, ma in realtà a far salire i numeri di Rimini  contribuisce soprattutto il commercio all’ingrosso (escluso gli autoveicoli),  però senza apparenti vantaggi, nemmeno qui, per il lavoro,  il cui costo rimane inferiore a quello manifatturiero.

Infine il settore degli alberghi, che fa parte della grande galassia dei servizi. Dovuto anche alla stagionalità di tante strutture ricettive, gli indicatori penalizzano la Riviera, fatta eccezione per il rendimento. Nel 2011, i ricavi per addetto, pur  migliorati nel triennio, sono di  52 mila euro a Rimini e 77 mila in regione, il valore aggiunto per addetto 28 e 42 mila e il costo del lavoro 13 e 21 mila. Grosso modo, considerando i valori medi regionali, sono sotto di un terzo. Questo capita per gli alberghi più organizzati e strutturati della provincia di Rimini, che sono una minoranza. E’ da presumere che nel resto le distanze dalla media  regionale sia ben più consistente.

Un po’ paradossale la situazione provinciale che emerge dall’analisi di questi bilanci: il turismo, che rappresenta una fetta importante dell’economia locale, crea e distribuisce poco valore al lavoro; il commercio, in particolare quello all’ingrosso, nonostante si dimostri molto più competitivo non sembra però propenso a renderne partecipi gli addetti;  infine il manifatturiero è quello che paga meglio (quasi tre volte gli alberghi), anche se deve recuperare competitività in regione.

In conclusione, per conseguire risultati migliori c’è bisogno di un salto di innovazione, a cominciare dal turismo, perché senza creare valore è  difficile distribuirlo, anche se non è automatico come dimostra il caso del commercio. Innovazione che si fa anche assumendo personale qualificato e  pagandolo adeguatamente, come stanno facendo altri paesi europei più competitivi, che durante la crisi non hanno smesso si dare spazio a professioni qualificate.  Va poi ricordato che l’annunciata ripresa di fine anno premierà soprattutto le aziende orientate all’esportazione, su cui Rimini sconta altri deficit.

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