"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Immigrati: tra invecchiamento della popolazione e partecipazione economica

Mentre dati recenti (Eurostat) ci ricordano che l’Italia, con il 6,5 per cento della popolazione che nel 2015 ha superato gli ottant’anni (poco meno di 4 milioni di persone, di cui quasi due terzi donne) è diventato il paese più “vecchio” d’Europa, e altri studi prevedono che nel 2050 nel vecchio continente mancheranno 64 milioni di persone in età da lavoro, col rischio che non ci sarà chi pagherà i contributi per le pensioni, apprendiamo (Istat) che i cittadini non comunitari presenti nel nostro paese e forniti di un regolare permesso di soggiorno restano  stabili e sono un po’ meno di 4 milioni, di cui circa 1,5 milioni con permessi temporanei. In totale, comunitari e non, gli stranieri residenti in Italia, al 1° gennaio,  sono 5 milioni,  cioè 8 ogni 100 italiani.  Prendendo solo i non comunitari, provenienti cioè da un paese non aderente all’Unione Europea, scendono a 6 ogni cento residenti.

Dato l’invecchiamento della popolazione giova ricordare che senza immigrati in Italia ci sarebbero 2,6 milioni di giovani  sotto i 34 anni in meno e  le nascite, già al minimo dal dopoguerra, private dell’apporto dei nuovi venuti subirebbero un ulteriore taglio del 15 per cento, che corrisponde alla percentuale di bambini/e nati da genitori entrambi stranieri (nel 2014, nel territorio dell’AUSL Romagna, il 27 per cento delle neo mamme erano straniere).

La provincia di Rimini si allinea al dato nazionale per presenza di ultraottantenni, ma ha una quota di nascite da genitori immigrati vicina ad quinto del totale (un neonato/a su cinque). Essendo i migranti più giovani, la loro età media si attesta sui 35 anni, a fronte dei 46 anni degli autoctoni.

Gli stranieri attualmente residenti in provincia sono poco meno di 37 mila, di cui 33 mila non comunitari, e rappresentano l’11 per cento della popolazione.

Tra i non comunitari 11 mila (gennaio 2016), in maggioranza donne, sono in possesso di un permesso di soggiorno a tempo determinato, prevalentemente per motivi di lavoro o familiare, mentre 457 (oggi 750) hanno un visto per ragioni umanitarie. Tutti gli altri rappresentano, oramai, una presenza stabile, spesso ultra decennale. Tanto è vero che dal 2010 al 2014, in provincia di Rimini,  sono stati 3.737 gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza italiana.

Solo nel 2015 il rilascio di nuovi permessi di soggiorno sono stati, per la provincia di Rimini,  1.427, di cui la metà per ricongiungimenti familiari e 294 con validità superiore ad un anno.  Erano stati 1.368 nel 2014.

Una presenza, quella degli immigrati, importante, ma ben lontana dalle “invasioni” di cui spesso qualcuno vocifera per fomentare risentimento e paura dell’altro.

Economicamente sono molto attivi: in provincia di Rimini sono titolari di 3,8 mila imprese, prevalentemente nei settori costruzioni e commercio, che rappresentano l’11 per cento del totale. Con una differenza: le loro imprese continuano ad aumentare, mentre quelle dei locali decrescono  (dal 2011 sono calate di 1.610 unità e senza l’apporto dell’imprenditoria immigrata il saldo avrebbe potuto essere ancora più negativo).

Ma ancora più significativo è il loro contributo al lavoro: quasi un avviato al lavoro su tre (17 mila su 58 mila), nel 2015, era di nazionalità straniera, di cui una solida maggioranza di provenienza non comunitaria, impiegati soprattutto nel turismo, dove gli avviamenti (si riferiscono al numero dei contratti di lavoro, da non confondere con gli avviati) di cittadini non italiani superano il 36 per cento.

Giova ricordare che, nell’anno duemila, gli avviati stranieri rappresentavano meno del 10 per cento del totale. In quindi anni sono triplicati. Di fatto, se non ci fossero gli immigrati molte attività incontrerebbero serie difficoltà a restare aperte.

Come imprenditori o in qualità di lavoratori, nel 2012 (ultimo dato disponibile), gli immigrati riminesi hanno versato nella casse previdenziali 91 milioni di euro e 50 milioni di euro in quelle del fisco (irpef, iva, versamenti per rinnovo permessi di soggiorno, ecc.). In totale sono poco meno di 142 milioni di euro, contro i 96 milioni di euro pagati del 2011 (L’immigrazione straniera in Emilia Romagna, 2015).

Poi, come tutti gli immigrati (lo facevano anche gli italiani), non dimenticano i familiari che hanno lasciato nel paese d’origine, a cui inviano, ogni anno, un certo ammontare di rimesse, che la crisi ha però parzialmente tagliato. Infatti, le rimesse degli immigrati di Rimini sono salite ininterrottamente da 13 milioni di euro del 2005 a 35 milioni di euro nel 2013, per scendere a 31 milioni nel 2015. In termini pro capite siamo passati da un invio di  1.365 euro nel 2007 a 842 euro del 2015, che è lo stesso ammontare di dieci anni prima.    La crisi morde tutti.

La Banca Mondiale ha calcolato che le rimesse degli immigrati nel mondo ammontano a tre volte gli aiuto ufficiali allo sviluppo dei paesi meno fortunati. Sottolineando che il loro contributo all’economia dei luoghi d’origine è fondamentale.

BOX

Cosa perdono i migranti

“Nella storia dei popoli le migrazioni forzate di individui o di interi gruppi, per ragioni politiche od economiche, assumono quasi l’aspetto di un avvenimento quotidiano. Quel che è senza precedenti non è la perdita di una patria, bensì l’impossibilità di trovarne una nuova. D’improvviso non c’è più stato nessun luogo sulla terra dove gli emigrati potessero andare senza le restrizioni più severe, nessun paese dove potessero fondare una propria comunità. Ciò non aveva nulla a che fare con problemi materiali di soprapopolamento; non era un problema di spazio, ma di organizzazione politica” (dal capitolo  “Il tramonto dello stato nazionale e la fine dei diritti umani” in Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo).

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