Immigrati regolarizzati: più lavoratori domestici che agricoli

Tutti ricorderanno una legge, varata nel maggio del 2020, dal precedente governo, che in nome della lotta contro il caporalato, soprattutto in agricoltura, avrebbe dovuto consentire la regolarizzazione di tanti immigrati che lavorano in nero, sfruttati e ricattati, quasi sempre privi di permesso di soggiorno. Una legge necessaria e sicuramente utile.

La regolarizzazione, riservata esclusivamente a tre settori di attività, agricoltura, assistenza alla persona e lavoro domestico, prevedeva due canali di accesso: il primo, offriva ai datori di lavoro la possibilità far emergere un rapporto di lavoro esistente con un immigrato irregolare a condizione che il lavoratore fosse già presente in Italia prima dell’8 marzo 2020 e dietro pagamento di un contributo forfettario di 500 euro; il secondo canale, invece, riguardava direttamente i lavoratori stranieri con permesso di soggiorno scaduto (e non rinnovato) dal 31 ottobre 2019, prima di quella data impiegati in uno dei tre settori oggetto della sanatoria e presenti sul territorio nazionale l’8 marzo 2020. A questi lavoratori si dava la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno temporaneo della durata di sei mesi.

Ha funzionato e come è andata a finire ? 

Alla chiusura della finestra per la regolarizzazione, metà agosto 2020, le domande pervenute al Ministero degli interni sono state 207 mila, meno delle stime che davano gli irregolari interessati più del doppio, divise in 30 mila per il lavoro subordinato, la quasi totalità in agricoltura, e 177 mila per il lavoro domestico.

Questa è stata un po’ una scoperta, perché tutti si attendevano cifre diverse, in particolare per l’agricoltura. Trenta mila lavoratori agricoli sono appena un sesto del numero di lavoratori stagionali richiesti dalle associazioni di categoria (che avevano parlato di 200 mila “braccianti mancanti”) e circa il 10 per cento dei lavoratori immigrati attualmente impiegati nel settore (lavoceinfo). Visti i numeri è allora evidente che l’agricoltura resta un settore dove resiste la presenza di tanti lavoratori immigrati irregolari.

Tra il personale agricolo per cui si chiede la regolarizzazione ai primi posti troviamo albanesi, marocchini e indiani.

Invece sorprende, almeno non era atteso, che tra i richiedenti lavoro domestico ci siano 30 mila famiglie straniere. Per questo lavoro, tra le nazionalità col maggior numero di domande di regolarizzazione ci sono lavoratori, soprattutto lavoratrici, provenienti da Ucraina, Bangladesh e Pakistan.

Questo il quadro generale. Vediamo, adesso, cosa succede in Emilia Romagna. Le domande di regolarizzazione provenienti dalla Regione sono state circa 2 mila per l’agricoltura e 18 mila per il lavoro domestico. In totale poco più di 20 mila.

Dalla Romagna sono partite 1.080 domande per lavoratrici domestiche e 221 per lavoratori agricoli in provincia di Forlì-Cesena, rispettivamente 904 e 148 domande a Ravenna, 999 e 96 a Rimini. In totale fanno il 17 per cento delle domande avanzate a livello regionale.

La legge è stata un successo o un flop ? In agricoltura, dove l’obiettivo principale era battere il caporalato, sicuramente non ha ottenuto i numeri sperati. Però l’esito con il lavoro domestico in parte lo compensa.

Ma non finisce qui: perché le domande vanno esaminate prima di prendere una decisione. E qui siamo in grave ritardo, se a fine settembre, a più di un anno dalla chiusura della finestra, solo al 26  per cento è stato rilasciato il permesso di soggiorno.