"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

agosto: 2019
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Il vero e il falso sull’Unione Europea e dintorni

 

Falso o parzialmente vero Vero
Siamo invasi dagli immigrati…. Al 2018 gli stranieri presenti in Italia sono il 10% della popolazione,  (di cui solo il 6,1% di origine non comunitaria), contro il 16% della Svezia, il 15% della Germania, il 12% della Francia, il 13% della Spagna e solo il 5% dell’Ungheria. In valori assoluti sono 5 milioni in Italia, di cui 2,2 milioni versano contributi all’Inps (Fonte: Nazioni Unite e Istat).

In Provincia di Rimini gli stranieri residenti sono 36 mila e rappresentano sempre  il 10% della popolazione (CCIAA della Romagna).

Il 2018 si è chiuso con un totale di 23.370 sbarchi, in brusco calo dai 119.369 del 2017 e dai picchi degli anni precedenti. Anche sommando tutti gli arrivi dal 2014 al 2017, dove si sono raggiunti massimi di 181.436 ingressi nel 2016, il bilancio totale è di 600mila sbarchi: l’equivalente dell’1% del popolazione italiana, spalmato su un periodo di quattro anni (Fonte: OIM).

In totale, a fine 2018, gli immigrati accolti nei vari Centri (Sprar, Cara/Cda, Csa e strutture temporanee) sono stati circa 160 mila, contro 193 mila del 2017  e  176 mila nel 2016.

Spesa 2018 sostenuta per l’accoglienza: 4,7 miliardi di €, di cui 80 milioni messi dalla UE e 50 dati alla Turchia (MEF, Documento economia e finanza 2018)

I permessi di residenza rilasciati a cittadini non comunitari ogni mille abitanti sono stati, sempre nel 2017: 18 in Polonia, 13 in Svezia, 12 il Lussemburgo, 23 a Malta, 6 in Germania, 5 in Spagna e 3 in Italia (Fonte: Eurostat).

Ugualmente senza fondamento è l’affermazione che addebita ai 14 paesi dell’Africa, ex colonie francesi che adottano come moneta il franco CFA,  la responsabilità delle migrazioni, perché su 23 mila sbarcati nel 2018  solo 2 mila provengono da quei paesi (Ministero degli Interni).

L’apertura di canali legali ridurrebbe gli arrivi irregolari. Ma una  proposta del Parlamento europeo per l’emissione dei visti umanitari direttamente nelle ambasciate e consolari dei paesi europei localizzati nei paesi d’origine dei migranti non è stata presa in considerazione dall’attuale Governo.

Scrive l’art.19 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE approvata nel 2000:  “1. Le espulsioni collettive sono vietate. 2. Nessuno può essere allontanato, espulso o estradato verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sottoposto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti”.

Ma ci sono anche migranti italiani: sono 5 milioni solo quelli iscritti all’AIRE (Anagrafe Italiana Residenti all’Estero), in realtà di più, quando erano 3 milioni nel 2006.

Solo nel 2017 hanno lasciato l’Italia, per dirigersi prevalentemente in altri paesi d’Europa, 130mila persone. Il 37,4% di chi è partito ha tra 18 e 34 anni.

Gli iscritti AIRE provenienti dalla provincia di Rimini sono attualmente oltre 23mila, la cifra più alta della Romagna (Fondazione Migrantes).

…… e dai musulmani. In Italia i musulmani, compresi i cittadini italiani, sono meno di 3 milioni e rappresentano il 4,8 % della popolazione.

Nell’intera UE i cittadini di religione musulmana sono stimanti al 4,9% dei residenti, che salgono all’8,8% in Francia, al 6,3% in GB e al 6,1% in Germania (Fonte: Pew Research Center 2018).

In Emilia Romagna  il 53% degli immigrati è cristiano, mentre i musulmani sono solo il 33%. In valori assoluti significano 179mila musulmani immigrati contro 284mila cristiani.  I centri di religione cristiana, protestante, ortodossa o cattolica, formati da immigrati sono circa 300, contro i 170 luoghi di culto musulmani (Fonte: “Monoteismi in Emilia Romagna” dell’Osservatorio sul pluralismo religioso).

Meno partenze, meno morti in mare. Non è sempre vero. Dipende dalle condizioni di viaggio, dai mezzi impiegati e dai soccorsi disponibili in mare.

I morti in mare degli ultimi anni sono stati: 3.771 nel 2015, 5.096 nel 2016, 3.139 nel 2017, 2.275 nel 2018.  Vuol dire che si è passati da un morto in mare ogni 269 arrivi del 2015  ad uno per 51 arrivi nel 2018 (Unhcr, Viaggi disperati 2018).

Solo nel gennaio 2019 i morti in mare, di cui si ha conoscenza, sono stati più di 200, cioè lo stesso numero dell’anno scorso (https://missingmigrants.iom.int/)

Gli immigrati portano malattie.. Il 93% dei migranti irregolari che sono sbarcati in Italia nel 2017 è stato sottoposto a visita sanitaria: nel 2016 era stato controllato il 95 % dei migranti, nel 2015 l’86%.

Tra le condizioni osservate all’arrivo al primo posto ci sono le parassitosi cutanee, come scabbia e pediculosi, che sono legate alle condizioni di partenza e di viaggio, principalmente promiscuità e scarsa igiene (Fonte: UNHCR).

Su un campione di 2 mila immigrati irregolari visitati nel 2017 sono stati riscontrati le seguenti malattie infettive: 21 casi di scabbia, 6 di epatite, 1 caso di morbillo e 1 caso di sifilide.   Appena  62 persone (3% del campione) sono stati ricoverati in ospedale per sospetta tubercolosi, ma soltanto 3 di questi sono risultati positivi alle successive analisi.

Le diagnosi più comuni sono quelle relative alle malattie del sistema muscolo scheletrico (12,1%), in particolare  dolori articolari e lombo sciatalgia, seguite da quelle del sistema respiratorio (11,4%), della cute e del sistema sottocutaneo (10,8%), infine dell’apparato genitale, comprese contraccezioni e gravidanze (10%).

In conclusione: sono rare le malattie infettive, più diffuse quelle legate alle condizione di lavoro e di abitazione. (Fonte: Rapporto NAGA , Associazione di volontariato della Lombardia, dicembre 2018, riportato da Info Data de Il Sole 24Ore).

Ultimo, ma non meno importante, la spesa sanitaria regionale pro capite scende tanto più quando maggiore è la presenza di immigrati (che sono giovani e ricorrono meno alle cure).  In Emilia Romagna, nel 2015, il costo per ricovero è stato di 2.426 € euro per uno straniero e 3.521€ per un italiano (Fondazione Leone Moressa,Rapporto sull’economia dell’immigrazione 2018).

Gli immigrati ci costano troppo…non possiamo mantenerli. Gli immigrati regolarmente residenti in Italia versano nelle casse pubbliche: 3 miliardi di Irpef; 2,5 miliardi di imposte sui consumi; 11,5 miliardi di contributi Inps, 940 milioni di imposte sui carburanti, 240 milioni da lotterie, 340 milioni per il rinnovo dei permessi di soggiorno, per un totale di 18,7 miliardi di €.

Cifre a cui andrebbe sommato l’1,5% sulle rimesse approvato dal Governo nel novembre scorso, ma che  l’Autorità garante della concorrenza (Agcom ) ha bocciato perché discriminatorio (Agcom, Bollettino n°7 del 19 febbraio 2019)

L’Italia spende per gli immigrati: 4 miliardi in Sanità, 3 miliardi per l’istruzione, 2,7 miliardi per la sicurezza, 2 miliardi per la Giustizia, e con l’aggiunta di servizi sociali, casa e altri trasferimenti, porta a un totale uscite di 16,6 miliardi di €.

Il saldo (entrate-uscite) è quindi positivo per  2,1 miliardi di €.

Su 16 milioni di pensionati, gli stranieri sono 130 mila..ma versano contributi in 2,4 milioni (Fondazione Leone Moressa, Economia dell’immigrazione 2018).

Aiutiamoli a casa loro… Premesso che l’Italia non ha mai raggiunto l’obiettivo stabilito nel 2000 di dedicare all’Aps (Aiuto pubblico allo sviluppo) lo 0,7% del pil, negli ultimi anni le risorse erano comunque cresciute dallo 0,17% del Pil nel 2013 allo 0,29% nel 2017 (media Ocse 0,31%).  Aps che però scenderà allo 0,26% nel 2020 e 2021 (Legge di bilancio 2019).
L’Europa non collabora alla ripartizione dei migranti che arrivano in Italia. Il trattato di Dublino, tuttora in vigore, obbliga gli Stati di approdo a farsi carico dei migranti e fu ratificato dall’Italia nel 2003, quando era in carica il governo Berlusconi, con voto favorevole anche della Lega. Se fosse stata approvata la riforma di questo accordo, come proposta dal Parlamento europeo, i migrati verrebbero  sbarcati subito e  ripartiti automaticamente tra i Paesi UE. I paesi non disposti ad accoglierli vedrebbero ridotti i fondi accordati.  Ma nella votazione sulla riforma, del 16 novembre 2017,  la Lega, che non partecipò a nessuna delle 22 riunioni  di negoziato, durato due anni, si astenne, mentre il M5S votò contro.
I paesi dell’area euro (19) crescono meno dei restanti dell’UE, che sono fuori (9). Facendo uguale a 100 il pil (ricchezza a prezzi correnti) del 2005,  a fine 2017 la crescita media è stata la seguente: paesi UE indice 115,7; paesi area euro indice 113,2.

Ma nello stesso periodo (2005-2017), facendo sempre uguale a 100 l’anno di partenza per ciascun paese,  nella stessa area euro qualcuno ha fatto meglio, altri peggio: la Germania, a fine periodo, ha raggiunto l’indice 121; la Francia 113; la Spagna 111; la Finlandia 109; il Portogallo 103; l’ITALIA 98.  Vuol dire che qualcuno è cresciuto, altri, vedi Italia, sono tornati indietro.

Fuori dall’euro, facendo sempre il pil  2005 uguale a 100, a fine 2017 abbiamo:  Polonia 158,2;  Romania 148,4; Ungheria 116,4; Regno Unito 117,2 .

L’indice, per alcuni, è salito di più, semplicemente perché il punto di partenza del paese era molto basso.

Senza considerare, poi, che una grossa parte del risultato ottenuto è dovuto ai generosi finanziamenti europei. A titolo di esempio: l’Ungheria ha contribuito, nel 2016, al bilancio UE con 924 milioni di €, ma ha ricevuto in cambio 4,5 miliardi di €, con un saldo positivo per la sua economia che equivale al 3,2% del suo pil;

La conferma, che si partiva da un livello di sviluppo piuttosto basso, la si trova nel pil per abitante a parità di potere d’acquisto di fine 2017, dove risulta (in 000 di €) che a fronte di una media UE di 30, Polonia e Ungheria sono ancora a  quota 20 e la Romania a 18, mentre la Danimarca raggiunge 39, la Germania 38, la Francia 32, il Regno Unito 30, la Spagna 28 e ITALIA 29.

Infine, va aggiunto che dal 2000 al 2017 l’euro, nel frattempo divenuta la seconda moneta al mondo,  si è rafforzato (= importazione meno care) nei confronti di tutte le principali valute, come dimostrano alcuni cambi: lira sterlina/€ da 0,61 a 0,88; dollaro USA/€ da 0,92 a 1,13; yen giapponese/€ da 99 a 126  (Fonte: Eurostat).

L’Italia versa 20 miliardi di euro al bilancio dell’UE. L’Italia ha versato, nel 2016, 13,9 miliardi di euro e ne ha ricevuto indietro, come fondi europei per vari progetti, 11,6 miliardi di euro, di cui il 44% destinato all’agricoltura.

La differenza (poco più di 2 miliardi di €) finanzia i paesi europei, in prevalenza dell’Est, con economie meno sviluppate .

La crescita dell’Italia è frenata dall’Europa. Premesso che le regole europee (come la verifica, ad opera della Commissione, delle annuali leggi di bilancio) sono state liberamente sottoscritte dai governi, Germania, Francia, Spagna, Portogallo ed altri dell’area euro, crescono tutti più dell’Italia, a dimostrazione che i problemi non risolti sono soprattutto nazionali e non vengono dall’Europa.

Una criticità tra le più significative, perché incide sulla competitività dell’economia nazionale e sulla fuga dei cervelli, è la spesa in ricerca&sviluppo (R&S): l’Italia spende in R&S (a parità di potere d’acquisto),  26 miliardi di €, contro 42 miliardi del Brasile, 60 miliardi della Francia, 109 miliardi della Germania, 170 miliardi del Giappone, 370 miliardi della Cina e 476 miliardi degli USA.

Pro capite sono 1.500 € negli USA, 1.400 € in Germania, 960 € in Francia e solo 500 € in Italia (Fonte: Unesco, dati al 2016).

L’Italia ha versato al Fondo salva stati 63 miliardi di euro (il Fondo serve ad erogare prestiti a paesi in difficoltà, come è capitato per Irlanda, Portogallo e  Grecia) . L’Italia ha sottoscritto, come garanzia in caso di necessità, quote per 125 miliardi di euro, ma ne ha effettivamente versati solo 14 miliardi, il 17% del ESM (European Stability Mechanism), a fronte del 27% della Germania e del 20% della Francia. Al Fondo, che agisce solo nell’area euro,  contribuiscono solo i 19 paesi aderenti alla moneta unica (Fonte: ESM, Annual report 2017).
In Europa c’è troppa burocrazia. Circa 55 mila persone lavorano nelle istituzioni europee, di cui poco meno di 34 mila (4 mila di nazionalità italiana) per la Commissione europea.

Per il solo lavoro di traduzione e interpretazione nelle 24 lingue ufficiali  ci sono 4.300 traduttori e 800 interpreti.

Per coprire le spese del personale, dell’amministrazione e la manutenzione degli edifici, l’UE destina circa l’6% del bilancio annuale (Fonte:CE, 60 buone ragioni, pag.62).

Per un confronto si consideri che i dipendenti del Comune di Roma, tra diretti (23 mila) e delle partecipate (31mila), sono in totale 54 mila (Commissione Roma Capitale, giugno 2018).

Questo non significa che l’organizzazione e la burocrazia comunitaria non possa essere migliorata.

Prima gli italiani…e altre rivendicazioni di sovranità, in genere contro altri cittadini e paesi. La priorità da dare ai propri cittadini (italiani in Italia, tedeschi in Germania, ecc.) è un obiettivo comune e condiviso da tutti gli stati, restano però in sospeso due questioni:

a. chi sono i cittadini cui si fa riferimento;

b. qual’è il modo migliore per raggiungere lo scopo.

L’art. 3 della Costituzione  afferma che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione…”.

Quindi, per la nostra Costituzione è cittadino, titolare di pari dignità, chiunque  abbia titolo legale (per nascita, residenza, titolare di permesso di soggiorno o altro visto regolare) per risiedere in Italia.  Questo non esclude l’applicazione di regole, che devono valere per tutti,  per l’accesso ad alcuni beni e servizi di cui il cittadino ha diritto (la casa, la mensa scolastica, ecc.).

Chiarito questo aspetto arriviamo al secondo punto: gli interessi dei propri cittadini  sono difesi meglio agendo da soli o in cooperazione con altri, come accade partecipando all’UE ?

L’Italia, lo abbiamo detto, è appena una goccia nel mare dell’economia mondiale  e da sola non ha la forza per  contrastare la finanza internazionale,  né di imporsi alle grandi imprese sovranazionali, a cominciare da quelle digitali, tanto meno di rispondere ai dazi di qualche paese più grande (esempio, gli USA), che per una nazione esportatrice possono procurare danni seri.

Meno ancora può difendere in solitario le proprie frontiere, quando le armi moderne si fanno beffa delle distanze ed ignorano tutte le linee difensive, fortificazioni e trincee.

L’Italia non può essere autosufficiente nemmeno per l’alto debito pubblico che si ritrova, in valore assoluto il più alto d’Europa (2.435 miliardi di € a novembre 2018, 38 mila euro a testa, pari al 133% del pil), che obbliga i governi, tutti i governi, a chiedere soldi in prestito per pagare, tra l’altro, stipendi e pensioni.

Solo per il pagamento degli interessi il debito pubblico costa alle casse pubbliche  60-70 miliardi di euro l’anno.

Esclusa quindi, per mancanza di condizioni, l’autosufficienza, che è il presupposto di una sovranità piena,  è del tutto evidente che gli interessi nazionali sono meglio tutelati (vale sempre il vecchio detto che l’unione fa la forza) stando insieme agli paesi europei. Magari, avanzando proposte per il rafforzamento della UE , condizione per una maggiore garanzia di successo delle proprie idee e proposte.

 

Indirizzi utili per saperne di più:

www.stavoltavoto.eu/

www.europainmovimento.eu/  (contiene risposte a tante notizie false che circolano)

www.what-europe-does-for-me.eu/

www.europarl.europa.eu/meps/it/home

https://europa.eu/european-union/about-eu/institutions-bodies_it

https://missingmigrants.iom.int/

Redazione di : Primo Silvestri
Direttore TuttoRomagnaEconomia (TRE)
Inserto del settimanale Il Ponte di Rimini

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