Il recupero nel 2023 (forse)

Reduci della contestata sfilata degli alpini e già proiettati verso la prossima stagione balneare, che pare promettere bene, se si troverà il personale che manca, perché non più disposto ad accettare condizioni di lavoro poco rispettose dei diritti di chi lavora (il reddito di cittadinanza, spesso evocato a giustificazione, non c’entra niente visto che lo stesso fenomeno si registra in altri paesi turistici, dove questa misura è assente), a molti sono sfuggite le previsioni economiche, per carità sempre relative, per il 2022, diramate dalla Camera di Commercio della Romagna.

Previsioni che danno, per Rimini, una crescita del valore aggiunto, cioè la ricchezza creata, poco sopra il due per cento, dopo aver superato il cinque per cento nel 2021. Non va molto meglio al resto dell’Emilia Romagna.

La frenata, prima causa covid, adesso la guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, è generale e fin qui non ci possono essere rimpianti particolari. Anche se il mezzo milione di turisti russi del 2019, il secondo gruppo dopo i tedeschi, che quest’anno mancheranno per completo, perché tanti andranno in Turchia, si farà sentire soprattutto in Riviera.

Previsioni al ribasso che per Rimini hanno un significato molto chiaro: se non ci saranno altri incidenti di percorso (il covid ha comportato una perdita di valore aggiunto, nel 2020, del dieci per cento), non si recupereranno i livelli di attività ottenuti nel 2019, prima della fine del 2023.

Questo vuol dire che si manterrà il tradizionale ritardo nel valore aggiunto per occupato, 61 mila euro scarsi per Rimini a fronte di 71 mila in Emilia Romagna, che si tradurrà, come già accertato, in salari e pensioni più basse.

Se questa è la situazione, andrebbero individuate tutte quelle misure, non dipendendo dal contesto internazionale, contro cui possiamo fare ben poco, che possono aiutare le imprese quanto meno a superare gli ostacoli locali.

Ci riferiamo alle tante aziende, manifatturiere, ma anche turistiche, che non riescono a trovare il personale di cui hanno necessità. E’un problema annoso, che si trascina tra disoccupati inoccupabili e formazione non al passo con i tempi. Una carenza tanto sentita da costringere talune aziende, ma non tutte sono in grado di farlo, ad organizzarsi la formazione da sole.

Sarebbe utile, e anche poco costoso, che periodicamente si mettessero intorno ad un tavolo le aziende, gli istituti e gli enti di formazione, i Centri per l’impiego, per coordinare e provare a gestire in modo minimamente razionale il mercato locale del lavoro. Le aziende, così, non dovrebbero rinunciare ad investire e produrre, per mancanza di personale, con vantaggio di tutti. Purtroppo manca un soggetto in grado di gestire questa fase. Dovrebbe essere il Pubblico, ma con la Provincia ridotta ai minimi termini non si vedono altri candidati.  Il risultato è che continueremo ad avere una capacità produttiva costretta a procedere col freno tirato. Non proprio il massimo in questa fase.