Il Pubblico e le colonie

Dopo il nono tentativo fallito, ad inizio dicembre, di vendere a qualcuno la colonia Bolognese di Miramare di Rimini, nonostante lo sconto della base d’asta, scesa dai 18 milioni di euro iniziali a 4,5 milioni di euro, è giunto il momento, a meno che non si decida di regalarla, di pensare a soluzioni diverse. 

Questo caso, che si aggiunge alla infinita storia della ex Novarese, sempre a Miramare, dove nel 2011 doveva sorgere il Polo del benessere riminese (un settore dove il mercato non mancherebbe), con la creazione, si disse all’epoca, di 250 nuovi posti di lavoro, poi finito in niente per il fallimento della Coop 7 che doveva realizzare l’investimento, mostra che non sempre il mercato, cioè il privato, per miopia, carenza di un interlocutore giusto, o semplicemente perché valuta il potenziale ritorno non adeguato, è il mezzo più indicato per recuperare e valorizzare risorse importanti del territorio.

Giunti a questo punto la domanda che tanti si faranno è semplice: veramente le colonie, spaziose, con una architettura per niente banale, a due passi dalla spiaggia, dove tanti aspirerebbero avere una casa, non valgono niente? E’ difficile crederlo.

Quindi è chiaro che c’è qualcosa che non va, ed è forse arrivato il tempo di pensare ad altre strade. Che, cioè, sia il Pubblico ad impegnarsi in prima persona.

Le cose che si potrebbero fare sono tante. Maurizio Focchi, titolare della ditta omonima, già presidente di Confindustria, in una intervista recente a TRE ha proposto di utilizzare le colonie per installarci un hub (nodo di una rete) innovativo, collegato ai giovani, alle start up, al digitale e alla economia verde. Vista la carenza locale di buoni posti di lavoro, in particolare per giovani e donne, sarebbe certamente un investimento che compenserebbe molti ritardi.

Un hub per l’innovazione che nella stessa colonia potrebbe convivere con una parte da destinare ad uno studentato universitario, un’altra da organizzare per ospitare professionisti, italiani e internazionali, che preferiscono lavorare a distanza. Lavoratori che non hanno orari fissi, sono creativi e  sicuramente apprezzerebbero la possibilità di una pausa scendendo a fare una passeggiata in spiaggia. E d’estate fare anche un bagno.

Ci sono paesi, come Spagna, Costa Rica e altri, che si stanno attrezzando per attrarre questo genere di lavoratori e lavoratrici da tutto il mondo. Normalmente sono persone che guadagnano bene e avrebbero tanto da lasciare (ristoranti, sport, cultura, ecc.) sul territorio.

Senza escludere che in parte possano diventare anche centri socio-culturali di Quartiere.

Insomma, le colonie potrebbero rinascere diventando luoghi di cultura, innovazione, creatività, attrattive per talenti e nuove forme di lavoro, aperte a frequentazioni internazionali.

Se nessun privato mostra interesse e ora che il Pubblico si metta in gioco. Non c’è più tempo per aspettare. Anche perché i fondi, ora copiosi, non ci saranno per sempre.