"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Il mercato estero: una opportunità per crescere

Considerando il ritmo di crescita dell’economia italiana per l’anno in corso,  meno dell’uno per cento,  tra i più bassi d’Europa (dove la media, pur in calo, è del 1,7 per cento),  non c’è da stare molto allegri. Questo andamento non è una condanna perché la Germania, che ha risentito della crisi quanto l’Italia,  viaggia ad un ritmo molto più sostenuto (superiore al 2,8 per cento), ma il risultato di almeno un decennio di perdita di competitività, dovuta tra l’altro alla mancanza di una seria politica industriale, a pochi investimenti in ricerca, innovazione e formazione (mentre il Governo taglia finanziamenti a ricerca e istruzione, la Germania si comporta esattamente all’opposto).  Così non è un caso se la Germania vede crescere le sue esportazioni, dove ha una fetta superiore al 9 per cento mondiale, mentre l’Italia ripiega sotto il 4 per cento.

In questo panorama, le prospettive per la provincia di Rimini sono tutt’altro che rosee. Se le ultime (maggio scorso) previsioni della Camera di Commercio dovessero trovare conferma, la produzione di beni e servizi di Rimini sarebbe negativa nel 2011, cioè si produrrebbe meno dell’anno prima, per risalire solo di uno zero virgola qualcosa nei due anni successivi. Va da se che l’occupazione non tornerebbe a crescere, dopo la perdita di quattromila addetti nel 2010, prima del 2014. Uno scenario tra i peggiori dell’Emilia Romagna, e perfino più negativo dell’Italia, con una prospettiva socialmente molto pesante.

Quando la domanda locale e nazionale langue di solito una boccata di ossigeno può venire dalle esportazioni, cioè andando a vendere nei mercati degli altri paesi, a partire da quelli che stanno andando economicamente meglio.

Le esportazioni delle aziende riminesi,  dopo la brutta caduta (- 24 per cento) del 2009, nel 2010 sono risalite ma non hanno ancora recuperato i valori precedenti la crisi (1.625 milioni di euro di export  nel 2008). La ripresa dell’export, confermata dai risultati del primo trimestre 2011 che segnano un più 19 per cento, rappresenta comunque il segnale di uno sforzo importante che tante imprese stanno compiendo per farsi spazio all’estero.

Sforzi che continuano ad essere concentrati nell’ambito dell’UE-27,  dove si dirige il 58 per cento dell’export locale per il 2010, in linea con i flussi regionali, mentre Rimini fa di più per penetrare nei Paesi extra UE (dopo la Francia, ma prima della Germania, la Russia è il secondo partner commerciale della provincia), che infatti comprano il 18 per cento delle nostre esportazioni, il doppio  della percentuale regionale.

Sistemati così, in Europa, i tre quarti delle merci che prendono la via dell’estero, il quarto che resta prende il cammino del mercato Nord Americano (5 per cento, in calo),  Centro-Sud Americano (stabile al 3 per cento), del vicino e Medio Oriente (7,3 per cento, in leggera crescita) e dell’Asia (4,7 per cento, anche questo in lieve aumento).

Come si vede, considerando le esportazioni per aree geografiche di destinazione, tra i flussi commerciali  pre e post crisi 2008, non ci sono stati grandi stravolgimenti. L’Europa rimane il mercato di riferimento, anche perché più vicino e culturalmente affine, ma in un periodo in cui, pur con importanti differenze tra Paesi, anche la crescita economica dell’Unione Europea non fa salti mortali, una maggiore attenzione verso i mercati più dinamici (dalla Cina all’India, quest’ultima non compare nemmeno nella lista dei primi trenta paesi per esportazione, mentre figura il sesto Paese per importazioni, tra l’altro in crescita, verso Rimini) dovrebbe costituire un orizzonte verso cui guardare.  Una disattenzione, quella  per i mercati emergenti asiatici ed extra UE, che purtroppo è comune all’Italia intera, come ha sottolineato di recente anche uno studio di Confindustria nazionale.

Tra i settori locali con maggiori vendite all’estero al primo posto si conferma, perché il cambio c’è stato a metà del duemila,  il tessile e l’abbigliamento (oltre 600 milioni di euro), seguito dalle macchine ed apparecchi meccanici (313 milioni di euro) e dai mezzi di trasporto (158 milioni di euro).  Unendo però meccanica ed elettronica si raggiungono gli stessi valori della moda.

Nel settore abbigliamento, compreso le calzature, l’Italia figura ancora, nel 2010, il secondo produttore mondiale, ma la sua quota si va erodendo: dall’11 per cento del 2000 all’8,1 per cento nel 2010.

La fotografia dell’export della provincia di Rimini non può però chiudersi senza ricordare, accanto ai segnali positivi,  che  la locale propensione all’export (l’export in rapporto al valore aggiunto) è la metà del dato regionale, 15 a fronte del 29 per cento, e che il valore dell’export per impresa è appena di 36 mila euro contro 85 mila euro dell’Emilia Romagna (120 mila euro per  Modena e Reggio Emilia)  e 55 mila euro dell’Italia.

Una distanza da recuperare che richiede sforzi congiunti, soprattutto quando le esportazioni possono diventare una opportunità per le piccole e media aziende, che sono la maggioranza in questo territorio e che da sole hanno più difficoltà, per ragioni organizzative e finanziarie,  a vendere all’estero.

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