"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Il manifatturiero di Rimini e della Romagna

Un recente (maggio 2016) rapporto Prometeia sul made in Italy manifatturiero proiettato  al 2020, dopo aver segnalato la perdita, tra il 2008 e il 2014, di 55 mila aziende sul piano nazionale  e una variazione di fatturato, nello stesso periodo, positivo solo per le grandi aziende che stanno sopra  i  50 milioni, mentre le piccole e le medie perdevano terreno, sottolinea alcune debolezze, oramai storiche, che riguardano:   l’alta percentuale di imprenditori industriali con più di 64 anni ( 22% in Italia, contro il 12% del Regno Unito e il 9% della Germania), le poche imprese che vendono utilizzando il canale del commercio elettronico (8% in Italia a fronte del 25% della Germania), l’insufficiente spesa, pubblica e privata,  in ricerca e sviluppo (1,3% del pil in Italia, quando la Germania è al 2,8% e l’obiettivo europeo per il 2020 è di arrivare almeno al 3%) e lo scarso impegno privato sempre in ricerca&sviluppo (1% del valore della produzione, a fronte del 1,5% del Regno Unito e del 2,6% della solita Germania).

A questa situazione, già non troppo brillante, la CGIA di Mestre aggiunge che  al netto dell’inflazione, tra il 2007 (quando la crisi è iniziata) e il 2015,  gli investimenti in Italia sono scesi di ben 109,7 miliardi di euro, pari, in termini percentuali, a una diminuzione di quasi trenta punti percentuali. Nessun altro indicatore economico ha registrato una caduta così significativa.

L’ammontare complessivo degli investimenti fissi lordi reali registrati l’anno scorso (258,8 miliardi di euro) è quasi lo stesso che avevamo nel 1995 (264,3 miliardi di euro). In buona sostanza siamo ritornati allo stesso livello di venti anni fa, scrive la nota.

Criticità del nostro apparato produttivo che  si traducono in un  ridotto numero di occupati con titolo universitario (21% sul totale  in Italia,  il 28% in Germania e il 42% nel Regno Unito.. ragione per cui tanti giovani preparati se ne vanno), e in altrettanti pochi manager e imprenditori in possesso di un titolo universitario (26% sul totale in Italia, il 52% in Germania, il 72% in Francia).

Un quadro di ritardi che costituisce già una indicazione, per la verità non nuova, dei campi in cui sarebbe urgente  porre rimedio, per difendere, ma soprattutto affermare ed estendere nel mondo il made in Italy.  In particolare di fronte ai segnali di moderata ripresa dell’economia.

Dato questo contesto, la provincia di Rimini non è esente dai ritardi che caratterizzano la competitività delle imprese nazionali.  Al contrario, alcune criticità sono semmai accentuate.  Come gli investimenti in innovazione (ricerca&sviluppo, ecc.) che ammontano a circa un terzo della media delle imprese regionali (Rapporto sull’innovazione in Emilia Romagna 2014), la domanda di personale laureato da parte del nostro sistema produttivo, anche escludendo gli stagionali,  resta ben al di sotto   dei valori  regionali e nazionali (9 % contro rispettivamente il 14 e 15 % del totale delle assunzioni), la richiesta di brevetti europei EPO  ferma, nel 2014, a 38 per milione di abitanti,  tra l’altro in calo negli ultimi anni, quanto la media regionale si attesta  su 143, con il primato di  Parma che arriva  a  221 per milione di residenti.

In Romagna vanno leggermente meglio Forlì-Cesena (55 brevetti per milione di abitanti) e Ravenna (97), ma anche loro restano molto  lontane dalle medie delle province emiliane.  Conferma di un sistema produttivo regionale, soprattutto sul piano industriale, spaccato quasi a metà, con l’ Emilia molto più dinamica e innovativa della Romagna. Non è un caso, allora, se gli investitori esteri scelgano più l’Emilia della Romagna (leggere TRE di ottobre 2016).

Solo considerando le società di capitale manifatturiere, questo divario, in provincia di Rimini, si traduce in un valore aggiunto per addetto  di 59 mila euro (2014), a fronte di  76 mila euro della media regionale, cioè quasi un terzo di meno.  Di conseguenza anche il costo del lavoro, e a cascata i salari, ne risentono, restando, quelli riminesi, costantemente al di sotto delle retribuzioni   regionali:  28 mila euro circa il salario medio lordo a Rimini, quasi 30 mila euro quello regionale.

Il ritardo del sistema delle imprese riminesi è ben confermato dall’esito dell’ultimo bando di finanziamenti per l’innovazione nelle  PMI: solo 5 i progetti finanziati, con un contributo richiesto di poco superiore a 200 mila euro (su un totale di 8 milioni), e per soli 4 nuovi posti di lavoro !  All’ultimo posto in Emilia Romagna.

Una situazione di ritardo che si protrae da troppo  tempo e che avrebbe bisogno di maggiore attenzione da parte di tutti.  Con la conferma che è sempre l’Emilia, con un sistema  industriale sicuramente più strutturato, a fare la parte del leone.

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