"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

agosto: 2018
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Il lavoro al centro

Il lavoro mostra segnali di ripresa a livello nazionale, ma non sembra avvenga la stessa cosa in provincia di Rimini, dove tra l’altro tutti gli indicatori sono sotto le medie regionali, escluso la disoccupazione, che è sopra di diversi punti.   A conferma dell’urgenza del problema.

Infatti, questa è la ragione per cui le ACLI di Rimini  hanno deciso di puntare i riflettori sul lavoro, con una conferenza pubblica che si è tenuta il 12 maggio scorso al cinema Fulgor e che ha avuto per titolo proprio: Rimini: il lavoro al centro. Alla ricerca di opportunità.

Nell’occasione è stato presentato un Rapporto (scaricabile sul sito di Acli Rimini), che è anche frutto di un viaggio tra un gruppo di aziende locali alla scoperta di taluni  disallineamenti tra domanda e offerta di lavoro, ma anche delle prospettive future per vecchie e nuove figure professionali, visto il ritmo dell’innovazione, ed in particolare della digitalizzazione delle aziende, almeno quelle più competitive.

Secondo l’indagine 2017 Excelsior-Unioncamere sul personale richiesto dalla aziende private della provincia di Rimini, un profilo su cinque risulta di difficile reperimento, per mancanza di candidati o per preparazione inadeguata.  Eppure non mancano le persone senza lavoro. Ma il problema è che tante di queste mancano dei requisiti per ricoprire i posti vacanti.  Con un doppio costo: per i senza lavoro che continuano a non trovare un posto, per le aziende che devono moltiplicare gli sforzi per sopperire a questa carenza.

E’ il caso, che si somma alle aziende di cui abbiamo scritto nel numero di marzo di questo giornale, prevalentemente meccaniche, del Gruppo Aeffe, dove a riceverci nella sede di San Giovanni in Marignano, c’è Alessandro Drudi, incaricato delle Risorse umane.

Quotato in borsa, produce capi di abbigliamento, ma anche scarpe ed accessori, con marchi noti come: Moschino, Alberta Ferretti, Pollini, ecc..    Nel 2017 ha fatturato 313 milioni di euro, con una crescita dell’11 per cento sull’anno prima, vendendo  all’estero i due terzi della produzione.

In realtà, nel quartiere generale, Aeffe fa progettazione e prototipazione di capi, in pratica disegna i modelli e mette a punto i prototipi,  ma la produzione avviene altrove, delegata a ditte esterne, in Italia e all’estero, come Tunisia e Ungheria.

Anche senza produzione, in sede lavorano 510 persone, per l’80 per cento donne. Il 18 per cento del personale ha una laurea, ed almeno la metà possiedono un diploma. In stragrande maggioranza godono di un contratto a tempo indeterminato ed il 10 per cento lavora part-time, principalmente per ragioni familiari.

Inutile aggiungere che anche nell’abbigliamento i modelli di produzione  e gestione  si evolvono e la tecnologia avanza a grandi passi.  Due, tra le tante, le innovazioni più recenti: la realizzazione di modelli di abiti in 3D (tre dimensioni), che consente di vestire virtualmente, sullo schermo di un pc,  un manichino digitale (avatar)  potendo così  verificare in anticipo, prima cioè di realizzare fisicamente il prototipo, se ci sono difetti, quindi correggerli (in gergo: sdifettamento),  se la combinazione dei colori è quella desiderata, ecc.;  l’uso di un nuovo sistema RFID ( Radio-Frequency IDentification) per l’identificazione e il caricamento automatico, grazie ad una scheda elettronica, dei capi in entrata (quelli confezionati fuori) e  in uscita, cioè pronti per la spedizione ai rivenditori.  Un lavoro che prima veniva svolto manualmente, con maggiori rischi di errore e impiego di personale (è sufficiente una persona in luogo di tre).

La prossima innovazione, che punta ad eliminare ogni comunicazione cartacea, riguarderà l’invio, il ricevimento e la trasmissione degli ordini via iPad e apps dedicate.

Come è facile intuire, il passaggio dal modello virtuale a quello fisico, richiede figure professionali altrettanto abili e preparate.  In primo luogo le sarte. Aeffe, tra cucitrici, stiratrici e addette ai punti a mano, ne impiega una cinquantina, ma sono sempre più difficili da trovare, anche per fare fronte al normale avvicendamento dovuto a pensionamenti e abbandoni.

La professione di sarta non attrae più come un tempo, forse perché troppo legata ad un vecchio immaginario. Oggi non è più così. Una buona sarta, oltre a tanta manualità (i capi più prestigiosi ancora sono cuciti a mano), deve avere dimestichezza con modelli digitali,  programmi 3D e altre innovazioni. Semplificando si potrebbe dire che le competenze di una sarta moderna sono un misto di taglio, cucito e software.

Non sono da disdegnare nemmeno le possibilità di carriera, perché se dopo un percorso di apprendimento ed esperienza, che in genere non dura meno di cinque anni, si riesce a diventare “prima sarta” o primiére,  come sono comunemente definite nell’ambiente, quelle per intenderci che realizzano gli abiti più complessi e lo stilista si porta dietro alle sfilate, anche lo stipendio ne guadagna (una buona sarta guadagna in media 1.400 € netti).

Non sono facili da trovare nemmeno i prototipisti, cioè gli addetti a confezionare i prototipi degli abiti, disegnati dal modellista, che andranno poi messi in produzione.

I modellisti, invece, si trovano,  meno quelli che sanno lavorare in 3D, la nuova frontiera della progettazione.

Infine sono difficili da trovare, in particolare a livello locale, esperti in e-commerce del settore  moda, la cui formazione richiede almeno un paio di anni di pratica.

Dalla produzione di beni a quella di servizi. E il caso del Gruppo SGR, attivo nella vendita di energia, manutenzione e installazione di impianti, gestione del calore ed altro, operativo  in Italia ma anche all’estero (Bulgaria), dove incontriamo Bruno Tani, vice presidente, direttore generale e amministratore delegato.

Con un fatturato 2017 di 294 milioni di euro (+42 per cento sul 2016)  e circa 400 addetti, di cui 350 nel riminese, il 29 per cento laureati e il 56 per cento diplomati, figura  tra le principali aziende del territorio.

Nell’ultimo triennio ( 2014-2016), a fronte di 26 uscite i nuovi assunti sono stati 50, con un saldo positivo di  24.

Distribuire e vendere energia oggi, non è la stessa cosa di qualche decennio addietro.    La materia prima (gas) è rimasta la stessa, ma sono cambiati i servizi.  E sono quelli che spingono  in alto l’occupazione. Manutenzione della caldaie, assistenza, installazione impianti, teleriscaldamento, telecontrollo, gestione, efficientamento e mantenimento del calore (caldo e fresco) di interi edifici/condomini (come il grattacielo di Rimini) sono operazioni che richiedono: elettricisti, idraulici, ingegneri specializzati in energia, commerciali per le vendite e addetti ai call center. Assunti tutti direttamente dall’azienda, mentre viene appaltato all’esterno solo il caricamento dati.

Sono figure professionali per cui l’azienda, potendo attingere anche dal personale liberato da imprese in crisi, non trova particolari difficoltà a  reperire, fatta eccezione per profili particolari e per cui sono previsti anche percorsi formativi specifici a carico della stessa.

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