"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

ottobre: 2017
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Il lavoro 4.0 nell’industria e nei servizi

Che cos’è industria 4.0

 Premesso che il numero 4 sta per quarta rivoluzione industriale (dopo la prima del XVIII secolo che introdusse il telaio meccanico, la seconda d’inizio XIX secolo con l’avvento dell’elettricità e la produzione di massa, infine la terza, a metà XX secolo, collegata all’introduzione dell’informatica), per Industria 4.0 si intende l’applicazione  di internet delle cose (IoT l’acronimo inglese) nella produzione industriale e nei servizi.  Internet  delle cose vuol dire far interagire tra loro, tramite sensori, parti del mondo fisico utilizzando la rete.  Interazione che consente di migliorare la produzione, renderla più flessibile e personalizzabile, fare la manutenzione di una macchina prima che si rompa (con i sensori che avvisano quando si è al limite), ridurre la distanza tra manifattura  e servizi, rivoluzionare diversi aspetti della vita quotidiana, come avere il frigorifero che ordina on line  il latte quando finisce, oppure disporre di una sveglia che suona prima il mattino se per strada c’è traffico, ecc. Chiaramente  alcune innovazioni sono futuristiche, ma indicano la strada.

Già ora nel mondo si contano 20 miliardi di sensori collegati a magazzini, sistemi stradali, linee di produzione in fabbrica, rete di trasmissione dell’energia elettrica, uffici, abitazioni, ecc.. Sensori  che molto probabilmente diventeranno 45 miliardi nel 2025 e addirittura, qualcuno prevede, 100 miliardi nel 2030.

Industria 4.0, quindi, non è una nuova fabbrica, salvo la presenza sempre più massiccia di tanti robot,  ma un nuovo modo di programmare, produrre, vendere beni e servizi.  Nuovo modo di produrre che richiederà  anche nuove modalità di lavorare, per cui occorre prepararsi.

Come cambierà il lavoro

Finita la produzione di massa, quando si fabbricavano milioni di vetture, televisori, frigoriferi, ecc., tutti uguali, per un mercato vergine in espansione, siamo entrati nell’epoca della personalizzazione, di prodotti e servizi sempre più a misura del consumatore. Questo richiede tanta  adattabilità e flessibilità, con ricadute nell’organizzazione della produzione, del lavoro e delle vendite.

Lavori fisici e ripetitivi, ma anche complessi, verranno sempre più svolti da robot (da robota, parola di origine ceca coniata, in un suo dramma teatrale, dallo scrittore Karel Čapek).  Si calcola che la spesa dell’industria per l’utilizzo della robotica crescerà dagli 11 miliardi di dollari del 2015  a 24,4 miliardi nel 2025.  Solo nel 2017 si venderanno più di 300 mila nuovi robot, che diventeranno 400 mila nel 2019.   Tra i maggiori utilizzatori di robot c’è l’industria dell’auto, dell’elettronica, dei metalli e della chimica.  Sud Corea, Singapore, Giappone e Germania sono tra i maggiori utilizzatori: tra 300 e 500 robot ogni dieci mila occupati manifatturieri (The Economist).

Nella nuova fabbrica i lavori semplici e ripetitivi, manuali ma anche impiegatizi, saranno sempre più svolti da robot o da sistemi intelligenti, compresi lavori che richiedono calcoli complessi.  La compagnia di assicurazione giapponese Fukoku Mutual Life Insurance, dal primo gennaio 2017 ha rimpiazzato 34 dipendenti con un  “IBM Watson Explorer”, da cui spera di ottenere un aumento di produttività del 30 per cento.

Crescerà, invece, la domanda di lavoratori specializzati nella personalizzazione del prodotto, che sappiano cioè programmare macchinari sempre più complessi per ottenere il prodotto o servizio desiderato dal cliente (un auto personalizzata è composta di almeno 55 parti diverse tra cui poter scegliere).

Ma essendo le macchine, come scrive il Centro studi sul lavoro  Adapt  in “Come cambia il lavoro nell’industria 4.0 ?”, sempre soggette ad errori e ad incontrare ostacoli imprevisti, l’operaio o l’impiegato deve essere in grado di risolvere questi problemi, che il più delle volte non riguardano ostacoli fisici, ma problematiche  collegate ai sistemi informatici che governano la produzione o il servizio.

Allo stesso modo la logistica interna di uno stabilimento non viene più gestita manualmente da lavoratori ma da robot in grado di sollevare pesi ben superiori.

Un caso esemplare è quello di Amazon, la prima piattaforma  al mondo per vendite on line, dove un esercito di robot scivolano sul pavimento con sopra impilati  alti mucchi di oggetti, dai bestseller agli articoli da cucina. Sono i robot Kiva,  e nei magazzini Amazon in giro per il mondo ce ne sono circa 300 mila.  Secondo l’azienda l’arrivo dei robot ha ridotto di circa il 20 per cento le spese operative della società, con un risparmio netto di  22 milioni di dollari in costi di logistica (Bhasin e Clark su  Bloomberg, 2016).

Il secondo cambiamento rivoluzionario, prosegue Adapt nello stesso documento,  riguarda gli orari e i luoghi di lavoro. Sappiamo infatti che, essendo la produzione gestita virtualmente, nulla impedisce ad un lavoratore di controllarla in remoto, dal proprio computer di casa o da un semplice smartphone,  quando si trova in un altro luogo.  La flessibilità della produzione, resa possibile dall’utilizzo dei GPS, potrà consentire orari di lavoro più flessibili e la possibilità, per necessità familiari, di salute, ecc., di lavorare a distanza.  Flessibilità già presente in diverse aziende, anche nazionali.

In questo contesto, ricerca e sviluppo diverranno sempre più necessari per la competitività dell’impresa.  Insieme alla domanda di personale qualificato.

Un report di Manpower americano scrive che il 96 per cento degli imprenditori intervistati dichiara che l’assunzione di maestranze altamente qualificate (high-skilled) è la chiave perché la manifattura possa crescere nei prossimi  dieci anni.  I tanti giovani che si affacceranno nel mercato del lavoro, così come i disoccupati che oggi hanno necessità di riqualificarsi, ne dovranno tenere conto.

I robot nel turismo

Quanto lavoro e quanti lavori saranno interessati a cambiamenti così radicali ?  Secondo uno studio recente di McKinsey Global Institute, A future that Works, gennaio 2017, tra le attività a maggior rischio automazione  ci sono:  ricettività e servizi di ristorazione (nel 73 per cento delle attività), manifattura, trasporto e magazzinaggio, vendite al dettaglio, sanità e assistenza sociale, ecc. Come si vede non resta fuori nemmeno il turismo: si sta sperimentando un robot che sarà in grado di cuocere 400 hamburger l’ora. In Giappone è stato inaugurato, da poco,  il terzo hotel, di un centinaio di camere, completamento robotizzato, che da lavoro solo a sei persone, al posto delle normali venti.  La catena alberghiera Hilton sta invece sperimentando un  portiere robot.

Certo, non tutti i turisti gradiranno essere serviti da una macchina, per quanto intelligente, ma è comunque un segmento di mercato che si apre.

Complessivamente si stima che nel mondo saranno interessati a cambiamenti di una certa portata  qualcosa come  1,2 miliardi di occupati, di cui 54 milioni in Europa,  Italia compreso.

Il tempo in cui tutto questo avverrà non sarà uguale per tutti, ma è prevedibile che molto si giocherà nei prossimi vent’anni.   L’Italia, dato anche l’invecchiamento della popolazione, è indicata tra i primi ad essere interessata ad accelerare il cambiamento, anche per recuperare la produttività da troppo tempo perduta.

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