Il Covid non ferma le rimesse degli immigrati

Come, nel recente passato, è stato per gli italiani emigrati, le rimesse degli immigrati costituiscono una parte fondamentale delle entrare dei familiari restati a casa, e di conseguenza del paese di origine. Basta sapere che in alcuni paesi dell’America centrale come El Salvador e Honduras, oppure dell’Asia centrale come Tagikistan e Kirghizistan, le rimesse costituiscono tra il 21 e il 26 per cento del Pil.

Negli ultimi quarant’anni il flusso di rimesse in tutto il mondo è cresciuto esponenzialmente e il loro valore nel 2019 era di poco più di 700 miliardi di dollari, di cui 541 destinati ai paesi a basso e medio reddito, secondo la classificazione della Banca Mondiale.

Anche per questo motivo tra i target dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile numero 10 (ridurre le disuguaglianze) vi è anche quello di portare a meno del 3 per cento, entro il 2030, i costi di transazione (commissioni) sulle rimesse dei migranti.

Guardando all’Europa, l’incidenza delle rimesse è particolarmente rilevante nei paesi balcanici e in quelli dell’Est. In Albania e Ucraina, due paesi che ricevono una consistente quota delle proprie rimesse dall’Italia, il denaro inviato dagli emigrati è pari rispettivamente al 9,9 e al 9,5 per cento del Pil.

Nel nostro paese le rimesse in uscita hanno superato quelle in entrata (che continuano ad affluire e sono le rimesse dei circa 5 milioni di italiani emigrati) da metà anni Novanta, per via del numero crescente di lavoratori immigrati e del peso sempre meno rilevante del nostro passato migratorio. Nel 2019, l’Italia è stato il terzo paese dell’Unione europea per valore assoluto di rimesse inviate all’estero dagli immigrati residenti, dopo Francia e Germania. Il totale dei trasferimenti in uscita è stato di 6,7 miliardi di euro, di cui circa un miliardo rimasto all’interno dell’Unione europea e 5,7 miliardi inviati verso il resto del mondo.

Con il Covid, per via della perdita di tanti posti di lavoro e delle restrizioni che hanno colpito molte  attività, comprese quelle commerciali, tutti si aspettavano un calo delle rimesse. Con conseguenze per le famiglie riceventi facilmente immaginabili.  

Si è scritto, infatti, che a causa del declino nelle rimesse, 33 milioni di persone nei paesi in cui opera il World Food Programme (Wfp) si trovano, oggi, a rischio di malnutrizione.

In verità pare, almeno stando ai numeri ufficiali, che questo calo non si sia verificato. Molti, però, danno questa spiegazione: la Banca d’Italia conta il denaro che esce dai canali ufficiali (banche, poste, ecc.), non quello che segue percorsi informali, riportato direttamente dagli immigrati che tornano a casa, oppure consegnati all’autista del bus che mantiene i collegamenti con i paesi di origine (vale soprattutto per i paesi dell’Est) e altre vie.  Le chiusure e il divieto degli spostamenti pare abbia trasferito su canali formali il denaro che prima faceva percorsi informali. E questo spiegherebbe l’aumento registrato. O quanto meno il non calo.

Un fenomeno registrato anche in provincia di Rimini dove, nel 2020, in piena pandemia, i 36 mila immigrati residenti, hanno inviato alle loro famiglie 23 milioni di euro, 4 milioni in più dell’anno prima. Stiamo parlando di 636 euro per immigrato presente.

In passato le rimesse da Rimini sono state anche di più, nel 2013 avevano raggiunto 35 milioni di euro, poi, probabilmente, come conseguenza della crisi finanziaria del 2008-2010, si è assistito ad un progressivo calo, che si è ripreso solo negli ultimi anni.

I primi cinque paesi destinatari di rimesse da Rimini,  anno 2020, sono nell’ordine: Bangladash con 9,5 milioni di euro, Senegal con 6,7 milioni, Ucraina con 5,9 milioni, Romania con 3,7 milioni e Albania con 2,8 milioni.