Il benessere comparato della provincia di Rimini

Sono da poco usciti, ad opera dell’Istituto nazionale di statistica (Istat), gli indicatori di benessere equo e sostenibile (BES) 2021 delle province italiane, che hanno la pretesa di misurare e confrontare, ricorrendo a dati quantitativi e qualitativi, la bontà dei diversi modelli di sviluppo territoriale, evidenziandone esiti e ritardi.

Gli indicatori sono riuniti per argomento e la possibilità di metterli a confronto offre l’occasione, per le province, di comprendere e valutare il proprio posizionamento in ciascuna area.

Si comincia con la demografia, dove, non è una sorpresa, si assiste ad un calo demografico generalizzato: da Nord a Sud, da Rimini a Piacenza, per restare in Emilia Romagna. Non basta a compensare il calo naturale, cioè la differenza tra nascite e decessi, nemmeno la presenza stabile di immigrati, che normalmente rappresentano tra il 10-12 per cento di residenti in ciascuna provincia regionale.

L’impatto del calo demografico, dove gli ultrasessantacinquenni sono oramai il doppio dei minori di 14 anni (23-24 per cento i primi, secondo le province, a fronte 12-13 per cento dei secondi), già palpabile, ma che si sentirà di più in seguito, agirà su due fronti: mancanza di ricambio nel mercato del lavoro e un aumento della spesa pensionistica e sanitaria, perché gli anziani si ammalano di più.

Sin qui, tra le province, a cominciare da quelle emiliano romagnole, non c’è una grande differenza.

Le prime ombre, per Rimini, cominciano invece a comparire quando si passa all’economia e al benessere associato. 

Il valore aggiunto locale, che rappresenta la ricchezza creata ogni anno dalle imprese, di 27,5 mila euro per abitante, dato 2020, è poco lontano (due mila euro in meno) dalle restanti province della Romagna, ma ben più distante dai 35 mila euro di Bologna, 33 mila di Modena e 31 mila di Reggio Emilia, per citare alcune tra le più vivaci realtà emiliane, a fronte di una media regionale di 32 mila euro.

Una torta più piccola, tale è una minore produzione di valore, inevitabilmente porta con se anche salari, per i lavoratori dipendenti, più bassi. Infatti il salario annuo medio lordo di 16 mila euro (dato 2019) di Rimini, diventa 20 mila euro a Forlì-Cesena e Ravenna, ma 26 mila a Bologna, 25 mila a Modena e Reggio Emilia. Rispetto a queste due ultime province, a Rimini si guadagna un terzo in meno. Non è poco.

Una prima spiegazione di questo risultato così diverso lo si può dedurre osservando il numero delle giornate di lavoro effettivamente retribuite nell’anno. Rispetto ad un teorico 100 per cento, che vuol dire essere occupato a tempo pieno per 312 giorni l’anno, Rimini si ferma al 66 per cento, a confronto di percentuali che oscillano intorno all’80 per cento, in Emilia lo supera, delle restanti province regionali e nazionali.

Meno giornate di lavoro retribuite, uguale meno reddito da lavoro. Il conto torna. Ma come mai?

Semplice. E’ l’effetto turismo. Dove lavorano in tanti, più di 30 mila in un anno normale, prevalentemente donne, ma per periodi brevi, mediamente 130 giorni l’anno. Meno della metà delle giornate lavorabili in un anno.

Se si vuole puntare, ma inaspettatamente nessuno lo rivendica, nemmeno il sindacato, ad avvicinarsi al resto della regione non resta, quindi, che lavorare per trovare un impiego per le giornate che mancano. Nel turismo o in altri settori.

Un obiettivo che consentirebbe, inoltre, di ridurre il gap tra il tasso di occupazione (quanti lavorano ogni cento) maschile e femminile, a sfavore di queste ultime, oggi di 19 punti percentuali, mentre  la distanza media regionale di ferma a 14 punti (a Bologna 12).

E magari creare più occupazione anche per i giovani, considerando che il loro tasso di occupazione a Rimini si ferma al 32 per cento, ma sale al 43 per cento a Forlì-Cesena e 37 a Ravenna, con una media regionale del 41 per cento (2020). Di nuovo sotto a tutti gli altri.

Ma il benessere non è fatto solo di economia. C’è l’ambiente e ci sono i servizi.

Sul primo aspetto, relativamente alla produzione di energia tramite impianti fotovoltaici, Rimini ha un numero di impianti (circa 8) per kmq superiore a tutti gli altri, ma devono essere piccoli se quando si va a vedere l’energia prodotta da fonti rinnovabili questa supera di poco il 10 per cento del totale, a fronte del 21 per cento di Forlì-Cesena e del 45 per cento di Ravenna, con una media regionale del 20 per cento.  Nella discussione in atto sull’opportunità o meno di realizzare un parco eolico in mare dovrebbe entrare anche questo dato. L’autonomia energetica della provincia potrebbe diventare un obiettivo da raggiungere.

Nemmeno sulla disponibilità di verde urbano possiamo gioire troppo: 20 mq in provincia di Rimini, un po’ di più nelle altre province romagnole, ma ben lontano dai 44 mq della media dell’Emilia Romagna, con punte di 60 mq a Reggio Emilia. Per un territorio turistico, che vuole essere attrattivo anche  da questo punto di vista, forse bisogna fare decisamente di più.

Come ci vorrebbe più impegno, anche se siamo i messi meno peggio degli altri, a ridurre le perdite della rete idrica, che attualmente disperde un litro su quattro che viene immesso. Occorre investire nelle reti, ma non se ne vede traccia. Questo non ha comunque impedito al gestore, Hera, di riottenere, tramite gara pubblica, il rinnovo della gestione del servizio fino a tutto il 2039.

Per ultimo i servizi alle persone: bambini, cultura e digitalizzazione. Ombre anche qui. Per ogni cento bimbi di 0-2 anni, trovano posto negli asili comunali della provincia solo due su dieci: la copertura regionale più bassa. In Italia, per questo servizio, la provincia occupa il 66mo posto (su 107). Centesima posizione, invece, del Comune capoluogo, per il verde attrezzato dedicato ai bimbi di 0-14 anni (Qualità della vita dei bambini, report del Sole 24 Ore).

Non va meglio per la cultura: 13 biblioteche ogni cento mila abitanti a Rimini, 23 a Forlì-Cesena e 30 a Ravenna, con una media in regione di 25.

Infine la copertura dei nuovi servizi digitali: hanno accesso alla rete veloce (fibra) il 16 per cento delle famiglie della provincia di Rimini, a fronte del 54 per cento di Bologna, 31 per cento di Modena e 25 per cento di Reggio Emilia.

Ritardi anche per la presenza di postazioni informatiche adattate nelle scuole di 2° grado: ne possono usufruire la metà delle nostre scuole, che salgono all’87 per cento a Ravenna, al 79 per cento a Bologna, 89 per cento a Modena e 80 per cento a Reggio Emilia.  Un altro campo dove il recupero deve avvenire in fretta.