"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

gennaio: 2018
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I tempi dell’economia e quelli della politica (editoriale di maggio)

Nel rapporto sullo stato dell’ambiente della Provincia di Rimini del 2002, nel capitolo mobilità, alla voce TRC (Trasporto Rapido Costiero) sta scritto “i tempi di realizzazione del progetto previsti sono due anni dall’aggiudicazione dei lavori, ritenuta imminente”, quelli per rifare il teatro Galli di Rimini sarebbero dovuti iniziare appena dopo l’elezione dell’Amministrazione attuale, oggi avviata alla scadenza, in uno dei primi numeri di questo giornale, del novembre 2005, dedicato alle nuove aree produttive previste dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) del maggio 1999, scrivevamo di “stringere i tempi” perché in un mondo sempre più competitivo i concorrenti non aspettano, il nuovo Polo del benessere da realizzare nella ex colonia Novarese avrebbe dovuto aprire i battenti “il primo gennaio 2010”, per fare un impianto fotovoltaico da 20 kw (come si documenta in un articolo interno) una impresa della provincia, pur facendo riferimento ad un Decreto del 2007, ha dovuto attendere “nove mesi e sedici incontri per sapere dove protocollare dei documenti”. Sono solo alcuni esempi di progetti, magari annunciati con molta enfasi, che stanno incontrando tempi biblici di realizzazione. Tempi decisamente fuori mercato per una economia moderna, se è vero che per alcune aree produttive le imprese hanno avuto tutto il tempo di candidarsi e di ritirasi, perché nel frattempo è intervenuta la peggiore crisi economica del dopoguerra. Oggi si sta preparando un nuovo bando, per raccogliere nuove adesioni, ma non c’è dubbio che se si dovesse procedere con gli stessi ritmi nulla impedirà altri incidenti di percorso. Intanto molte imprese hanno dovuto far ricorso a soluzioni di ripiego, non ottimali, perché il mercato non aspetta. Si dirà che Rimini non è sola, ma non è una bella consolazione. Ricordiamo infatti che nella classifica mondiale 2010 sulla “facilità di fare business”, stilata dalla Banca Mondiale, nonostante il Ministero della semplificazione e le pile di leggi “date alle fiamme”, l’Italia figura al 79mo posto (era al 74mo l’anno prima), dopo Polonia e Panama, mentre nelle prime quattro posizioni ci sono Singapore, Nuova Zelanda, Hong Kong e Stati Uniti. Il primo paese europeo è la Gran Bretagna, seguita dalla Danimarca. Spesso si sente ripetere che la colpa è tutta della burocrazia. Sicuramente c’è una parte di vero, ma forse non è tutto. Perché altrimenti bisognerebbe chiedersi come mai, a parità di burocrazia, per altre opere, come la nuova Fiera e il Nuovo Palacongressi, i tempi di realizzazione sono stati tutto sommato ragionevoli. Forse c’è anche un problema di capacità di gestione, nel versante pubblico come in quello del soggetto attuatore, di progetti complessi. In ogni caso è evidente che questi limiti, che poi sono anche costi, per le imprese ma anche per i cittadini che si vedono privati di servizi importanti, non possono continuare. Perché ci sono economie emergenti (Brasile, Cina, India, ecc.), non solo quindi quelle sviluppate, che non competono più solo col basso costo della manodopera, ma con ricerche, innovazioni (la Cina forma 75 mila ingegneri l’anno e l’India 60 mila) e nuovi modelli di “fare affari” sempre più pervasivi. Che poi vuol dire: se non saremo capaci di vendere nei loro mercati, saranno loro ad entrare nei nostri.

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