"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
L M M G V S D
« Nov    
 123
45678910
11121314151617
18192021222324
25262728293031

I silenzi del giovane Weidmann, presidente Bundesbank

Nell’intervista concessa al quotidiano La Repubblica, il 13 dicembre 2014, il Presidente della Bundesbank (la Banca centrale tedesca) Jens Weidmann, il “duro” della Banca centrale europea (Bce), torna a ripetere la sua ricetta economica tutta incentrata su austerità e rigore di bilancio.

In specifico Weidmann:

  • chiede il consolidamento, lo ripete tre volte, dell’alto debito pubblico italiano (135% del pil);
  • esprime la preoccupazione dei Paesi che concedono crediti a quelli in crisi (leggi Grecia, Spagna, Italia, Portogallo,ecc.) di “venire imbrogliati e di dover pagare i costi di decisioni altrui”;
  • si dice perplesso (un eufemismo per non dire opposizione) sulla richiesta di acquisto, da parte della Bce, di titoli pubblici perché ciò “crea tentazioni di indebitarsi di più e scaricare le conseguenze sugli altri”, per cui un programma di “quantitative easing” (politica monetaria espansiva ampiamente praticata da USA e Giappone) in Europa avrebbe più costi che vantaggi…perché al contrario dell’America in Europa ci sono 18 Stati con politiche finanziarie indipendenti;
  • non nega che la crescita che in Europa stia rallentando ma “la Germania economicamente sta bene e le prospettive sono stabili”….anche se nel “lungo termine andiamo (la Germania) verso un basso trend di crescita”.

La preoccupazione per l’alto debito pubblico italiano, come per quello greco e di altri Paesi dell’area euro e al centro delle argomentazioni di Weidmann, è giustificata, ma il problema è se questo (il debito) si ripaga meglio con paesi che riprendono economicamente a crescere, oppure quando ristagnano o peggio retrocedono.  Il debito pubblico dell’Italia, all’inizio della crisi era al 106% del pil, oggi è salito al 135% del pil. E’ cresciuto in termini assoluti e relativi.

L’Europa, anche con le ricette alla Wiedmann, è da sei anni in crisi e la sua crescita economica è agli ultimi posti nel mondo. Negli USA, dove pure la crisi finanziaria è cominciata, secondo le ultime stime Ocse (novembre 2014)  l’economia marcia al ritmo del 2,2% (5% l’ultimo trimestre 2014), a fronte dello 0,8% dell’Europa, quando il mondo va al 3,3%.  Nell’area euro solo la Germania e la Francia hanno recuperato e superato il pil che avevano nel 2008, ma Italia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia sono ancora abbondantemente sotto. Tanto che il pil dell’intera eurozona, a sette anni dallo scoppio della crisi, è ancora sotto il livello di partenza.  E’ difficile, quando la torta si restringe, pagare i debiti. Una depressione, quella dell’Europa, che sta addirittura durando più di quella del ’29 del secolo scorso.

Il risultato è che in Europa-28 ci sono  25 milioni di disoccupati e il tasso di disoccupazione nell’area euro è salito dal 7,6% del 2008 al 11,5% di oggi, mentre negli USA, dove sono state applicate politiche monetarie espansive, è sceso al 5,8% dopo aver superato il 10% nel 2009.  Grecia e Spagna con la disoccupazione intorno al 25%  stanno ancora peggio, ed anche l’Italia non se la passa bene col 13,2% di disoccupati.  L’Amministrazione Obama ha messo in campo un piano di stimoli economici da 787 miliardi di dollari, pari al 4% del pil, mentre in Europa se va bene il nuovo Commissario Juncker promette di mobilitare 315 miliardi di euro, mettendone però solo 21, perché il resto dovrebbe venire dai privati. Negli USA soldi veri erogati dalla Federal Reserve (Banca Centrale), in Europa si risponde tardi e sperando nel mercato.  Non proprio la stessa cosa.

Se questa è la situazione continuare, come fa Wiedmann, ad insistere con misure (tagli di bilancio ed austerità, mentre si giustifica la richiesta di un riesame dell’efficacia della spesa pubblica) che in sei anni hanno prodotto pochi o nessun miglioramento appare francamente un po’ fuori luogo e anche fuori dalla realtà.  Non a caso, nella sua intervista, di crescita della disoccupazione e di aumento del debito pubblico non si fa cenno. Forse perché sono i due indicatori del fallimento della politica economica europea.

Infine Wiedmann dimentica che  una quota consistente dei prestiti UE  fatti ai Paesi in crisi sono serviti a rimborsare i debiti che questi (pubblico e privati) avevano contratto proprio con le banche tedesche, che si erano esposte (forse un pò avventatamente) per 315 miliardi di euro con la Spagna, 240 miliardi con l’Irlanda, 51 miliardi con il Portogallo e 41 miliardi con la Grecia .  Tanto che il Sole 24 Ore del 15 giugno 2011 poteva scrivere: salvare la Grecia vuol dire salvare la banche tedesche.  Banche tedesche che, alla fine del 2010, avevano ancora circa 15,3 miliardi di euro di debito pubblico greco (e quelle francesi altri 10, 5 miliardi). A dimostrazione che la Germania e l’Europa non stanno pagando per gli altri, ma di fatto hanno difeso, tra l’altro, le banche dei loro paesi, scaricandone il costo sui malcapitati cittadini greci, spagnoli, ecc.

Aiuto agli istituto di credito che si somma ai 64,17 miliardi di euro che lo stato tedesco ha messo direttamente a disposizione delle sue banche, dal 2008 al 2012, ben al di sopra dei 6,05 miliardi dell’Italia.

Per concludere: non cambiare idea può essere un segnale di coerenza,  ma non farlo nemmeno di fronte a plateali fallimenti sa tanto di ideologia, che prescinde dai fatti.

 

Forum chiuso.