"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

novembre: 2017
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I finanziamenti delle banche alle imprese degli immigrati

Se risulta evidente la crescita dello stock di imprese e microimprese straniere anche e soprattutto a livello locale, non altrettanto semplice è la valutazione della dimensione del credito richiesto dagli immigrati nella nostra provincia. Non essendo disponibile una serie storica dei finanziamenti concessi, si è tentata una stima della domanda che gli stranieri avrebbero potuto rivolgere alle istituzioni creditizie, sulla base di dati nazionali e regionali di fonte Istat e Banca d’Italia.

Dalla stima risulta che la domanda di credito potenziale avrebbe registrato un forte incremento tra 2001 e 2008 (in Italia da circa 2.600 miliardi nel 2001 a circa 3.300 nel 2008) e sarebbe rimasta relativamente stabile tra il 2008 e il 2011.

Secondo le ipotesi di credito potenziale formulate, il finanziamento pro-capite per immigrato con permesso di soggiorno per lavoro autonomo sarebbe stato di circa 20mila euro. Procedendo ad una scansione settoriale indicativa, la domanda di credito è indirizzata  per oltre la metà dal settore dei servizi. In particolare tra questi ultimi, almeno la metà  sarebbero stati destinati a finanziare la branca del commercio. Al di fuori dei servizi un peso significativo è rappresentato dall’edilizia e dall’artigianato

Ma quali sono i benefici attesi e gli ostacoli a uno sviluppo del rapporto tra banche e immigrati? Secondo quanto ci riferiscono alcuni soggetti bancarizzati tra un campione di imprese straniere, sarebbero i seguenti.

Dal lato dei benefici innanzitutto, la possibilità di accedere al credito e la qualità dei rapporti instaurati con le istituzioni finanziarie sono condizioni essenziali per la riuscita delle attività intraprese dai lavoratori autonomi immigrati e, conseguentemente, per il miglioramento delle loro condizioni di vita.

Inoltre, una maggiore confidenza con gli strumenti bancari accelera fortemente l’inserimento del soggetto nel paese di destinazione. Infatti, la conoscenza della prassi bancaria, consentendo di svolgere i propri affari esattamente come i cittadini del paese ospite, aumenta sia il grado di affidabilità degli immigrati che la facilità degli autoctoni a coinvolgerli nella propria vita economica.

Il passaggio da un’ottica di breve periodo a una di lungo periodo, consentendo all’immigrato di distribuire le scelte di consumo con riferimento alla sua intera vita, favorisce l’educazione al risparmio e, soprattutto, aumenta la probabilità che gli stranieri di seconda generazione si mantengano in condizioni economiche soddisfacenti. Infine, la facilitazione dell’accesso al credito comporterebbe una riduzione del fenomeno dell’usura che potrebbe risultare particolarmente pregnante per una categoria con forti vincoli di bilancio quale è quella degli immigrati.

Per cogliere tali benefici è necessario rimuovere gli ostacoli che limitano oggi i rapporti tra banca e immigrati. Nelle relazioni “quotidiane” le difficoltà essenziali derivano dalla diversità della lingua parlata da impiegati e clienti e dalla scarsa abitudine all’utilizzo dei servizi bancari. Ai problemi oggettivi di comunicazione si aggiunge quello della presenza di culture con un diverso atteggiamento verso le istituzioni in generale.

Alcune testimonianze

La maggior parte degli stranieri non proviene da esperienze imprenditoriali nel paese di origine: l’avvio di un’impresa pare quindi rappresentare una strategia di integrazione nel nostro paese, forse per la difficoltà di ottenere un lavoro dipendente stabile e garantito.

Nonostante le difficoltà ad ottenere credito dalle banche, quasi sempre i nostri “testimoni significativi” sono riusciti ad avviare e far sopravvivere progetti imprenditoriali, grazie ai quali si sono anche creati posti di lavoro. Nonostante questo, i rapporti con le banche rimangono difficili. Molti di loro non ha richiesto prestiti ma ha utilizzato i propri risparmi, e/o è ricorsa all’aiuto di amici e parenti. Spesso gli imprenditori non si rivolgono alla banca perché convinti che non otterrebbero il prestito. La percezione diffusa è che le banche italiane non concedano credito alle imprese migranti che non siano già consolidate da qualche anno, soprattutto in assenza di beni  immobili come garanzia.

Dato che le banche difficilmente concedono prestiti per l’avvio di impresa,spesso gli imprenditori chiedono prestiti personali che vengono poi investiti in attività imprenditoriali. Questa scappatoia comporta tuttavia molti svantaggi, dal non poter utilizzare il prestito come garanzia per altri finanziamenti, all’impossibilità di scaricarvi le tasse. Si tratta inoltre necessariamente di piccole somme, spesso inferiori all’ammontare necessario.

In generale emerge una notevole variabilità fra caso e caso: si va da rifiuti dati a richieste di prestito di entità limitatissima (20.000 euro), a crediti e mutui concessi sulla fiducia. In un contesto di grande discrezionalità, e di poca chiarezza sui criteri adottati dall’interlocutore bancario, per i migranti diventa molto importante  “conoscere qualcuno alla banca”.

“Ci siamo rivolti a una banca di credito cooperativo ma prima mi sono informata bene – racconta Anna, imprenditrice rumena nel settore servizi alla persona -. conoscevo una persona che lavorava in Comune e mi ha detto che in quella banca conosceva una persona. Adesso il conto è lì e ci troviamo bene.”

 “Per acquistare il negozio ho fatto un mutuo in banca – spiega invece Miron, imprenditore edile proveniente dall’Albania – l’ho chiesto a Banca Intesa e me l’hanno dato, però prima di ottenerlo sono dovuto tornare almeno 10 volte. In banca ti fanno tante storie, chiedono

garanzie, la garanzia di un dipendente con busta paga e io ci portai mio  fratello. Per  fortuna  conoscevo molto bene il direttore, perché avevo un conto in quella banca. Alla fine mi hanno concesso il prestito ma per ottenerlo ho dovuto aspettare un anno.”

Secondo gli immigrati intervistati le banche hanno una cautela eccessiva nei loro confronti. Il problema potrebbe essere superato, a loro avviso, se le banche raccogliessero informazioni dirette sulle condizioni economiche e l’affidabilità del cliente, e fossero più disposte a prendersi dei rischi, tenendo conto delle generali buone condizioni di salute dell’imprenditoria immigrata.

La recente introduzione di sistemi di rating standardizzati per la valutazione del rischio (Basilea 2 e Basilea 3), pare tuttavia andare nella direzione opposta.

Nonostante sia presto per valutarne l’impatto sull’accesso al credito, alcuni osservatori temono che tale sistema possa sfavorire gli immigrati.

“Le  banche hanno adottato un sistema di rating che in base alla nazionalità di chi richiede il mutuo e ad altre informazioni viene assegnato un punteggio di rischio – spiega il dipendente di un’agenzia mutui di una banca riminese -. Ad esempio, se  io oggi presento una pratica per i nordafricani (marocchini, tunisini) con molta difficoltà la banca mi concede il finanziamento”.

La difficoltà di accesso al credito  non solo ostacola le iniziative imprenditoriali, ma ha un effetto negativo più ampio sull’integrazione del migrante. Gli imprenditori sono infatti costretti ad un risparmio forzato di anni per accumulare il capitale necessario, tagliando le spese su casa, tempo libero, vita di relazione ed altri aspetti della qualità della vita.

Oppure utilizzano la loro rete sociale per ottenere credito, cosa che tuttavia impedisce i processi di emancipazione perpetuando situazioni di dipendenza e a volte di sfruttamento. L’integrazione economica (avvio e sviluppo dell’impresa) non avviene quindi di pari passo a quella sociale e culturale, e all’affermarsi della cittadinanza: si tratta insomma di un’occasione di sviluppo mancata.

 

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