"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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I falsi miti dell’economia, del merito e degli alti stipendi

Produrre beni e servizi ha un costo (materia prima, usura delle macchine, lavoro, ecc.). Ma tra i costi di produzione raramente sono compresi gli impatti che quel prodotto/servizio avrà sulla società e sull’ambiente, anche molto tempo dopo. Basta pensare alle emissioni di gas serra delle automobili (dai 120 grammi/km per una macchina a basse emissioni, ai 300-400 grammi/km di un SUV), che inquinando soprattutto le città, dove sono concentrate, sono responsabili del surriscaldamento del pianeta,  ma anche di tante malattie respiratorie che gli ospedali devono curare.  Questi costi, differiti nel tempo, non sono compresi nel prezzo d’acquisto di un auto, la quale potrà così  costare meno e far vendere, ai produttori, qualcosa in più.

Come l’esperienza ha dimostrato, molti prodotti bancari-finanziari-assicurativi in circolazione fino allo scoppio dell’ultima crisi (settembre 2008) avevano sottovalutato il rischio, per l’emittente e per la società, creando disastri e procurando elevati costi sociali per le economie di tutto il mondo. 

Questi costi si chiamano “esternalità” e raramente sono incorporati, cioè sommati agli altri (materie prime, lavoro, ecc.). Questo però non significa che non siano costi che qualcuno, spesso tutta la società, non dovrà pagare.  Quando capita  il privato realizza un profitto (anche perché sottovaluta parte dei costi), ma la società dovrà pagare il conto dell’impatto ambientale, economico  e sociale negativo che quell’attività produce.    Il profitto non si coniuga cioè sempre con ricadute positive  per le persone e la società, cioè con un alto beneficio sociale e ambientale.

 Sulla scia di questa ragionamento, cioè di una attenzione particolare al valore sociale di una attività, gli economisti della New economics foundation (Nef), gruppo inglese reso famoso  per aver portato nell’agenda del G7 e G8 temi come il debito internazionale dei Paesi poveri, hanno  ricalcolato il contributo e il beneficio per la società di sei professioni, tre della quali ben pagate e tre meno, arrivando a conclusioni  interessanti.

Che, per esempio, un addetto alle pulizie in ospedale, una maestra d’asilo e un operatore ecologico creano molto più valore per la società di un banchiere, profumatamente pagato.

Infatti mentre, secondo i loro calcoli,  per ogni sterlina di salario una maestra d’asilo crea una valore di  7 sterline per la società (consente alle mamme di lavorare, ecc.),  un addetto alle pulizie in ospedale di  10 (riduce il rischio infezioni, ecc.) e un operatore ecologico di 12, un banchiere della City (Londra) per ogni sterlina che prende ne distrugge 7 (per il rischio sistemico cui sottopone l’intera economia) ed un manager della pubblicità  quasi 12 sterline, per spingere il consumismo all’eccesso, facendosi responsabile di obesità, ansietà, indebitamento delle famiglie, ecc.

Ma, in quanto a distruzione di valore sociale, questo è niente rispetto al ruolo che svolgono i commercialisti e fiscalisti, a cui si rivolgono imprese e singoli, per pagare meno tasse, in particolare le grandi fortune: per ogni sterlina di valore creato dal servizio svolto il danno per la società, in termini di mancati introiti per lo Stato e di incoraggiamento all’elusione/evasione,  è di ben 47 sterline.

 Insomma, se si facessero bene i conti, calcolando il beneficio per la società di tanti lavori, non c’è dubbio che molti andrebbero rivalutati, non solo socialmente ma anche economicamente, ed altri probabilmente ridimensionati, perché non è ammissibile, con il danno che hanno creato, che  un banchiere o un amministratore di qualsiasi grande impresa possa guadagnare in dieci giorni  l’equivalente dello stipendio annuale di un impiegato medio.

 Infine l’ultimo mito da sfatare è quello che sostiene che chi guadagna tanto lo deve alla sua maggiore capacità di creare valore. Non è vero. O almeno non sempe. Una indagine parlamentare inglese è arrivata alla conclusione che tra gli alti stipendi di tanti esecutivi ed amministratori ed risultati ottenuti non c’è nessuna relazione. Prova ne sia che mentre nel 2008  le maggiori società inglesi hanno perso, per la crisi, un terzo del loro valore, gli stipendi dei grandi manager sono continuati ad aumentare.

Una conferma arriva anche dall’Italia: dal 2008 al 2009, gli utili della Banca UniCredit sono crollati da 4.010 a 1.700 milioni di euro, ma lo stipendio del numero uno Alessandro Profumo è aumentato da 3,4 a 4,2 milioni di euro. Stessa cosa per il capo di Mediobanca Cesare Geronzi: utili quasi scomparsi, da 1.010 a 20 milioni di euro, ma stipendio in crescita da 3,2 a 3,3 milioni di euro. Una vera cuccagna.

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