"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Gruppo SCM: dalla crisi all’industria 4.0

Con Giovanni Negri, giovane direttore industriale del Gruppo SCM, chiamato alla fine del 2011 a gestire una fase di profondi cambiamenti, ci siamo incontrati alla festa della Acli in una conferenza dedicata al tema del lavoro e dell’innovazione. Gli avevo chiesto se potevo andarlo a trovare in azienda per approfondire proprio il tema dell’innovazione, ma soprattutto di cosa sarebbe stato il Gruppo SCM in versione 4.0, di cui tanto si parla.  L’incontro, nella sede storica del Gruppo riminese,  ha consentito di spaziare su molti argomenti, in particolare sui principali cambiamenti che hanno trasformato, rilanciandola, l’azienda, dopo la crisi del decennio scorso.

Perché il periodo 2009-2010 è stato un anno duro anche per il Gruppo SCM. La crisi finanziaria mondiale  e quella di settore sono deflagrate insieme, creando non poche difficoltà alla principale azienda manifatturiera della provincia di Rimini. Non tanto, comunque, da arrendersi.  Ma certamente mettendo l’azienda di fronte alla necessità di intraprendere il cammino di una profonda revisione  dei suoi prodotti e processi.

Dei prodotti perché il mercato è cambiato e le produzioni di massa, tutte uguali, non funzionano più come un tempo. Devono cedere il passo a soluzioni sempre più a misura del cliente, cioè personalizzati.  Il mercato migra dai grandi ai piccoli lotti di produzione.

La conseguenza di questo cambiamento è piuttosto semplice: i clienti (il Gruppo SCM è partner di importanti industrie in vari settori, dall’arredamento all’edilizia, dall’automotive all’aerospaziale, dalla nautica alla lavorazione delle materie plastiche, ecc.) chiedono sempre meno impianti rigidi e standardizzati, adatti a fare grandi produzioni di una sola tipologia di prodotto, e sempre di più linee di produzione flessibili, capaci cioè di adattarsi alla crescente variabilità e imprevedibilità dei mercati. Parte da qui la decisione di rinnovare completamente la gamma dei prodotti.

Ma non basta. Perché con il prodotto bisogna rinnovare anche i processi produttivi.  Nasce così, sulla scia dell’esperienza giapponese, la SCM Lean Factory, la fabbrica snella, che applica  i principi di lean management e operational excellence.

Di cosa stiamo parlando ?  La fabbrica snella è costruita su quattro pilastri: aumento del valore aggiunto di ogni processo aziendale, eliminando sprechi, disfunzioni, tempi morti, ecc.; la sincronizzazione dei reparti e dei fornitori, interni ed esterni, perché tutti siano impegnati per uno stesso risultato; la cadenza, che vuol dire capacità di adeguare, con flessibilità, la produzione alla domanda di mercato; zero difetti, che all’atto pratico si traduce nella disposizione che nessuno reparto produttivo  deve accettare, nemmeno dal proprio fornitore interno, un pezzo difettoso.  Questo per evitare di dover scoprire il difetto alla fine, quando la macchine è terminata e pronta per la spedizione, o peggio quando è già stata installata presso il cliente.

I risultati dell’applicazione di questo metodo sono visibili e molto concreti: dal 2011 al 2014, i difetti segnalati sono diminuiti del 65 per cento. Risultato che si traduce in prodotti migliori e maggiore soddisfazione del cliente.

E i robot? Nella SCM 4.0 del prossimo futuro i robot potrebbero sostituire alcuni operai e tecnici?
“Non prevediamo questo, per un motivo pratico: le nostre macchine non sono standardiz- zate e a volte prima di rifare lo stesso prodotto può trascor- rere più di un anno – spiega Negri -. Lungo una stessa linea di produzione di frequente corrono diversi modelli e i robot andrebbero riprogrammati ogni volta. Non sono fatti per noi. Quando c’è bisogno di flessibilità, il lavoro umano diventa insostituibile. Procederemo, invece, in maniera spinta sulla digitalizzazione di tutti i processi, a cominciare dalla circolazione delle informazioni interne, che attualmente vengono gestite ancora con supporti cartacei”.
E per quanto riguarda le vostre macchine, in quale direzione vi state muovendo?
“Si farà un ampio ricorso all’uso di sensori (internet delle cose) che consentiranno di avere un sempre maggiore controllo del loro funzionamento. Per esempio, essere avvisati in anticipo quando un pezzo si sta rompendo o ha bisogno di manutenzione, magari rendendo possibile l’intervento in remoto, meno costoso di un tecnico che va sul posto. Nuove macchine dove il software (la parte informatica) sarà tanto importante quanto l’hardware (i componenti fisici della macchina)”.

Novità sul fronte lavorativo. In funzione delle macchine del futuro il Gruppo è in procinto di lanciare il progetto SCM Digital Innovation Program che prevede, dopo una apposita selezione, di reclutare un gruppo di 6-7 giovani informatici ad alto potenziale, ai quali verrà offerta una formazione post laurea duale, alternando cioè studio e lavoro, della durata di due anni, ma da subito con contratto a tempo indeterminato. Questo perché, ci racconta sempre Negri, il mercato degli informatici, ingegneri e diplomati, in Romagna è assolutamente insufficiente, e i pochi che escono dall’Università di Bologna, anche dal corso di Scienze informatiche del Polo di Cesena, sono contesi dalle aziende del territorio già prima del conseguimento della laurea. Come sono carenti, per SCM Group, gli ingegneri meccanici, i collaudatori e i tecnici per il service. Forse – questo lo aggiungiamo noi – se i responsabili del personale delle aziende fossero chiamati più spesso nelle nostre università e istituti superiori ad illustrare le figure di cui hanno bisogno, la distanza tra mondo della formazione e quello delle imprese potrebbe essere minore, con vantaggio di tutti.

Box 1:  Il direttore industriale

 Giovanni Negri, direttore industriale del Gruppo SCM,  ha 40 anni, una laurea in ingegneria gestionale all’Università di Tor Vergata (Roma), un primo master in Lean Management (gestione snella) presso l’Università di Michigan (USA) e un secondo al Politecnico di Milano. Prima di approdare al Gruppo SCM, a fine 2011, ha lavorato per quattro anni alla Siemens, quindi per altri cinque alla Porsche Consulting, risiedendo per lunghi periodi in Germania e negli USA.

Box 2: Il Gruppo SCM in numeri

 Il Gruppo SCM, leader mondiale nelle costruzione di macchine per la lavorazione di una vasta gamma di materiali (legno, che contribuisce a circa due terzi del giro d’affari,  ma anche plastica, vetro, pietra, metallo e materiali compositi), ha chiuso il 2016 con un fatturato di circa 600 milioni di euro, con una crescita del 15 % sul 2015. Un risultato che prevedibilmente si ripeterà anche nel 2017, visto che il primo semestre, con il mercato delle macchine per il legno in buona salute, si è chiuso con un aumento del 14,5% sullo stesso periodo dell’anno prima.  Nel mondo, dopo la tedesca Homag, che ha un fatturato intorno al miliardo di euro, si contende il secondo posto con la pesarese Biesse.

Il 90% della produzione, fatta prevalentemente in Italia, va all’estero.  Il Gruppo SCM ha stabilimenti produttivi in Italia, riuniti in tre poli produttivi (Rimini, Thiene e Bergamo), ma anche in Brasile, ed è dell’agosto scorso l’acquisizione del 51% del pacchetto azionario della tedesca HG Grimme, specializzata nella produzione di macchine per la lavorazione di materie plastiche e materiali compositi.

Complessivamente il Gruppo da lavoro a 3.300 persone, di cui 1.400  nelle sedi produttive della provincia di Rimini. Di questi il 47% sono diplomati  (oramai è il titolo minimo per essere assunti) e il 20% laureati, prevalentemente ingegneri.

 

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