"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Giovani: fuga da Rimini

Nel 2007, in provincia di Rimini, prima che scoppiasse la crisi, secondo dati Istat,  era senza lavoro un giovane, di età compresa tra 19 e 28 anni, su dieci, tra quanti avevano deciso di cercarsi una occupazione. Nel 2010, con la crisi in corso, sono diventati due ogni dieci. Per intenderci, a Forlì-Cesena e Ravenna, gli altri due territori che confluiranno nella futura provincia della Romagna, nel 2011 avevano una disoccupazione giovanile, per la stessa fascia d’età,  quasi doppia di quella di Rimini.

La situazione non migliora  se, rimanendo nel mondo giovanile, prendiamo in considerazione la fascia d’età 24-34 anni. Cioè una fetta di persone un po’ più grandi e che dovrebbe avere già completato il ciclo di formazione, escluso le carriere più lunghe. In questo universo, il tasso di disoccupazione è passato, in provincia di Rimini,  dal 5 per cento del 2007 al 12 per cento del 2011. Più di un raddoppio e una  percentuale che supera tutte le altre province dell’Emilia Romagna, oltre a essere il secondo dato più alto (in testa c’è Gorizia) dell’Italia del Nord.

A completamento dello stato di deterioramento  dell’occupazione giovanile provinciale locale aggiungiamo che, dal 2007 al 2011,  ogni cento giovani (24-34 anni) quelli con un lavoro sono diminuiti da 83 a 73.  In questa situazione qualcuno continua a cercarlo, e figura tra i disoccupati, altri hanno smesso perché scoraggiati, e non compaiono più nemmeno nelle statistiche (perché per essere conteggiato come disoccupato bisogno essere alla ricerca “attiva” di un lavoro).

In sintesi, la crisi sta pericolosamente incrementando il numero dei giovani, ovviamente non solo a Rimini, ma qui con una gravità maggiore, che non trovano lavoro.  Ecco allora comparire un fenomeno nuovo: la decisione di molti di emigrare all’estero alla ricerca di migliori opportunità. Un fenomeno quasi sconosciuto prima della crisi, che prende immediatamente consistenza nel 2008, quando i giovani di questa provincia, di età compresa tra 18 e 40 anni, che si cancellano dall’anagrafe dei Comuni della provincia balzano da 6 a 123 unità (tra questi dati non rientrano i flussi verso la vicina Repubblica di San Marino), arrivando a 131 nel 2009, per poi scendere a 98 nel 2011.

In totale sono poco meno di cinquecento (esattamente 491) i giovani che, dallo scoppio della crisi ad oggi, hanno abbandonato la provincia di Rimini.   Questi sono quelli che hanno segnalato, cancellandosi dall’anagrafe, la loro partenza, poi ci sono, non quantificati, i tanti che se ne sono andati rimanendo residenti.

Forse non è un caso (si veda il calo dell’occupazione segnalato sopra) se il gruppo più consistente di giovani che ha lasciato Rimini è costituito da 25-34enni (272 unità), seguito da 35-40enni (143).  E che le donne siano 200, il quaranta per cento del totale.

Ad espellere più giovani sono il comune di Rimini (304), seguito da Bellaria-Igea Marina (103), poi Riccione (56).

Come capita in tutti i movimenti migratori, ad andarsene sono quasi sempre i più audaci, intraprendenti e meglio preparati. Cioè chi può valorizzare e spendere meglio le proprie capacità.  Ma quello che per gli altri, i Paesi riceventi, è un guadagno, per il territorio di espulsione diventa una perdita netta. E’ stato infatti stimato che l’Italia perde, per la fuga dei suoi cervelli, dopo averli formati, qualcosa come 170 milioni di euro l’anno. Intanto, i 20 migliori scienziati italiani attivi all’estero hanno prodotto un valore, calcolo basato sui brevetti, 861 milioni di euro.

Certo, una esperienza all’estero è anche un investimento utile, ma se prevede il ritorno e non  è un viaggio di sola andata. Perché se i talenti fuggono non si perdono solo risorse umane importanti ma diventa  a rischio il futuro di un territorio.

Sommando i dati del periodo 2005-2011, tra i Paesi esteri più gettonati dai giovani  che emigrano c’è la Spagna, con un crollo però nel 2011, quindi meglio dire c’èra. Resiste invece l’Argentina, con 54 emigranti, magari con qualche italo-argentino di ritorno, poi il Regno Unito (44 unità),  la Germania (25), la Francia (23), gli Stati Uniti (22), infine la Svizzera e il Brasile (20). Con numeri più piccoli altri paesi.

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