"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Giovani agricoltori

di Melania Rinaldini

È la filosofia dell’ “a ni o feda” che ci perseguita! Se la ride Laura Castellani, 28 anni e un grande progetto di vita in corso: coltivare la terra. Il progetto si fa realtà dapprima a Bologna, per poi traslocare a Sant’Andrea in Casale, dove prosegue tuttora sotto il nome di “Dalla parte del cavolo”, nome del blog che ne racconta lo sviluppo. Una sorta di diario, tra semine, raccolte e difficoltà varie, perché “la terra è bassa” come spesso si ricorda.
L’inizio della storia di Laura è simile a quello di centinaia di migliaia di giovani italiani: lascia la città d’origine per andare a vivere nella città dove ha scelto di frequentare l’Università. Così Laura va a vivere a Bologna dove studia Sociologia, dopo la laurea inizia a lavorare come educatore così come Marco, il suo compagno. Inizia così un lungo periodo di lavori saltuari, lavori anche qualificati ma pagati poco e precarissimi, con contratti a progetto. Ogni volta senza sapere come ci si troverà nel giro di qualche mese: se occupati o disoccupati.
Nel frattempo però Laura e Marco coltivano letteralmente un progetto: “nel quartiere dove abitavamo a Bologna, la zona San Donato, vicino al Pilastro, ci sono circa 400 orti comunali coltivati dagli assegnatari. Ci siamo iscritti alla lista e abbiamo iniziato a coltivare il nostro pezzo di terra tra un turno di lavoro e l’altro. Nel frattempo siamo sempre stati impegnati sul fronte della tutela ambientale e dei beni comuni come l’acqua e il suolo, partecipando a vari eventi a sostegno di queste cause.”

Quindi il vostro progetto nasce a Bologna e non nel Riminese: per quale motivo
“La nostra passione per la terra c’era già prima di partire da casa nostra, ma a Bologna abbiamo trovato un contesto culturale molto coinvolgente, seppur troppo stressante come ritmi. L’idea degli orti comunali assegnati non solo agli anziani ma a chi ne fa richiesta, con una lista di iscritti, è molto bella perché permette di coltivarsi verdure che poi si mangiano in famiglia. Abbiamo deciso di tornare nella nostra zona di origine perché volevamo sviluppare al massimo la nostra passione per la terra, farla diventare un lavoro e un percorso di vita. Eravamo stanchi di certi ritmi frenetici della città, di doverci dividere l’unica auto che avevamo per andare a lavoro e comunque di far fatica ad arrivare alla fine del mese. Ci siamo accorti che non ne valeva la pena. Devo dire che non è stato facile, perché quando siamo tornati dopo i 7 anni trascorsi a Bologna ci aspettavamo che certi cambiamenti fossero arrivati anche qui, invece ci siamo resi conto che questo territorio assorbe molto meno le innovazioni.”

Quali sono state le difficoltà, soprattutto nel passaggio dalla coltivazione di un piccolo orto urbano all’aprire un’azienda agricola?
“Il nostro progetto è partito da una forte spinta ideale, ma non senza criterio, comunque ci impegniamo perché crediamo che il futuro sia nell’utilizzo consapevole delle risorse naturali. Il problema è stato che pensavamo ci fossero più aiuti per i giovani imprenditori agricoli: c’è stata una grande campagna mediatica e molti politici si sono affrettati a dire che servono nuove generazioni che coltivino la terra e che arrivavano finanziamenti e Politiche Agricole Comunitarie per questo. In realtà poi, informandoci meglio, il sostegno che viene dato è poco e bisogna avere certi requisiti che noi non abbiamo, tipo avere terra di proprietà o contratto di affitto per 6 anni e avere macchinari… Ritengo che sia necessario iniziare a pensare alla terra e al suo accesso come strumento di emancipazione, ripensare il modello agricolo industriale, quello maggiormente diffuso a livello europeo ma che allo stesso tempo risulta poco sostenibile e complice della crisi ambientale che stiamo vivendo. Tutto questo considerando anche la rinnovata sensibilità per i temi ambientali e per l’attenzione all’alimentazione sana che molti giovani hanno. Penso che a tuttora le Politiche Agricole Comunitarie siano arretrate e non tengono davvero conto di tutti questi fattori. Manca un po’ di lungimiranza, forse.”

Attualmente quanta terra coltivate e in che condizioni lavorate?
“Come dicevo prima, gli aiuti economici ci sono per chi ha già terreni e mezzi. Noi non veniamo da famiglie di agricoltori, quindi siamo partiti da un piccolissimo terreno di orto e olivi di mio nonno, siamo poi arrivati a prendere altri due terreni in affitto per un totale di due ettari. Si tratta comunque di terreni che altrimenti sarebbero rimasti abbandonati. Il fenomeno dell’abbandono delle terre è molto presente nel nostro entroterra, purtroppo. La nostra scelta di vita si basa su dei principi che sono l’ecosostenibilità, la tutela del territorio, della terra e delle risorse comuni, ma anche l’idea che non possiamo progredire se ci allontaniamo dalla terra. Servono nuovi punti di vista, nuovi modi di fare le cose. Noi ci stiamo provando con tante difficoltà, al momento abbiamo pochissimi strumenti, tra cui un vecchio trattore con vangatrice e una motozappa. Tutti i lavori di diserbo, pulizia, raccolta e li facciamo a mano e con la zappa. Si è unita a noi Giovanna che ha 27 anni e che abbiamo conosciuto grazie a Genuino clandestino che è una rete di piccoli produttori. Ci sono tante cose da fare. L’anno prossimo abbiamo previsto di utilizzare un telo e pacciamare per evitare le erbe infestanti. Perché in tutto questo seguiamo i criteri dell’agricoltura biologica, evitando il più possibile interventi. Compriamo i semi da un’azienda biologica e ci facciamo le piantine, poi le trapiantiamo in terra. Questa estate avevamo 15 varietà di pomodori diverse, oltre a melanzane, peperoni, fagiolini, trecce d’aglio, patate… Abbiamo clienti che ci seguono fin dall’inizio, due anni fa. Vendiamo al mercato dei produttori di Cattolica Torconca il mercoledì e su ordinazione via Facebook dove postiamo le foto di cosa abbiamo o direttamente sul campo a Sant’Andrea in Casale. Questa estate abbiamo venduto le cassette con tutto quello che offriva l’orto.”

La fatica fisica è tanta, ma hai parlato anche di un territorio, quello locale, poco incline al cambiamento. In che cosa lo notate di più?
“C’è un problema generazionale a nostro avviso: i colleghi di una certa età, che sono la maggioranza, non ci danno troppa fiducia, perché siamo giovani, perché abbiamo pochi mezzi ma tante idee e diverse dalle loro. Perché qui parlare di biologico è quasi un’eresia e spesso ci sentiamo dire <a ni o feda>, così scherzando abbiamo pensato di essere perseguitati dalla filosofia dell’ <a ni o feda>! Poi abbiamo anche qualche amico e parente che ci dà una mano e per fortuna che crede nel nostro progetto, ma a volte ci rimango male per i commenti di alcune persone, come quando una persona ha saputo che siamo due laureati in Sociologia e ci ha commentato: ‘che spreco di umanità’… Dall’altra parte cerchiamo di capire anche chi è più anziano di noi che magari ha vissuto il lavoro della terra come un’oppressione, un obbligo e non capisce che per noi invece ora vuol dire essere liberi.”

Quali sono le prospettive?
“Di continuare e pian piano migliorarci e riuscire ad acquistare quello che ci serve per coltivare (un attrezzo per la lavorazione del terreno da abbinare al trattore che abbiamo a disposizione; una seminatrice manuale per rendere più agevoli le operazioni nell’orto; botti di acciaio per il vino e l’olio e una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana)per questo abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Produzionidalbasso.com e speriamo di ricevere qualche aiuto per il nostro progetto ‘Dalla parte del cavolo’.”

 

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