"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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FORUM ENERGIA del Comune di Rimini: L’Europa guida l’Italia nell’attuale transizione energetica al 2050

Conferenza di Leonardo Setti, Ricercatore all’Università di Bologna

Sicuramente la partecipazione dei cittadini e delle imprese è essenziale per affrontare i temi energetici. Perché parliamo di percorso europeo ? Perché oggi in Italia la discussione sui temi energetici è completamente avulsa dal percorso europeo. A giugno  2011 siamo andati a votare un referendum (tra gli altri sul nucleare)  assolutamente inconsapevoli del percorso europeo. Gli italiani non sono stati informati né sul come, né su cosa dovrebbe fare l’Italia nell’ambito del piano energetico europeo.  C’è qualcuno dei presenti  che conosce il Piano energetico europeo ? Nessuno.  Succede perché in Italia non si parla di questo Piano, pur essendo questo Paese un membro della Comunità Europea. Il Piano energetico europeo ha un obiettivo preciso, che è quello di decarbonizzare (ridurre l’uso dei combustibili fossili NdR)  l’Unione Europea. Al 2050 la decarbonizzazione deve raggiungere l’80 per cento,  cioè l’uso dei combustibili fossili (petrolio, carbone, gas, ecc.) deve essere ridotto di questa percentuale (corrisponde anche alla percentuale di riduzione delle emissioni, rispetto al livello del 1990 NdR). Questa scadenza è importante, perché noi pensavamo di dover raggiungere certi  obiettivi in un periodo molto più lungo.  Su cosa si basa questo approccio ? Si basa su: a) sicurezza negli approvvigionamenti energetici; b) sostenibilità ambientale, perché decarbonizzare è indispensabile per avere una energia sostenibile con l’ambiente; c) impatto economico sostenibile, senza il quale le prime due non si sostengono.

L’Europa ha disegnato degli scenari in cui sono state considerate varie ipotesi. Per esempio, raggiungere il  20 per cento di energia rinnovabile entro il 2020, oppure il 40, il 60 e l’80 per cento.  Sono state fatte delle ipotesi di investimento, da cui risulta che gli Stati membri dovrebbero investire pesantemente fino al 2025-2030,  per poi scendere gradualmente. Si è visto anche che andare verso una Europa col 60 per cento di energia rinnovabile, oppure l’80 per cento, non fa  molta differenza, perché una volta avviato un percorso questo si auto sostiene.  L’Europa ha già scelto il cammino che la porterà, entro il 2050, adiventare una Europa solare (il documento della CE “Una tabella di marcia verso un’economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050” è consultabile e/o scaricabile sul sito http://ec.europa.eu/clima/policies/roadmap/index_en.htm).

Non perché tutto andrà col fotovoltaico, come erroneamente si può pensare, ma perché si utilizzeranno molte energie alimentate direttamente o indirettamente dal sole (bio masse, eolica, fotovoltaica, ecc.). L’unica energia che non viene dal sole è quella geotermica.

Ora se l’Europa, nel 2050, si alimenterà per quattro quinti di energia rinnovabile, ed il resto da quello che rimane di nucleare (non in Italia) e di origine fossile, non si può certo pensare di costruire nuove centrali nucleari. Semplicemente perché l’Europa ha scelto un altro percorso, che va in senso contrario, cioè in direzione della denuclearizzazione.   In questo scenario europeo, nel 2050, ci sarà  meno della metà del nucleare che abbiamo oggi.  Questo è importante saperlo, anche perché non è uno scenario di oggi,  ma risale ad un anno fa.

Quando si parla di energie rinnovabili, soprattutto in Italia, si dice sempre: si sono belle, ma i costi sono troppo alti. Allora, l’Europa ha fatto anche dei conti su quelli che sono i costi: se ci fermiamo al 20 per cento di energie rinnovabili, noi pagheremo tra 6 e 9 centesimi il kwh  al 2050. Se invece lo scenario è quello dell’80 per cento di rinnovabili,  si pagherà tra 8 e 10 centesimi al kwh. Come si vede non c’è una grandissima differenza.  Nel primo scenario, del 20 per cento, ci sarebbero da fare  pochi investimenti,  perché le infrastrutture ci sono già e basta solo qualche nuova centrale elettrica e mantenere in vita quelle che ci sono, che però hanno costi operativi molto alti.

Nel secondo invece, quello dell’80 per cento, c’è da investire di più, perché bisogna costruire un sistema completamente nuovo, ma in compenso, i costi operativi saranno molto bassi, perché un impianto fotovoltaico una volta fatto ha costi di gestione minimi.

Poi c’è anche lo scenario dei nuovi posti di lavoro che verrebbero creati. Certamente, cambiando il sistema energetico perderemo molti posti di lavoro tradizionali, ma con un nuovo sistema energetico se ne creerebbero di più e il saldo sarebbe positivo.  E questa è un’altra ragione per cui Europa ha scelto l’opzione dell’80 per cento.

Una questione tipica italiana.  Quando si citano le rinnovabili ci si chiede quale tecnologia sarebbe da prediligere. Normalmente i tecnici rispondono che bisogna fare un po’ di tutto: eolico, fotovoltaico, bio masse, ecc….quasi fosse difficile stabilire delle priorità. Non è così, perché l’Europa ha già definito gli scenari: il Sud Europa produrrà energia dal sole, perché di vento ne ha poco,  il Nord Europa invece dal vento. Ed entrambi sfruttano il sole.

Non dobbiamo dimenticare che quando diciamo che dobbiamo mettere i pannelli sopra le scuole, o le pale eoliche da qualche parte,  per dimostrare che è possibile produrre energia in varie forme, l’Europa lo faceva una decina di anni fa.  Oggi non c’è più bisogno di dimostrare, bisogna pianificare e intervenire.

Questo perché ci sarà una unica grande rete europea dove avverrà lo scambio dell’energia tra chi la produce in una stagione e chi la produce in un’altra.  Vuol dire che il sistema lavorerà come fosse una unica rete.

Sono stati definiti i costi che dovremmo sostenere tutti, comprese le famiglie italiane, e che ammontano a circa 256 euro l’anno. Questo è il costo che ciascuna famiglia dovrà sostenere per  raggiungere l’obiettivo dell’80 per cento di energia rinnovabile.  Da dove vengono questi costi ? Dagli incentivi necessari per passare ad un sistema che privilegia l’energia rinnovabile [Secondo una  ricerca di Ener20, di gennaio 2012, quasi 8 italiani su 10 (il 77% degli uomini e il 79% delle donne) sarebbero disposti a pagare 2,5 euro al mese pur di dire addio alle energie tradizionali a favore di quelle più green e sostenibili. A dare il proprio assenso sono soprattutto i giovani tra i 18 e 24 anni (45%) e chi vive al Sud o nelle Isole (40%), oppure in comuni dai 20.000 ai 100.000 abitanti (41%) NdR].

Su questo percorso ci sono vari pareri ed uno, che risale al marzo scorso, del Comitato Economico Sociale dell’Europa afferma che per raggiungere l’obiettivo del 2050 occorre una politica energetica integrata europea. Significa che l’Italia non può fare quello che vuole, ma deve agire all’interno di una politica integrata europea.

Quando parliamo di sistema integrato di gestione dell’energia dobbiamo tenere come riferimento   quello dei rifiuti. Il sistema integrato dei rifiuti nasce negli anni settanta, quando abbiamo scoperto che non avevamo spazio sufficiente per le discariche. Non sapevamo dove sistemarle. Quindi si è avviato un percorso basato su tre pilastri: prevenzione, cioè ridurre i rifiuti a monte; riciclo e riuso, che vuol dire recuperare, con la raccolta differenziata, la materia di scarto per farla tornare materia prima e metterla di nuovo nel sistema produttivo; ma soprattutto, gli acquisti verdi, che interpellano la responsabilità di ciascuno di noi.

Nell’energia il percorso è identico, perché stiamo trasformando la troposfera, cioè i primi15 chilometridell’atmosfera che stanno sopra la nostra testa,  in una enorme discarica di anidride carbonica. Se prendiamo l’ultimo Atlante della De Agostini, che contiene i dati più recenti,  si mostra che la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera  aumenta, ogni anno, di tre parti per milione.  Cioè aumenta costantemente, ogni anno, di circa l’uno per cento. Questa è una cosa certa. Solo che non la vediamo, perché l’anidride carbonica è trasparente (ma con uno spettrometro potremmo vedere la nebbia aumentare). Vediamo invece meglio se una città si riempie di rifiuti.

Ecco perché dobbiamo mettere in campo un sistema integrato dell’energia, basato su tre pilastri: ridurre i consumi attraverso il risparmio e l’efficienza energetica; usare le energie rinnovabili; fare acquisti verdi, assumendosi ciascuno (pubblico e privati)  la propria responsabilità.

Questo vuol dire che diventeremo una Italia solare, in una Europa solare, ed andremo ad energia elettrica.  L’attuale torta dei consumi ci dice che il 50 per cento dell’energia che oggi consumiamo è termica, cioè serve per riscaldare acqua, il 30 per cento serve per i trasporti, ed il 20 per cento è energia elettrica. Quando parliamo di energia rinnovabile tendiamo a riferirci alla componente elettrica, ma il grosso del problema nasce da quella  impiegata per scaldare l’acqua (cioè per riscaldare le case).

I trasporti al 95 per cento vanno a benzina e diesel, ad anche loro vanno portati ad utilizzare energia rinnovabile.  Il piano europeo del 3×20 ha come prossimo orizzonte temporale il 2020, che è una tappa intermedia, mentre l’obiettivo finale resta  il 2050. Questo, da un punto di vista delle decisioni da prendere e dei piani da fare, vuol dire che non si possono programmare degli interventi di medio periodo senza guardare a quelli di lungo periodo.  Non posso adottare misure per il 2020, che poi  magari devo rimuovere  per passare alla fase successiva.  Un piano energetico per le rinnovabili deve poter aggiungere tasselli a tasselli, in forma pianificata e coordinata,  avendo sempre in mente l’obiettivo finale.

Il 20-20-20 dice che al 2020 dovremmo raggiungere una riduzione del 20 per cento delle emissioni, il 20 per cento di energie rinnovabili e il 20 per cento di riduzione dei consumi.     Il primo obiettivo verrà quasi sicuramente raggiunto, con qualche paese che andrà meglio ed altri meno.  Anche il 20 per cento di rinnovabili dovrebbe essere alla portata.  Sarà invece più difficile raggiungere l’obiettivo della riduzione dei consumi.  Anche perché su questo l’Europa ha emanato degli indirizzi, ma non li ha resi obbligatori. Però ci sta pensando e sta preparando, dal luglio 2011, una nuova direttiva sull’efficienza energetica che renderà obbligatori gli interventi e coinvolgerà tutti, dalle famiglie, al settore pubblico, ecc.  L’iter di questa nuova direttiva si concluderà nel giugno del 2014.

L’Italia, all’interno di questo percorso ha due possibilità: aspetta di vedere come vanno le cose e comincia ad attrezzarsi per raggiungere gli obiettivi del 2020, oppure avvia la macchina  ma comincia ad adeguare gli interventi a quelli che saranno presumibilmente  i contenuti della direttiva in arrivo.

L’Italia purtroppo ha affrontato il problema energetico facendo già due errori di partenza:  non attrezzandosi per il Protocollo di Kyōto (Il protocollo di Kyōto è un trattato internazionale in materia ambientale riguardante il riscaldamento globale e  sottoscritto nella città giapponese di Kyōto, l’11 dicembre 1997 NdR) così oggi siamo a debito e dobbiamo pagare una multa; correndo lo stesso rischio per la mancata applicazione della Direttiva 28 dell’Europa.

Comunque l’obiettivo della riduzione dei consumi non è un percorso semplice e la discussione tra gli Stati membri è accesa. Tanto che le due bozze finora preparate sono state bocciate entrambi. Perché ridurre i consumi, in una società che fa del consumismo un valore, è anche un problema psicologico. Potrebbe essere interpretato come una regressione, un tornare indietro.  Ovviamente non è vero, ma non è facile farlo passare.   Un peccato, perché la prevenzione genera una enorme quantità di lavoro, tanto è vero  che oggi in Italia, nelle attività legate alla riduzione e all’efficientamento energetico,  operano circa 400 mila aziende, con più di 3 milioni di addetti.  Se ci fosse una Direttiva obbligatoria, i posti di lavoro potrebbero essere molti di più, oltre ad avvicinarci all’obiettivo fissato.

La direttiva europea n° 28, uscita nell’aprile del 2009, prevede, per tutti i Paesi, degli obblighi precisi (Allegato I della direttiva medesima NdR). Questa direttiva, che si riferisce alle energie rinnovabili,  è stata recepita dal Governo italiano nel maggio 2011, con il decreto cosiddetto “blocca rinnovabili”.        Nel 2020 l’Italia deve raggiungere l’obiettivo del 17 per cento, quale quota di energia da fonti rinnovabili, sul consumo finale di energia. Ma in questa direttiva ci sono anche altre indicazioni interessanti: per esempio, che il 10 per cento di tutta l’energia utilizzata nei trasporti, deve provenire da fonti rinnovabili. Tradotto vuol dire che tra nove anni un’automobile su dieci deve essere alimentata da fonti rinnovabili.  Quali fonti rinnovabili ?  Nessuno lo sa,  perché l’Italia non ha un piano dei trasporti. Ma il percorso che porterà dalla benzina e/o diesel alle fonti rinnovabili, principalmente elettrico, va governato bene. Non è automatico.

Se andiamo in Svezia, in Danimarca o in Germania, per esempio, milioni di mc di bio metano sono già stati messi nella rete, e quando si va alla pompa per fare rifornimento si può riempire il serbatoio di bio metano, se la macchina va a metano.  Invece, in Italia, stiamo ancora nella fase dimostrativa. Cioè in tutta Europa il bio metano viene distribuito regolarmente, ma non in Italia. Questo accade perché da noi  manca la normativa che dovrebbe consentire di mettere il bio metano nella rete del gas. Siamo l’unico paese europeo a non averla. Il Governo si era impegnato, nel maggio scorso,  ad emanarla, ma ancora  non si vede.   Ma non per qualche interesse particolare, semplicemente perché non c’è un piano.

Dalla direttiva 28 emerge anche un’altra indicazione:  ciascun paese viene monitorato nel suo percorso di avvicinamento all’obiettivo del 2020. Così l’Italia, nel 2012, dovrà rendicontare di aver compiuto il 20 per cento del suo percorso, nel 2014  il 30 per cento, nel 2016 il 45 per cento e così via.   L’Italia tra dodici mesi deve cioè presentare il suo primo bilancio energetico, ma gli ultimi dati disponibili,  forniti da ENEA, sono fermi al  2009.   Se poi andiamo ai piani energetici regionali, si sta lavorando su dati ancora del 2007.   Insomma, siamo un po’ indietro anche con la statistica.

Se non raggiungiamo gli obiettivi,  accumuleremo dei debiti nei confronti dell’Europa, e questo vuol dire dover comprare crediti dai paesi più virtuosi, che cioè sono andati oltre. Comprare dei crediti comporta, in questo caso, dove importare energia rinnovabile da fuori. Soprattutto energia  elettrica, perché tutte le altre rinnovabili costeranno troppo.

Per fortuna le centrali nucleari non le facciamo più, altrimenti avremmo corso il rischio di doverle tenere spente, dopo averle fatte, perché siamo obbligati, dalla direttiva europea, ad importare energie rinnovabili, per compensare quelle che non produciamo internamente.

Così avremmo importato anche l’unica energia che possiamo produrci in casa, perché come è noto petrolio, uranio e gas  già li compriamo fuori.   Questi sarebbero stati i risultati della strategia energetica italiana.   Oggi l’Italia si è dotata di un PAN (Piano d’Azione Nazionale), come richiesto dall’Europa, ma non ha un Piano energetico, dato che l’ultimo risale al1988. Inpratica ha un piano per dire cosa fare, ma non ha un piano in cui sia indicato dove vuole andare.

Tanto che il precedente Governo, mentre bloccava le rinnovabili in casa, aveva già inserito un debito al 2020 (prevedendo quindi di non raggiungere la quota di energia rinnovabile richiesta), prevedendo nello stesso tempo di importare un GW di potenza eolica dai Balcani, attraverso un elettrodotto da costruire.

In Europa, nella situazione dell’Italia, c’è solo il Lussemburgo, perché anche questo Paese  ha messo un debito da fonti rinnovabili nel proprio bilancio energetico. Tutti gli altri sono a pareggio, o addirittura in avanzo (vuol dire che  producono l’energia rinnovabile prevista o anche di più).       Per fortuna la società (singoli e imprese) si muove anche da sola,  così solo tra il 2008 e 2009,  le rinnovabili in Italia sono aumentate da 0,3 a1,6 GW (1 giga watt=1 miliardo di watt), incrementando di cinque volte la nostra capacità di produrre energia rinnovabile. Questo risultato è stato ottenuto soprattutto grazie al fotovoltaico.

Per un paragone si tenga presente che la Germania è arrivata ad installare 19 GW  di fotovoltaico, con un sistema di incentivi che risale al 1991, quindi sono esattamente vent’anni che le famiglie tedesche investono nel fotovoltaico.    In Italia il primo conto energia è iniziato nel 2005 e diventato operativo nel 2006.  Alla fine del 2010 c’èra installata una potenza di 3,2 GW , pari all’1,2 per cento del consumo totale. Nei primi nove  mesi del 2011, fino cioè a settembre, la potenza era salita a 10 GW ,  pari al 3,7 per cento dei consumi.  Solo un mese dopo era salita a 11,1 GW: in un mese erano cioè stati installati 1,1 GW, che è l’equivalente di una centrale a carbone da 200 MW (mega watt). A fine novembre 2011 aveva raggiunto 11,6 GW , che vuol dire immettere in rete  12 miliardi di kwh di energia elettrica l’anno, che è quanto produce un reattore nucleare da 1,6 GW.    Questo vuol dire che in un anno e mezzo l’Italia si è fatta una “centrale nucleare” col fotovoltaico.   Quando per fare una centrale nucleare ci vogliono almeno dieci anni.  Risultato che è stato possibile raggiungere mettendo insieme circa 300 impianti fotovoltaici, una nuova forma di micro generazione distribuita.

Questo apre molte opportunità, anche occupazionali. Nel fotovoltaico lavorano attualmente 36 mila persone, che nel 2020 potrebbero diventare 150 mila.  Questa è anche la forza del nuovo sistema energetico.  Creare nuove opportunità di lavoro.

Infine l’Europa, sempre con la direttiva 28,  definisce indirettamente anche le responsabilità del Comuni. Perché con gli stessi criteri in base ai quali sono state distribuite le quote nazionali, gli Stati dovranno procedere con gli enti locali di riferimento: in Italia le Regioni. Quando a sua volta la Regione avrà recepito la sua quota di competenza, dovrebbe ripetere l’operazione e suddividerla tra le Province e queste tra i Comuni.

Perla Comunità Europea  il responsabile del Piano energetico nazionale è ogni singolo Sindaco, di ogni singolo Comune, che attraverso il Piano energetico comunale soddisfa gli obiettivi della sua provincia, della sua regione e del suo stato. La filosofia è che bisogna partire dal basso per soddisfare un obiettivo nazionale ed europeo.   Tanto che la CE sta promuovendo il Patto dei Sindaci, a cui Rimini aderisce, con altri 1.400 comuni in Italia (su più di 8 mila NdR).

Purtroppo molti sindaci ancora non sanno che hanno questa responsabilità, anche se il decreto Romani del precedente Governo recepiva, nell’art.33, questo impegno, prevedendo la distribuzione di debiti e crediti tra gli Enti Locali. Non sono però stati ancora emanati i decreti attuativi.          In altri termini, gli Enti Locali sono spinti ad essere virtuosi, perché in tal caso accumuleranno crediti, altrimenti faranno debiti, che vuol dire acquistare, quindi pagare, energia rinnovabile da altri (altri comuni, province e regioni).

I Sindaci, per raggiungere i loro obiettivi che sono stabiliti nel piano provinciale e regionale, devono però fare un patto con i consumatori locali di energia, che sono le attività economiche, i servizi, ma anche i singoli cittadini, dato che un contributo importante ai consumi energetici viene dal riscaldamento delle abitazioni.  Questo fa vedere come tutti devono essere coinvolti in questo percorso. Altrimenti l’obiettivo dell’Europa, l’Italia difficilmente lo potrà raggiungere.

Un paese di 30 mila abitanti per alimentarsi (comprendendo attività produttive, servizi e famiglie)  interamente col fotovoltaico ha bisogno di circa 89 MW (1 MW= 1 milione di W). Attualmente in Emilia Romagna sono installati 1000 MW.

Si può fare, ma va programmato, non basta mettere il fotovoltaico su un tetto qua, un altro là, e sperare che alla fine i conti tornino. Non è così. Ci vuole un Piano energetico comunale che fissa obiettivi e modi per raggiungerli.   Per produrre, come nell’esempio presedente, 89 MW ci vogliono 700 mila m2 di tetti, oppure 140 ettari di terreno. Cioè spazi che non si trovano dall’oggi al domani.

Ma l’opzione efficienza e risparmio è la prima da mettere in campo. Il grosso delle nostre abitazioni ha più di mezzo secolo e dal punto di vista energetico sono un colabrodo. Nei grandi appalti lavorerebbero le grandi ditte, ma per rifare il tetto, o fare un cappotto sono le piccole e media imprese a dover intervenire, creando molte occasioni di lavoro, tra l’altro in un momento di crisi.

Questo richiede però un Piano per la riqualificazione degli edifici.     Dopo di che dobbiamo portare energia rinnovabile negli edifici. Ci sono tre possibilità: il solare termico, per scaldare l’acqua. Se ogni famiglia italiana avesse 4 mdi solare termico sul tetto,  in Italia si risparmierebbe  10 miliardi di mc l’anno di gas, che è l’equivalente di quanto importiamo dalla Libia.

La seconda possibilità è il teleriscaldamento in cogenerazione. Qui c’è il problema, che quasi sempre viene sollevato, di dove sistemare le centraline. Se siamo in ambiti troppo urbanizzati forse conviene ragionare in termini di area vasta e coinvolgere altri comuni, magari con più spazi a disposizione. Non sarà comunque facile, ma dobbiamo ricordare che se non si fa nulla, alla fine ci sarà un debito energetico da pagare.

Si può ragionare, come si sta facendo in alcuni comuni del ravennate,  anche in termini di bio gas. Quando sarà possibile metterlo in rete, non servirà nessuna infrastruttura nuova, perché si può utilizzare quella che c’è,  e il bio gas potrà arrivare anche nei centri storici, conservando le attuali caldaie a condensazione. Ma ci vorranno diverse centrali di bio gas. Quindi andrà programmato.

Si può anche pensare di far andare tutto a pompe di calore, ma in questo caso bisogna sostituire tutte le caldaie.  Quanto tempo ci vorrà per sostituire le attuali  31 milioni di caldaie installate solo nelle abitazioni ? Al ritmo di circa 800 mila nuove caldaie l’anno, quante se ne vendono oggi, più di trent’anni.   Anche in questo caso c’è un tempo di transizione.

Infine, come Università di Bologna stiamo lavorando ai Piani energetici di 34 comuni dell’Emilia Romagna. Tutti questi comuni formeranno Comunità solari, dove verrà stipulato un Patto sociale e si andrà verso un conto energia locale, sul tipo di quello nazionale (costituito con una aliquota sulla bolletta elettrica).

Con contributi volontari, una specie di carbon tax,  si formerà un Fondo di incentivazione locale che dovrà consentire ai cittadini che lo vorranno di fare investimenti in campo energetico a costi contenuti. E’ un percorso che piace molto alle Associazione di categoria, perché ci vedono un volano economico. Quindi si sta andando, in questi Comuni,  alla firma di questo Patto, che deve consentire di rendere operativo il piano energetico comunale.   Il Patto prenderà la forma, i primi del 2012,  di una cooperativa mutualistica, a cui aderiranno tutti i Comuni che si riconosceranno nel piano.

 

 

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