"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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Fornace Fabbri: una storia industriale cancellata

Oggi è difficile vedere una cosa che non c’è più, al pari di tutte quelle costruzioni, come il Kursaal, per rimanere al più noto, risparmiate dalle distruzioni della guerra ma non dalle ruspe degli interessi immobiliari. Si dirà che questa non è una specificità di Rimini, ed è vero. Ma la cancellazione che in questo territorio si è fatta dell’attività, quindi della storia, manifatturiera ha pochi uguali.  Una rimozione culturale prima ancora che fisica. Sfidando la realtà abbiamo costruito una identità tra Rimini e turismo come valore assoluto, che non lascia spazio ad altro. Non è un caso che esiste un Assessorato al turismo ma non all’industria, quasi fosse, quest’ultima, figlia di un dio minore.  Dimenticando, forse troppo facilmente, che ci vogliono un centinaio di hotel per pareggiare il fatturato di appena un paio delle maggiori imprese manifatturiere.  Non si nega il ruolo e l’importanza del turismo nell’economia locale. Semplicemente si vuole ricordare che, fortunatamente per tutti, ci sono anche altri, e non meno importanti, settori di attività.  In verità nemmeno i diretti interessati, singoli ed associazioni di riferimento, hanno fatto molto per contrastare il pensiero unico della realtà economica locale.  Quindi non è un caso se tutto quello che ricorda una presenza manifatturiera in questo territorio sia vista con sufficienza, quando non demolita come è capitato, ma non è l’unica, alla fornace Fabbri nel 1979.

Una bella mostra al Museo della Città di Rimini ne ha riproposto la storia, che ora sommariamente ripercorriamo, anche nella speranza che dagli errori del passato si possa apprendere qualcosa di buono per il futuro.

Intanto forse pochi sanno che le fornaci, in provincia di Rimini, e precisamente a Cattolica, Riccione, Santarcangelo e Rimini, pare siano presenti fin dal III secolo a.C.  Quindi non si tratta nemmeno di una presenza dell’ultimo secolo. In pratica sono precedenti alla Casa del Chirurgo, del II secolo d.C., riscoperta e da poco proposta al pubblico. E se Rimini ha un cuore antico, è anche vero che ha un cuore manifatturiero.

I mattoni di queste fornaci sono serviti a mettere in piedi l’industria balneare fin dall’inaugurazione del primo stabilimento nel 1843. Agli stessi fratelli Fabbri, imprenditori fornaciai, pare si debba la costruzione della maggior parte dei circa cinquanta villini  edificati  in zona mare all’inizio del novecento.

Lo storico Luigi Tonini, nella sua Guida del forestiere nelle città di Rimini del 1864 elencava, attorno alla città e nei Borghi,  sei fornaci di calce, mattoni e tegole, che spedivano materiali al mare, ma anche fuori d’Italia, principalmente in Austria e nelle città della Dalmazia, da dove importavano carbone per fare andare le stesse fornaci. Fornaci che si ritrovavano ancora alla fine dell’Ottocento, e tra queste una delle più importanti era proprio la Fabbrica di Laterizi fratelli Fabbri, fondata nel 1878, al Borgo Mazzini, già S.Andrea, dove lavoravano da 80 a 300 operai (secondo le fonti).

A cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, a conferma probabilmente del buon andamento degli affari, i Fabbri costruiscono in Via Monte Titano case a schiera per gli operai, dette ancora oggi “la Fila”, per consentire loro di essere più vicini al lavoro, soprattutto in caso di maltempo. In un cortometraggio del 1912, realizzato per promuovere “Rimini ostenda d’Italia” sono ben visibili le tre ciminiere dei forni della fornace.

Durante l’ultima guerra la fornace fu utilizzata prima dai cecchini tedeschi, stanati dai Gurka che diedero fuoco alla base, per essere occupata poi dagli Alleati. E dato che usci parecchio danneggiata rimase per molto tempo inutilizzata.  Dal 1949 al 1955 fu gestita in affitto da un’impresa di Verona. Alla scadenza fu rilevata da Manlio Lami, già azionista della fornace e proprietario di un’altra  fornace a Mercato Saraceno. Iniziò il declino che precedette la chiusura e l’arrivo delle ruspe.

“Dagli anni settanta ai nostri giorni, tutte le costruzioni industriali sono state sistematicamente rase al suolo per …..monetizzare il valore fondiario, senza minimamente prendere in considerazione la possibilità di mantenere l’esistente per un eventuale riutilizzo” scrive Luca Di Bartolo, nel volume Rimini: Fornace Fabbri, Luisè Editore.

Sull’area della fornace Fabbri sono progressivamente sorte la sede SIP (oggi Telecom), la Fiera, il V° PEEP di Via della Fiera e per ultimo gli edifici di Nuova Rimini, oggi sede di diversi uffici comunali.

Si poteva fare diversamente?  Certamente. Bologna, per citare una città vicina, ha recuperato e trasformato una ex fornace, dopo averla comprata, in Museo industriale, con la collaborazione della Confindustria locale.

A Rimini ci provò Piergiorgio Pasini, in un articolo su Il Ponte del 7 ottobre 1979, a proporre una soluzione diversa: “spazi verdi, ambienti per attività sociali (festival, manifestazioni), un esempio di archeologia industriale: tutto questo è possibile in Via Titano”. Ma rimase una voce isolata, e quello che poteva diventare un elemento di storia e di identità locale, un luogo di incontro per le persone, è stato invece trasformato in non luogo, dove nessuno, a parte i residenti, gli verrebbe in mente di andare, tanto non c’è niente da vedere e apprendere.

A ricordo è rimasta Via della Fornace, che sembra finisca però diritta in un garage privato, testimonianza del vicolo cieco preso dalla cultura industriale e amministrativa locale.

Ma un monito a fare meglio viene anche dal nuovo Piano Territoriale Regionale (PTR) quando scrive “Il tendenziale indebolimento di luoghi di aggregazione sociale, progressivamente sostituiti dai “non luoghi” di consumo individuale massificato, deprime il ruolo della città come luogo di coesione, di costruzione di valori collettivi, di innovazione della cultura e dei saperi locali”.

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Lavorare nella Fornace

Il lavoro non era leggero: fino all’avvento dell’escavatore meccanico l’argilla per i mattoni veniva prelevata con il badile e trasportata con le carriole, munite di cerchi di ferro. Ricorda Luisa Fabbri: “Ho visto Gigiòn fare i mattoni a mano e poi ho visto quando è arrivata la taglierina che tagliava tre blocchi alla volta, mentre i ragazzini ci buttavano la sabbia sopra e sotto…e c’erano quelli che li portavano e li mettevano sui carrelli e poi li portavano negli asciugatori…questo intorno agli anni 1930-’32”. C’erano regole anche per i figli dei proprietari, che “quando gli operai lavoravano non potevano ascoltare musica e le bambine dovevano lavorare di cucito o a maglia se si mettevano sedute fuori sul muretto”. Le macchine hanno portato dei miglioramenti, ma il lavoro restava duro. Una ex operaia racconta a Luciano Sedioli, nello stesso numero de Il Ponte citato “li dentro ci ho lavorato per 15 anni fino al 1962 e ne ho avuto abbastanza. Ricordo che le prime sere, quando tornavo a casa da lavorare, mi facevo togliere il vestito da mia figlia tanto era la stanchezza. Erano in maggioranza uomini, ma noi donne lavoravamo come loro. La paga era da donna, ma caricavamo i camion come gli uomini…. Si lavorava dalle 10 alle 12 ore. Si facevamo molti straordinari perché la paga era bassa. In genere si lavorava 7-8 mesi l’anno, poi si finiva licenziati”.

 

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