"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
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Formica: colleghi, qui ci vuole ottimismo!

di Lucia Renati

Certo, l’Italia non è l’America. Anche se, di questi tempi, forse non conviene essere né l’una né l’altra. Ed è ancora più certo che Rimini non è la Silicon Valley.   “Ci manca quel coraggio”. Alessandro Formica, 33 anni, laurea in Scienze Politiche Internazionali, da un anno e mezzo presidente del gruppo giovani di Confindustria Rimini, comincia l’intervista a TRE tradendo subito l’entusiasmo di chi guarda lontano. “Non si può copiare un sistema, ma di certo possiamo guardare altrove per migliorarci. Sto pensando all’America, dove la parola Startup non è soltanto una parola. Ci vorrebbero incentivi ai nostri giovani dalle menti brillanti (ce ne sono tanti) ma, a livello nazionale, gli incentivi non vanno verso l’investimento imprenditoriale, come ci ha confermato la manovra del Governo Monti. In Italia è un problema culturale, di mentalità”.

Una delle caratteristiche di un imprenditore è guardare positivamente al futuro. Questa manovra vi preoccupa?

“La prendiamo con spirito positivo e fiducia, con la consapevolezza che è un piccolissimo passo verso una soluzione ancora molto lontana. Da buon imprenditore, comunque, non posso che guardare al futuro con ottimismo. Essere soltanto critici non serve a nessuno”.

Da un anno e mezzo presidente dei giovani imprenditori riminesi. Un periodo non certo facile. Il presidente di Confindustria Rimini Maurizio Focchi, in occasione del bilancio di fine anno, ha insistito molto sull’utilità del binomio imprese e territorio per ripartire. Lei è d’accordo?

“Sono assolutamente d’accordo con il presidente Focchi. Stiamo attraversando una crisi di sistema. Non è solo l’imprenditoria. È per questo che, o ci si rimbocca le maniche tutti insieme, o non se ne esce. Occorre allearsi, imprese e territorio, istituzioni e sistema bancario. Anche perché, oggi, l’impresa ha un ruolo sociale determinante. È lo strumento attraverso il quale tante famiglie mandano i figli a scuola, pagano mutui. Le nostre grandi, piccole, medie e piccolissime aziende, non creano solo valore, ma valori”.

Anche se la ‘fuga dei cervelli’ vale anche per il vostro settore. Penso ai tanti giovani che preferiscono andare all’estero per avviare la loro attività imprenditoriale piuttosto che rimanere in Italia, dove, come diceva anche lei, avviare una startup è molto difficile.

“Certo ci sono, ma le assicuro che sono pochi, in termini assoluti, rispetto a quelli che potrebbero farlo. Preferisco non fare esempi, ma molti scelgono di rimanere e redistribuire ricchezza sul proprio territorio. Si cerca di investire molto in ricerca e sviluppo (certo oggi si fa fatica), l’imprenditoria italiana si contraddistingue proprio per le competenze”.

La sua associazione raggruppa 100 imprenditori under 40. Lei li incontra tutti i giorni. Come stanno vivendo questo momento? Hanno paura?

“Direi che paura non è la parola giusta. Sono invece preoccupati, perché più responsabilizzati ma io sono molto, molto ottimista perché continuo a credere nel valore delle persone, nella qualità e nell’impegno”.

Lei lavora nell’azienda di famiglia con suo padre e suo fratello: un giovane imprenditore di seconda generazione. Più o meno facile iniziare così?

“È come chiedere ad un figlio d’arte se ha avuto la strada spianata o ha dovuto faticare più degli altri. Io credo che ogni situazione porti vantaggi e svantaggi. Avere un’azienda di famiglia ti dà un’opportunità in più, certo. Ma è anche una grande responsabilità. Poi è la passione che fa la differenza. L’interrelazione famiglia/impresa, comunque, è più complicata. Il passaggio generazionale nelle imprese è un momento cruciale. Un giovane porta sempre un cambiamento perché sposta l’equilibrio dell’azienda”.

Un imprenditore deve amare ciò che fa ma anche dove lo fa. Com’è il rapporto con il suo territorio? Con la provincia di Rimini?

“Chi non sogna di essere profeta in patria? Io purtroppo non ci sono ancora riuscito. Mi piacerebbe fare di più per la mia città che amo tantissimo, ma fino ad ora non mi è stata data questa possibilità”.

Mi pare che si stia togliendo un sassolino dalla scarpa? 

“Non la metterei così. Dico solo che la mia azienda Alfad, che si occupa di servizi fieristici integrati ed in particolare di allestimenti, mostre d’arte, musei, scenografie ed eventi, è molto quotata. Ci sono molte realtà in Italia che ci scelgono ad occhi chiusi. Siamo partner delle più importanti fiere italiane fra cui Milano e poi Bologna e Roma per le quali abbiamo contratti di fornitura in esclusiva. A Roma di recente abbiamo anche allestito la mostra su Caravaggio. Ma anche all’estero lavoriamo molto, per esempio con Audemars Piguet, marchio di orologeria, o la Land Rover. Nel 2009 siamo sbarcati in Ungheria a Budapest abbiamo siglato un accordo di collaborazione per il settore fieristico. Inoltre stiamo investendo molto sui nuovi mercati di Russia e Cina”.

Alfad però è l’unico socio privato, nel CdA di Convention Bureau, società gestore del Palacongressi di Rimini. Mi sembra un buon inizio.

“No comment…”.

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