"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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FabLab, studenti inventori al servizio delle imprese

di Mirco Paganelli

“Una nuova scuola è possibile”. Posto che la competizione globale dell’industria è sempre più agguerrita e che il ricambio tecnologico è sempre più veloce, quanto sta facendo l’Italia per stare al passo del progresso? Poco, troppo poco considerando quanto spende in ricerca e sviluppo: solo l’1 per cento del Pil. La media europea è il doppio, gli Stati Uniti spendono il triplo, la Sud Corea il quadruplo (e guarda caso Apple e Samsung sono nate proprio in questi ultimi due paesi). Formazione, sperimentazione e impresa vanno a braccetto: quando c’è un buon rapporto scuola-lavoro ci guadagniamo tutti in produttività.
Ecco perché la Fondazione Nord Est di Venezia, espressione del mondo imprenditoriale locale, ha promosso e sostenuto un progetto di “laboratori diffusi” negli istituti tecnici del Triveneto, i FabLab. Dove manca lo Stato ci arriva il privato. Nato pochi mesi fa, il progetto promette bene data la quantità importante di fondi già raccolti. Un modello possibile anche per la Romagna?
Instaurare un rapporto diretto tra didattica e tessuto produttivo del territorio: questo l’obiettivo dei FabLab. Si tratta per ora di 14 mini-laboratori di manifattura digitale altamente innovativi, al servizio degli studenti delle scuole superiori e delle aziende. Sì, perché il principio base è proprio quello della collaborazione senza la quale non ci sarebbe vera innovazione. Più volte abbiamo dato conto di quanto “condivisione” e “networking” siano la cifra del nostro tempo: solo attraverso lo scambio di esperienze, la trasmissione del sapere, si può competere in un mondo sempre più interconnesso.
“Introdurre la manifattura digitale a scuola è un passo fondamentale per la crescita del nostro territorio. Puntiamo a un Rinascimento del manifatturiero e crediamo che si debba partire proprio dalle scuole tecniche, ancor prima che dall’università, perché è lì che sono nati i più grandi imprenditori che hanno cambiato il volto della nostra area, e i loro collaboratori” sostiene il presidente della Fondazione Nord Est, Francesco Peghin.
“L’industria ha successo se ha alle spalle una scuola aggiornata e competente. A domandarlo sono i cambiamenti veloci delle tecnologie. A noi imprenditori preme molto l’aggiornamento delle competenze dei ragazzi. Le imprese possono accompagnarli investendo in loro attraverso i Fablab; contribuiscono così a infondergli quelle competenze indispensabili per i lavori del futuro”.

COME DARE CONCRETEZZA ALLA CONOSCENZA?

Laser per taglio e incisione, fresa a controllo numerico, motore in corrente continua ma, soprattutto, stampante 3d: l’oggetto più avanguardistico del digital manifacturing (c’è già chi “stampa” pietanze o elementi architettonici). Con questi e altri strumenti, gli studenti degli istituti coinvolti dal progetto veneto intendono realizzare prodotti rivoluzionari per l’industria. In cantiere, fra gli altri, hanno il progetto di un drone per il trasporto di farmaci in luoghi bellici e prototipi “customizzati” per la moda.
Non c’è però filosofia senza finanziatori. Il primo bonifico alle scuole è arrivato dalla fondazione promotrice stessa e da una banca, dopo di che si è passati alla raccolta fondi “dal basso”, il crowdfunding che, sfruttando il web, richiama la comunità ad agire attivamente per investire in un’idea innovativa. Sono stati gli studenti stessi a presentare e a gestire il proprio progetto attraverso la piattaforma Fablabascuola.it; hanno stabilito la cifra necessaria a realizzarlo (dai 10 ai 12 mila euro ad istituto) e pianificato la campagna di promozione sul territorio acquisendo familiarità col business plan e il reperimento delle risorse. Quando vi scriviamo, sono stati raccolti 28 mila euro da cinque istituti, uno dei quali è persino andato in overfunding, ovvero ha raccolto – in un solo mese – più soldi del necessario: 12.160 euro, l’obiettivo era di 10.000. Fra i donatori si annoverano: un comune, un’autofficina, una farmacia e vari imprenditori.

RIMINI E IL FABLAB ROMAGNA

Il primo esperimento di mini laboratorio di innovazione tecnologica riminese ha preso il via lo scorso ottobre presso l’ITIG Belluzzi – Da Vinci e, insieme a quello dell’ITT Pascal, fa parte del Fablab Romagna, una A.p.s. di docenti volenterosi che richiamano, incontro dopo incontro, un numero crescente di studenti grazie al passaparola. Le lezioni sono infatti facoltative e si svolgono un pomeriggio a settimana. L’obiettivo è quello di espandersi ma, siamo sempre lì, mancano i fondi; la Confartigianato di Cesena è attualmente il principale sostenitore. Macchinari usati ceduti da aziende sono ben accetti.

“La prima parola chiave è condivisione”, spiega a TRE il professor Maurizio Conti, uno dei referenti del market-placet (così si chiama il laboratorio) di Rimini. “L’interdisciplinarietà è la forza del nostro fablab. Ci sono alunni di tutte le scuole, anche non tecniche, e questo consente una contaminazione di idee. L’età è trasversale, non ci sono classi o materie ma cose da fare, quesiti da risolvere. È possibile creare una macchina che modelli il legno quando si fa squillare un telefono? Per citare un caso… Chi arriva all’obiettivo lo condivide con gli altri e spiega come ha fatto”.
Chiunque frequenti il laboratorio se ne va via con gli occhi che brillano, assicura il docente. Altra parola chiave: “Riutilizzo. Non si butta via niente. Se qualcosa non funziona lo si aggiusta e gli si trova una nuova vita”. Il giovane maker (inventore) può trasformare un giocattolo in un termometro. Ma per farlo serve chi supporto queste buone pratiche di scuola.

I PERITI INDUSTRIALI: “I GIOVANI DEVONO RESPIRARE L’INDUSTRIA”

Conosce bene i Fablab del Veneto Gilberto Leardini, presidente del Collegio dei Periti Industriali e laureati della provincia di Rimini. “Sono un esempio di come migliorare i contenuti e offrire maggiori opportunità ai giovani. Gli istituti di Rimini scontano un difetto, quello del non riuscire a trasferire agli studenti la conoscenza del fare impresa, del come, ad esempio, usufruire dei finanziamenti europei. Gli insegnanti devono parlare anche di questo in classe, come delle possibilità per i periti di svolgere la libera professione”.
Rapporto scuola-lavoro ben rodato in provincia per il numero uno dei periti industriali: “È una pagina di grande spessore su cui bisogna continuare a lavorare. I giovani devono respirare l’industria, e le scuole di Rimini lo stanno permettendo in maniera impegnata, anche se a volta il mondo delle libere professioni non è sufficientemente attento. Stiamo avviando nuovi contatti coi dirigenti scolastici”.
L’ex presidente del Collegio, per anni alla guida della formazione professionale del Centro Zavatta di Rimini, Elio Verdinelli ha fatto la storia dei periti industriali riminesi. Diplomatosi nel ’58, ha formato un gran numero di imprenditori e liberi professionisti operanti dalle valli riminesi al mare. “Gli istituti tecnici sono stati capaci di aggiornare le tecnologie, perché sono stati in costante collegamento con le imprese. In anni di crisi, se c’era un lavoratore che non era a spasso era proprio il perito industriale: quel ‘pazzo’ che fra le altre cose inventa le macchine per la cura del corpo”.

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