"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Esportazioni: perché la Germania corre e Rimini si è fermata

“Germania campione europeo di esportazioni”: scriveva così, pochi mesi fa, un autorevole centro studi tedesco (Brugel). Affermazione supportata da dati che non richiedono troppi commenti: dal 2000 al 2013 le esportazioni tedesche sono aumentate del 154 per cento, in comparazione al 127 della Spagna,  98 del Regno Unito,  79 della Francia e  72 per cento dell’Italia.

E la provincia di Rimini com’è andata in questo frangente ?   Le sue esportazioni sono cresciute del 93 per cento, quindi meno della Germania, ma più dell’Italia.

A favorire questo eccezionale risultato del Paese teutonico sono stati, secondo lo studio, due fattori: un aumento dei salari nominali (senza scontare l’inflazione) tra i più bassi d’Europa; avere saputo approfittare, raddoppiando  l’export, dell’apertura  e  del buon andamento dell’economia cinese.

Come questo sia stato possibile non è meno importante:  non competendo sul prezzo (anche se bassi salari aiutano), bensì sulla qualità dei prodotti e il decentramento del modello di gestione, cioè snellendo la gerarchia aziendale per avvicinare meglio la domanda di mercato ai processi decisionali.

Risultato: in Germania il 40 per cento delle aziende che esportano offrono prodotti di alta qualità rispetto alla media, cosa che avviene solo per il 15 per cento in Italia, il 25 per cento in Spagna e il 35 per cento nel Regno Unito.

Le esportazioni riminesi,  dal 2005 fino al 2011, escluso il 2009 quando c’è stato un crollo, sono cresciute con tassi annuali largamente superiori al dieci per cento, poi però si sono come fermate, con una lieve discesa nel 2015, in controtendenza rispetto  all’aumento del 4 per cento dell’export regionale e nazionale e del 5 per cento della media dell’area euro (7 per cento in Germania e 9 per cento nel Regno Unito). Al contrario, da qualche anno crescono di più le importazioni provinciali.

A tirare la volata dell’export locale rimane  sempre il manifatturiero, in testa il tessile e abbigliamento seguito dai macchinari, che copre il 99 per cento del totale (ricordiamo che nel manifatturiero sono incorporati molti servizi).   Tutto questo in una Regione che è al primo posto, in Italia, per l’export di materiali da costruzione;  al secondo per meccanica, autoveicoli, moto e prodotti chimici; al terzo per alimentari e bevande, elettromeccanica e prodotti in metalli.

Tante nostre imprese esportano  ma la dimensione emerge anche dai volumi: è infatti di 721 mila euro l’export per impresa manifatturiera attiva di Rimini, a fronte di 1,4 milioni di euro di Bologna.

L’importanza della manifattura non deve sorprendere  perché  l’Italia vanta posizioni di leadership in molte produzioni, tanto da risultare il primo esportatore mondiale di ben 235 prodotti  e nei primi tre posti del ranking mondiale per altri 946.  Purtroppo, questo non ha impedito al nostro paese di perdere quota nelle esportazioni mondiali, che è scesa dal 3,9 per cento del 2003 al 2,8 per cento nel 2013.

Ma se, come abbiamo visto per il caso Germania, è sulla qualità dei prodotti  (meno sul prezzo) che si gioca il futuro dell’export,  Rimini deve recuperare terreno anche su questo fronte  perché oggi solo il 42 per cento delle merci esportate  sono classificate tecnologicamente avanzate (era il 39% nel 2009),  quando in Emilia Romagna raggiungono il 49 per cento.

L’Europa rimane  il mercato di riferimento per le vendite all’estero delle imprese locali (assorbe il 63% dell’export totale), ma il suo peso va decrescendo, mentre sale il mercato Nord Americano (dal 5 all’11% tra il 2010 e 2015)  e soprattutto quello asiatico, che comprende anche la Cina (dal 12 al 18%).  Dove, come abbiamo visto, la concorrenza è elevata e solo la qualità garantisce il risultato.

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