Emigrare dalla Romagna

Siamo così abituati, e magari preoccupati, spesso senza un vero e giustificato motivo, dell’immigrazione  da non accorgerci dell’altro aspetto della medaglia che, al contrario, dovrebbe riguardarci di più. Stiamo parlando dell’emigrazione di tanti romagnoli, ma non solo loro, nel mondo, principalmente in Europa.

Romagnoli che probabilmente se ne vanno per lo stesso motivo per cui altri arrivano: cercare migliori opportunità, soprattutto lavorative, che nella propria regione e in patria non riescono a trovare. Certo, si parte anche per fare una esperienza, per imparare, ma quando si resta fuori vuol dire che il proprio paese offre meno degli altri.

Secondo il Rapporto Italiani nel mondo 2020, della Fondazione Migrantes, nell’anno che si è appena chiuso i romagnoli delle tre province iscritti all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) sono quasi 58 mila, di cui più di 17 mila provenienti dalla provincia di Forlì, 14 mila da Ravenna, ma ben oltre 26 mila da Rimini.  

Di questi romagnoli migranti, grosso modo in linea col dato regionale, poco meno della metà hanno una età compresa tra 18 e 49 anni. Sono, cioè abbastanza giovani.

Considerando che gli iscritti all’AIRE dall’Emilia Romagna sono in tutto 219 mila, di cui meno della metà donne, la Romagna contribuisce con più di uno su quattro: un paio di punti sopra il peso regionale della sua popolazione.

A confermare che dovremmo preoccuparci della nostra emigrazione, quanto meno come facciamo per l’immigrazione, sta questo ulteriore dato: gli italiani ufficialmente residenti all’estero sono 5,5 milioni, quando gli stranieri residenti in Italia sono poco più di 5 milioni, quindi meno degli italiani all’estero. Si dirà che c’è una quota di immigranti, si stima circa mezzo milione, che non viene conteggiata perché irregolare. Giusto, ma ci sono anche tanti italiani che non si registrano all’AIRE, perché non è obbligatorio, quindi, anche in questo caso, quelli emigrati sono molto di più.

Paradossalmente, per andare dietro a certe strumentali forzature, siamo più “invasori” che “invasi”.

Ma torniamo alla Romagna. Non sarà sfuggito l’alto numero degli iscritti all’AIRE provenienti dalla provincia di Rimini, ben al di sopra delle altre province romagnole: rappresentano quasi l’8 per cento della popolazione, contro il 4 per cento circa di Forlì e Ravenna. 

Stando a questi numeri non è quindi un caso se il Comune di Rimini, con quasi 11 mila migranti iscritti all’AIRE, figura al secondo posto, dopo Bologna con 20 mila, che però ha più del doppio della popolazione residente, nella classifica dei primi 25 comuni emiliano romagnoli per numero di suoi concittadini partiti per l’estero. Classifica, dove al quattordicesimo posto, con 2,2 mila migranti, troviamo Riccione; al ventesimo Santarcangelo di Romagna con 1,3 mila; al ventiquattresimo Verucchio, con 1,2 mila emigrati.

In rapporto alla popolazione sono però altri i comuni ad essere penalizzati dall’emigrazione. A cominciare da San Leo, con 1.013 iscritti all’AIRE  su 2.877 residenti, che fa il 35 per cento, quindi  Gemmano, con 389 emigrati su 1.130 abitanti, pari al 34 per cento.

C’è una relazione tra questi flussi migratori e le minori opportunità di ottenere un buon lavoro di cui soffre storicamente questo territorio ?  Ci sono forti indizi che questa sia una spiegazione valida. Basta ricordare che la provincia di Rimini per uguagliare, facendo le debite proporzioni, l’offerta di lavoro della provincia di Modena, presa come riferimento, avrebbe bisogno di creare sul suo  territorio almeno dieci mila nuovi posti qualificati. Un impegno di cui non si vede traccia nei propositi degli amministratori pubblici,  e nemmeno nelle proposte del settore privato dell’economia.