"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

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Dove nascono le nuove imprese

La crisi economico-finanziaria  in corso ha fermato molte cose (per esempio il lavoro)  ma non la crescita delle imprese attive in provincia di Rimini, che erano 33.735  a fine dicembre 2008,  poi sono diventate 35.718 alla fine del 2010,  di cui però 1.800 circa provenienti dai nove comuni dell’Alta Valmarecchia che sono entrati a far parte di questa provincia,  per salire ulteriormente a 36.125 a settembre 2011. In piena crisi sono cioè nate, al netto dei trasferimenti e delle cessazioni, circa seicento nuove aziende, poco meno di venti al mese. In passato si è assistito ad una crescita più sostenuta, ma considerando il contesto bisogna accontentarsi.

Ma  dove nascono le nuove imprese ?   Dal 1° gennaio 2007 al 1° settembre 2011, compreso le imprese che sono transitate dalla Camera di Commercio di Pesaro a quella di Rimini, quest’ultima ha iscritto nei propri registri poco più di 4 mila nuove imprese (da tenere presente che nel frattempo molte aziende hanno chiuso, quindi  è il saldo a determinare la crescita netta).

Tra i settori dove fioriscono le iscrizioni di nuove imprese troviamo, in ordine di numerosità decrescente, le costruzioni e le attività immobiliari con più di 900,  il commercio all’ingrosso e al dettaglio con circa 850, gli alberghi, ristoranti e bar con 724, poi le produzioni manifatturiere con 345, le attività artistiche, creative e di intrattenimento con 174, l’agricoltura con  144, infine gli studi professionali 139  e altri con minori iscrizioni.

L’ordine della numerosità delle iscrizioni da una idea abbastanza chiara dei settori di attività che in questo arco di tempo hanno offerto, almeno nella percezione dei neo imprenditori,  le maggiori opportunità per fare impresa.  Sono settori piuttosto tradizionali, a cominciare dalle costruzioni e dal collegato immobiliare, poco esposti alla concorrenza internazionale  (le case prevalentemente si vendono sul posto), quindi non in condizione di avvantaggiarsi di quei mercati dove l’economia va un po’ meglio di quella locale e nazionale (l’Italia non cresce da un quindicennio).

E’ vero che c’è anche un aumento delle iscrizioni delle imprese manifatturiere, ma a parte 38 imprese che fabbricano macchinari e poche altre,  tutto il resto non sembra avare le caratteristiche per varcare i confini locali (per esempio, tra le imprese classificate come industrie alimentari, 49 in tutto,  molte sono piadinerie e produttori di pasta fresca).

Le imprese nate in settori che incorporano un discreto contenuto di conoscenza, come possono essere le attività editoriali, cinematografiche, di programmazione radio-tv, produzione software, ricerca e design superano le duecento unità, ma rappresentano appena il cinque per cento delle neo iscritte alla Camera di Commercio, che al massimo arrivano al nove per cento, includendo i vari studi professionali (dagli avvocati agli ingegneri).

Eppure emerge con sempre maggiore chiarezza che le imprese, anche piccole e medie, che hanno saputo reagire meglio alla crisi, non solo resistendo ma crescendo, sono proprio quelle che hanno deciso di incorporare nei loro prodotti manifatturieri una quantità maggiore di servizi, a monte (ricerca, design, pubblicità) e a valle (reti distributive, accesso a nuovi mercati, assistenza) della pura fase produttiva.  Tra l’altro queste imprese non sembrano avere sofferto di una restrizione del credito concesso dalle banche.

Se quindi anche le nostre imprese, per essere più competitive, investissero di più nelle attività “intangibili”, probabilmente si creerebbero nuove e buone opportunità di fare impresa e creare lavoro di qualità.

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