"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Donne di Romagna

Ritrovarsi al cinquantesimo posto in graduatoria (ma eravamo al 77° nel 2006), dove le prime tre posizioni sono occupate da  Islanda,  Finlandia e Norvegia, su una lista di 144 paesi, nel Rapporto 2016 sulle differenze di genere redatto  dal World Economic Forum (WEF) non è, per l’Italia, un grosso titolo di merito.  Ancora meno brillante il 117°  posto  per la partecipazione e le opportunità  economiche concesse, sempre dall’Italia, alle donne.  Va meglio, infatti  risaliamo al 25° posto,  per la partecipazione politica femminile (grazie, probabilmente, alle quote “rosa” nelle liste).

Tutto questo fa da sfondo ad una lunga lista di differenze di genere che si riverbera anche in Emilia Romagna (RER, Le donne in Emilia Romagna 2016),  dove il gap retributivo supera il sei per cento a svantaggio delle donne (22,1 mila euro il reddito disponibile degli uomini, a fronte di 20,6 mila per le donne), nonostante il loro livello di istruzione superiore (25% le donne di età 25-64 anni laureate, più in carriere umanistiche che tecniche, contro il 17 % degli uomini). Ma non finisce qui, perché le differenze regionali di genere continuano con le diverse opportunità occupazionali, come dimostra il fatto che solo 60 donne su 100  lavorano, contro 74 uomini, e di conseguenza  non può sorprendere che tra i NEET (le persone che, sfiduciate, non studiano e non lavorano)  la presenza femminile sia otto punti sopra quella maschile (25% contro 17 %).

La Romagna, per quanto riguarda il tasso di occupazione delle donne, è grosso modo allineata con il dato regionale, ad eccezione di Rimini, dove la crisi si è fatta sentire,  e nonostante il recupero degli ultimi anni non arriva ancora al 55 per cento (superava il 58 % nel 2007). In pratica, su cento donne che vorrebbero lavorare, solo 55 riescono a trovare un posto.

Va da se che dove il lavoro manca, i numeri della disoccupazione si fanno più consistenti. Infatti è sempre la provincia di Rimini a presentare il tasso di disoccupazione femminile più elevato. Provincia raggiunta nel 2015 da Ravenna, con tassi di donne  senza lavoro, per entrambi, vicini al 13 per cento.

In numeri assoluti vuol dire che, tra il 2008 e il 2015,  le donne della Romagna che cercano lavoro sono salite da 17 a 27 mila: un numero che rappresenta i due terzi circa di chi è si dichiara disoccupato.

Poi c’è chi sceglie di intraprendere, di aprire, cioè, una attività in proprio. Però anche qui non è facile perché, con la eccezione di Ravenna, le imprese al femminile sono in ritirata dappertutto, ed oggi rappresentano il 21 per cento del totale a Forlì-Cesena e Ravenna, e il 22 per cento a Rimini.

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