"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

novembre: 2017
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Dissesto idrogeologico ad alta tensione

 di Domenico Chiericozzi

La Protezione Civile  considera la situazione “insostenibile”. I numeri che ruotano attorno al problema delle frane in provincia di Rimini sono importanti:  2300 edifici direttamente o potenzialmente interessati da movimenti franosi, 137 chilometri di tratti di strade interessate per un totale di 3200 corpi  di frana già censiti (tra attivi e in stato di “riposo”, il termine tecnico è quiescenti) su una superficie complessiva di circa 170 kmq. I dati sono tratti in gran parte dalla Relazione  2009 sullo Stato dell’Ambiente della Regione Emilia Romagna che ci permettono di introdurre il tema del Dossier dedicato al Rischio idrogeologico in provincia di Rimini. L’obiettivo è cercare di capire “quanto” siamo esposti a determinati pericoli.

 I primi confronti

Rispetto le altre provincie emiliano-romagnole quella di Rimini risulta quasi sempre in ultima posizione e, almeno per una volta, il fondo delle classifiche conforta. Emerge, infatti,  un quadro della situazione complessivamente piuttosto “positivo”. La nostra provincia, in Romagna, non è la più fragile. Anzi, nel complesso il territorio, almeno dal punto di vista idrogeologico è “resistente” e dotato di una buona capacità di rigenerarsi (vedi tabelle 1 e 2). Il problema, tuttavia, è che eventi metereologicamente neanche troppo avversi e violenti riescono a  creare più problemi che altrove. La recente ondata di maltempo, ad esempio, ha provocato dissesti più o meno gravi in quasi tutte le strade provinciali e per poco non si è rischiato l’isolamento completo di importanti centri abitati.

 Il quadro generale

Prima di tutto alcune precisazioni. Quando si parla di rischio e dissesto idrogeologico l’argomento propone in contemporanea tre grandi temi: quello riferito al rischio idraulico in senso stretto, ovvero relativo alla rete idrografica naturale (fiumi e torrenti) e artificiale (canali), quello relativo alle frane e, infine, per quel che riguarda la gestione della costa. Ad occuparsene c’è un nutrito gruppo di enti pubblici. Alcuni li incontreremo man mano nel dossier. Ci sono motivi per cui preoccuparsi? I campanelli di allarme sono diversi.

 I campanelli d’allarme

Campanello di allarme numero uno. Con le recenti e violenti piogge, dalla sede di Rimini del Consorzio di Bonifica della Romagna, interpellata da Tre, hanno dichiarato che gli impianti del sistema consortile hanno lavorato al massimo del potenziale. Al limite. L’ondata di maltempo si è placata. Cosa sarebbe successo se la situazione del maltempo fosse perdurata o aumentata d’intensità? Risposta: città allagata. Quanto? Tanto. Per dare un’idea i sottopassaggi impraticabili sono “solo” dovuti “piccoli” problemi al reticolo minore dei canali che negli anni sono stati tombinati e sotterrati. Il prezioso lavoro degli  impianti del Consorzio ha impedito a non meno di 31 milioni di litri di acqua di finire tra le case. Sotto terra i problemi sono esattamente gli stessi relativi alla viabilità che abbiamo in superficie. Le reti s’intasano, il traffico è congestionato, i rischi di incidenti aumentano più che proporzionalmente. Gli impianti iniziano ad avere una certa età. Sono stati progettati quasi sessanta anni con scenari futuri allora difficilmente ipotizzabili. Gli impianti il loro dovere lo fanno ma sarebbero necessari diversi “aggiornamenti”. Il problema è che intervenire là dove servirebbe, già oggi, sarebbe praticamente impossibile perché le aree interessate risultano totalmente urbanizzate.

Campanello d’allarme numero due. Tutti i Comuni della provincia nelle settimane scorse hanno iniziato a censire le frane, calcolare i danni e presto presenteranno il conto agli enti pubblici competenti. Presso la locale Protezione Civile dicono che non ci sono abbastanza risorse per fare prevenzione e ogni anno, oltre ai nuovi problemi, si sommano quelli degli anni precedenti. Basta muoversi nel forese per osservare terreni a ridosso delle strade “abbandonati” e senza manutenzione oppure non presidiati adeguatamente. Dal punto di vista geologico il problema c’è tutto perché la media ed alta valle del Marecchia poggia su una tettonica attiva che si muove e che tende, per la forza di gravità, ad andare verso la costa. Contrastare questo fenomeno ci appare davvero un’impresa ardua.

Campanello d’allarme numero tre. Si sono da poco conclusi i lavori relativi al censimento 2010 in Agricoltura. I dati del 2010 –certi per il numero delle imprese e ancora come stima per le superfici utilizzate – mostrano in entrambi i casi una variazione negativa. La Superficie agricola utilizzata – Sau (che comprende i terreni aziendali investiti a seminativi, coltivazioni legnose agrarie, orti familiari, prati permanenti e pascoli) nel 2000 risultava – nella provincia a 20 Comuni – di 29.252 ettari. Risulterebbe nel 2010 in calo di un 5 per cento ovvero 1462 ettari. Il che significa che l’agricoltura ha perso ulteriori 15 kmq di terreni. L’agricoltura riuscirà ancora a svolgere lo storico ruolo di “sentinella” del territorio? Per effetto della non sostenibilità delle imprese e per mancanza del ricambio generazionale, sempre più spesso terreni agricoli sono concessi in affitto e coltivati con tecniche moderne e in maniera intensiva dunque sfruttati fino al limite massimo della loro estensione, anche a ridosso del manto stradale. Si segnalano, incredibile ma vero, anche dal forese richieste per tombinare (sigillare) canali relativi allo scorrimento delle acque.

Campanello d’allarme numero quattro. La sicurezza di un territorio è strettamente connessa alla  possibilità che gli enti e i soggetti competenti  siano in grado di interagire tra di loro per pianificare gli interventi. La disciplina generale sulla tutela e l’uso del territorio è regolata dalla Legge 20 del 24 marzo 2000. Una legge che all’articolo 52 abroga sostanzialmente numerosissime disposizioni degli anni ’70 e ’80. Un insieme organico di regole che voltano pagina rispetto al passato, almeno sulla carta. La Legge 20 pone gli obiettivi con grande chiarezza. La pianificazione territoriale e l’urbanistica come funzione fondamentale di governo della Regione, delle Provincie e dei Comuni, stabilisce in dettaglio modalità e metodi di attuazione dai PSC ai POC fino agli strumenti di pianificazione territoriale regionale.   Prevede, inoltre,  la realizzazione di approfonditi quadri conoscitivi,  dispone che ci sia la massima considerazione per gli aspetti di sostenibilità ambientale (anche con riguardo alla normativa nei procedimenti di formazione ed approvazione comunitaria e nazionale). Opta in maniera esplicita che siano assicurate la concertazione con le associazioni economiche e sociali in merito agli obiettivi strategici e di sviluppo da perseguire con adeguato confronto anche con i cittadini. Quale migliore occasione  per una rottura definitiva con il passato?  Questa legge però è servita poco o nulla. Sono i fatti della cronaca più recente, in particolare nel Comune di Rimini, a confermarlo. Palazzo Garampi ha da poco approvato “in extremis” rispetto al secondo e ultimo mandato della giunta del sindaco Alberto Ravaioli Nuove costruzioni per i prossimi dieci anni con le regole del PRG vigente. Che cosa farà il nuovo Sindaco?

 Dall’emergenza alla pianificazione

 Un anello strategico anche a livello locale è l’Autorità Interregionale di Bacino Marecchia e Conca che a Rimini ha una sede e una Segreteria Tecnico Operativa . Il riferimento normativo  è di livello nazionale con la  Legge 183 del 18/05/1989 “Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo”.  Una norma, anche in questo caso, di grande spessore ma che per trovarne la concreta applicazione si dovranno attendere ancora dieci anni prima che l’Autorità, nel dicembre del 1988, avvii la predisposizione del Piano di Bacino secondo cinque fondamentali studi: assetto e sicurezza idrogeologica, assetto e sicurezza idraulica, qualità delle acque, uso e tutela della risorsa idrica, difesa della costa.  Troppo tempo. I vuoti normativi in materia ambientale possono creare danni enormi e irreversibili. Basti pensare ad una “semplice” colata di cemento nel posto sbagliato. Finalmente il Piano Stralcio di Bacino per l’assetto idrogeologico viene definitivamente approvato dal Comitato Istituzionale con una deliberazione del 30 marzo 2004. Da allora ha già al suo attivo ben otto varianti, di cui l’ultima a fine 2008. Prescrittivo e vincolante, il  PAI è stato integralmente recepito dal Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale – PTCP.

 Frane e la viabilità.

L’Emilia-Romagna è una delle regioni più franose d’Italia con circa il 20% del territorio collinare e montano interessato da circa 70.000 frane di cui un terzo attive o riattivatisi negli ultimi 20 anni. In provincia di Rimini sono stati recentemente mappati circa 3.200 corpi di frana  tra attivi e quiescenti per una superficie complessiva di circa 170 kmq. Sul territorio regionale, l’8,8% degli edifici complessivi è interessato direttamente o indirettamente da frane. Il dato numerico puro, riguardante il numero di edifici interessati da frane, mostra che a livello regionale vi sono 85.478 edifici costruiti direttamente su accumuli di frana, di cui 76.814 su frana quiescente e 8.664 su frana attiva.

Sull’intero territorio regionale vi sono circa 4.917 km di strade realizzati su frane di cui 847 km, pari al 17,2% su frane cartografate come attive. La provincia con la massima lunghezza di strade interessate è quella di Parma con quasi 964 km, seguita a brevissima distanza da Piacenza e Bologna; seguono Forlì-Cesena, Modena, Reggio Emilia, Rimini (con 137 chilometri) e Ravenna. Considerando oltre agli accumuli anche un loro intorno, la lunghezza complessiva sale a 8.192 km.

 

Intervista a Maurizio Zaghini, riminiese, presidente dell’Ordine dei Geologi Emilia-Romagna e direttore della Rivista dell’Ordine Il Geologo.

 Dott. Zaghini, dal dopoguerra a oggi l’ambiente naturale è stato modificato con diverse opere. Quali sono state a suo avviso quelle più significative?

 La Rimini  di impianto romano era stata costruita  nel tratto terminale  di due fiumi: l’Ausa e il Marecchia. Ora di questi fiumi si è perso memoria per gli interventi succedutesi negli ultimi decenni. I principali interventi  a carattere ambientale, fatti ultimamene nel riminese sono sostanzialmente due. Il Marecchia nel suo tratto terminale è stato deviato a nord di Rimini prima della seconda guerra mondiale,  per evitare le ricorrenti esondazioni del Borgo S. Giuliano. L’Ausa, con il Deviatore Ausa è stato fatto confluire nel Marecchia, con lavori iniziati nel 1946. A valle del deviatore il vecchio tracciato dell’Ausa   è stato utilizzato per gli scarichi fognari, al di sotto, e come Parco cittadino (al di sopra). Anche il vecchio corso del Marecchia è stato utilizzato come parco, il Parco Marecchia. Sicchè, a ben vedere, le principali aree verdi della città, nascono come recupero di aree di pertinenza fluviale. Per il resto si è urbanizzato, si è tombinato o canalizzato nell’area prossima alla costa, il maggior numero degli scoli consorziali, in poche parole si à ingessata la maggior parte della rete idrografica originaria.

 Quali criticità intravede ?

Nonostante i buoni interventi del locale Consorzio di Bonifica il cambiamento nel regime delle piogge registrato negli ultimi decenni  a partire dal 1996 metterà a dura prova soprattutto il reticolo idrografico minore in quanto l’edificato si è spinto sino ad occupare quelle che erano aree di pertinenza fluviale.

 Che fare concretamente?

urbanistico dell’esistente. In questo modo si raggiungerebbero due scopi:la drastica riduzione dell’impermeabilizzazione di nuovo suolo e il recupero e l’adeguamento alle nuove normative sismiche e di standard qualitativo del patrimonio esistente. So che è facile a dirsi ma difficile, stante l’attuale quadro culturale e  politico-urbanistico, a farsi. Anche perché i comuni, in evidente difficoltà economica, trovano conveniente ricorrere agli introiti  derivanti dalle nuove urbanizzazioni anziché tutelare e trasformare il patrimonio esistente.

Intervista a Giorgio Ricci, dirigente Coldiretti della provincia di Rimini.

 

L’agricoltura che ha storicamente svolto un ruolo prezioso per il presidio e la manutenzione del territorio, riesce ancora a svolgere questo compito? 

L’agricoltura è sicuramente ancora in grado di svolgere a questa funzione ed è l’unica attività che può farlo con criterio, perché la terra non è una risorsa inesauribile e pertanto come tale deve essere tutelata, innanzitutto perché bene strumentale di un’attività fondamentale come quella agricola che produce cibo, ma anche perché il mantenimento di un territorio rurale risolverebbe, o almeno non aggraverebbe, tenuto conto dell’esagerato consumo di terreno agricolo avvenuto in passato e che purtroppo si sta ancora verificando a causa della speculazione edilizia, il problema dei vari disastri idrogeologici che si sono verificati negli ultimi tempi e comunque permetterebbe il mantenimento di un paesaggio rurale che è un diritto di tutti i cittadini e delle generazioni future.

 Quali problemi che riscontate nelle campagne?

 Quando si tratta di costruire strade, zone commerciali o artigianali non si tengono conto dei diritti degli imprenditori agricoli ai quali in modo palese non gli è riconosciuta la stessa attenzione delle altre categorie imprenditoriali, infatti, spesso capita che le aziende agricole siano spezzate a metà da infrastrutture che evidentemente pregiudicano la continuità aziendale stessa oltretutto senza adeguati indennizzi che tengano conto dei danni economici indiretti.

 Oltre alla necessità di arrestare il consumo del suolo, quali altre proposte o interventi sul territorio sarebbero a vostro avviso necessari?

E’ importante che gli enti locali riconoscano il tema della multifunzionalità dell’agricoltura, cioè la capacità del settore primario di dare origine a produzioni congiunte come beni fisici, servizi diversi ed esternalità ambientali. Infatti oggi l’agricoltura significa anche nuove tecnologie applicate alle trasformazioni del prodotto come attività connesse all’agricoltura, pertanto anche un’azienda agricola di piccole dimensioni può aspirare a diventare un’impresa agricola di tutto rispetto. Di conseguenza  occorre che gli strumenti urbanistici riconoscano alle imprese agricole la possibilità di dotarsi di idonee strutture strumentali a tal fine.

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