"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Disegnare nuovi sentieri di sviluppo

Gli scenari previsionali 2011-2013 della Camera di Commercio, diffusi nel maggio scorso davano per quest’anno una crescita dell’economia italiana  di poco superiore all’uno per cento  e un sorprendente calo per quella riminese,  accompagnato da una ulteriore, seppure lieve, discesa dell’occupazione.

La situazione, nazionale e locale, si presentava leggermente migliore, anche se di poco, per il prossimo biennio, escluso però l’occupazione,  che a Rimini non sarebbe tornata a crescere prima del 2014, dopo la perdita di quattro mila posti di lavoro del passato recente.

Ma queste, alla luce degli ultimi aggiornamenti,  erano proiezioni di primavera molto ottimistiche, perché ancora doveva scoppiare la coda della crisi dei debiti pubblici, che coinvolgeva anche l’Italia.    Lo scenario d’autunno è quindi molto peggiore e nella nuova situazione l’economia italiana è data in crescita dello 0,7 per cento nel 2011 e di un misero 0,2 per cento nel 2012, con poche possibilità che l’occupazione migliori. Per avere un termine di paragone, negli stessi anni, le nuove previsioni danno una ripresa economica dell’area euro rispettivamente all’1,7 e all’1,0 per cento, non eccezionale ma un po’ meglio dell’Italia, mentre i Paesi emergenti (Cina, India, Brasile, ecc.) marciano intorno al sei per cento.

Questo, come sarà facile immaginare, non promette bene per questa provincia, che potrebbe, speriamo ovviamente di no, rallentare ulteriormente. Rimini che non cresce, in una Italia stagnante,  può essere una giustificazione, ma non una risposta convincente. L’inaugurazione del nuovo Palacongressi  è una buona iniezione di vitalità e di ottimismo, ma non bisogna fermarsi, perché la lista dei capannoni vuoti, delle persone senza lavoro e dei poveri non cessa di allungarsi.

Ci vogliono nuove e più aziende di successo. Come ?  Dando opportunità a giovani, e anche meno giovani, ben preparati. Perché giovani ?   Semplice: perché sono più svegli. Con la sua solita schiettezza Mark Zuckerberg (27 enne co-fondatore di Facebook) si rivolse così, pochi mesi fa, ad una platea di imprenditori riuniti all’Università di Stanford (Stati Uniti). I giovani, scrive Irene Tinagli su La Stampa,  sanno destreggiarsi con le tecnologie, non hanno bisogno di ricorrere sempre ai manuali d’istruzione, sanno risolvere da soli un sacco di cose, imparano alla svelta e hanno voglia e curiosità di farlo. Va ribaltato il senso comune secondo cui «non c’è lavoro per i giovani perché non c’è crescita». E’ vero il contrario: non c’è crescita perché i giovani non hanno opportunità e non sanno dove impiegare le loro energie.   Una emarginazione, quella dei giovani, che costa all’Italia una perdita di redditi netti pari a cinque miliardi di euro l’anno.

Ad una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva mira anche la nuova Strategia Europa 2020. Rimini, che ha già fallito gli obiettivi occupazionali della precedente Strategia di Lisbona 2010,  non dovrebbe perdere anche questa occasione.  I futuro programmi per lo sviluppo ne dovrebbero tenere conto.

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