"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Dipendenti pubblici: troppi al centro, pochi in periferia

Fare un confronto dell’occupazione pubblica tra paesi non è cosa facile, perché gli Stati hanno articolazioni diverse ed anche i servizi che forniscono possono differire  molto (per esempio: la Germania occupa nei servizi per l’impiego molte più persone dell’Italia).

Al netto di queste considerazioni qualche confronto però si riesce a fare. A cominciare dalla spesa della pubblica amministrazione, di cui gli “statali” sono  una voce importante: l’Italia, nel 2012, ha speso 13 mila euro per abitante (il dato si riferisce solo alla spesa statale, centrale e periferica), un valore di poco superiore alla media europea, inferiore a Francia e Germania, molto distante dagli oltre venti mila euro per abitante di Finlandia, Svezia e Danimarca, per non parlare dei 35 mila euro per abitante del Lussemburgo.

A lavorare per il settore pubblico sono, in Italia, il 14,3 per cento di tutti gli occupati, circa 3 milioni, un punto percentuale in meno dell’anno duemila (questo dato, che risale al 2008, probabilmente è sceso ulteriormente per via del blocco delle assunzioni).  E’ una percentuale (gli occupati nel settore pubblico sul totale) che sta leggermente sotto la media dei paesi sviluppati (Stati Uniti compresi), intorno al 15 per cento, e lontanissima da quella dei Paesi nordici come Svezia, Danimarca e Norvegia, compresa tra il 26 e il 29 per cento, ma anche della Francia dove sono il 22 per cento, mentre in Germania non arrivano al 10 per cento (fonte Ocse).

Dati che sono confermati da un recente studio di Eurispes che ha attribuito all’Italia 58 impiegati pubblici ogni mille  abitanti, contro i 135 della Svezia, i 94 della Francia, i 65 della Spagna e i 54 della Germania. L’Italia è in controtendenza anche rispetto ai flussi: infatti, mentre l’occupazione del settore pubblico nazionale è scesa, negli ultimi dieci anni, del cinque per cento circa, in diversi paesi, compreso Spagna e Irlanda, che non hanno avuto minori problemi economici, le assunzioni nel pubblico sono invece continuate ad aumentare.

Interessante anche la distribuzione dei dipendenti pubblici tra Amministrazione centrale e periferica, che un po’ misura il grado di decentramento della Pubblica Amministrazione: in Italia, fatti cento il totale degli impiegati pubblici, 52 lavorano al centro e 48 in periferia (Regioni, Province e Comuni). Le differenze, col resto del mondo, sono piuttosto marcate. Alcuni esempi chiariscono meglio: negli USA la stessa ripartizione è 12 in centro e 88  a livello decentrato, in Germania e Spagna  20 e 80. Due terzi in periferia e un terzo nel centro anche nei Paesi del Nord Europa.

In sintesi: non è poi vero che in Italia gli impiegati pubblici siano troppi (semmai la differenza sta nella qualità dei servizi erogati al cittadino), mentre è evidente che in tanti altri paesi, dove i servizi sono migliori e più efficienti,  il “centro” è meno ingolfato e più snello.  Quindi il nostro problema non è la quantità assoluta dei dipendenti pubblici, ma la loro collocazione e organizzazione sul territorio. Ce ne vogliono meno al centro e più in periferia, dove si erogano il grosso dei servizi.

Un problema non di poco conto, per ridare slancio e competitività all’Italia, riqualificando anche il personale, tra il più vecchio d’Europa (come conseguenza del blocco delle assunzioni che non consente l’ingresso di forze fresche).

Perché, come mostrano anche le cifre di Rimini, il settore pubblico, con oltre 7 mila addetti complessivi, mille in più del duemila, di cui il 57 per cento impiegati nel sistema sanitario e il 36 per cento occupati nei 27 Comuni della provincia, è  la “fabbrica” del lavoro più importante sul territorio.  Considerando che nello stesso 2011, l’anno dell’ultimo censimento, in provincia di Rimini gli occupati erano 142 mila, il peso relativo dei dipendenti pubblici si ferma poco al di sopra del 5 per cento, a quasi un terzo dal dato medio nazionale.   Svolgendo però servizi essenziali, per le persone come per le imprese, il loro ruolo nello sviluppo locale è molto importante.  Ma spesso i singoli, pur armati di competenza e buona volontà, non possono fare quello che l’organizzazione non gli consente.  Per questo, rivedere il funzionamento della macchina pubblica, nelle sue varie articolazioni, non serve solo a spendere meglio ma a dare uno stimolo in più alla ripresa dell’economia.

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