"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Di auto si può anche morire

Secondo  l’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), nel 2010, le morti premature causate dall’inquinamento atmosferico sono state, in tutto il mondo, più di un milione e mezzo, di cui 400 mila solo in Europa.  Morti premature che diventeranno, a livello di tutto il pianeta,  se non ci saranno mutamenti, 3,5 milioni nel 2050.

Questo nonostante la riduzione, almeno in Europa, a partire dal 1990, di tutte le emissioni in atmosfera, pur se con intensità diversa. Ovviamente non è ancora sufficiente se per il 2030 sono attese altre 300 mila morti premature, causate soprattutto dalle polveri sottili (PM10 e PM 2,5).

Delle emissioni serra (i gas che alimentano il riscaldamento del pianeta Terra) i  trasporti portano la responsabilità, in Europa,  per il 25 per cento.  Emissioni, quelle dei trasporti, che secondo i piani

dell’Europa devono essere ridotte del 60 per cento entro il 2050. Obiettivo minimo per contenere l’aumento della temperatura sotto di 2 gradi. I trasporti sono diventati più efficienti in termini di consumi energetici, ma continuano a dipendere dal petrolio, un combustibile fossile tra i più inquinanti, per il 96 per cento del loro fabbisogno di energia.

Ridurre le emissioni vuol dire che le nuove auto per poter circolare non potranno superare, a partire dal  2020,  95 grammi per chilometro di CO2  , che diventano 147 gr/km per i veicoli commerciali (furgoni cargo).

Ma non ci sono solo le emissioni a fare male. Perché non fanno bene nemmeno le congestioni da traffico (le file che vediamo tutti i giorni nelle città) che costano all’Europa l’1 per cento del pil.

Tutto questo per affermare che la gestione della mobilità è un tema importante, per la nostra salute e per non perdere troppo tempo in strada.   Ancora di più in una località turistica, dove si viene per rigenerarsi, non certo per ammalarsi.

Dal 1991 al 2011, in provincia di Rimini, gli spostamenti pendolari dei residenti sono aumentati del 24 per cento, il doppio della crescita dei residenti. Però ad aumentare di più,  tre volte quelli per ragioni di studio, sono  gli spostamenti per motivi di lavoro, che rappresentano oltre i due terzi del totale.  L’irregolarità e lo spezzettamento degli orari di lavoro potrebbe essere tra le cause.

Il grosso degli spostamenti provinciali avvengono all’interno del comune di residenza, ma la seconda componente, che poi è quella che cresce di più, è costituita dal pendolarismo  tra comuni della stessa provincia.  Notevole, quasi triplicato, il flusso verso la Repubblica di San Marino. In massima parte sono frontalieri che varcano, tutti i giorni, la frontiera per andare a lavorare in aziende al di la del confine.

Non è meno interessante scoprire con quali mezzi le persone si recano al lavoro oppure a scuola:   quasi due spostamenti su tre , nel 2011, avvengono in auto (erano poco più della metà nel 1991), poi, molto più lontano, si intravvede l’utilizzo del bus (8,5%), della bicicletta (8,4% e più del doppio della media nazionale) e camminare (9,6%). Marginale, ma è comprensibile non collegando, se non per pochi casi, luoghi di lavoro, l’uso del treno (2,8%). Infatti sono gli studenti a prenderlo di più: il 7 per cento. Per loro sarà confortevole sapere che, nella prima metà 2015, il 90 per cento circa dei treni regionali della linea Rimini-Bologna hanno viaggiato in orario, al massimo con un ritardo di cinque minuti.

Bisogna però  aggiungere che se separiamo gli spostamenti per lavoro dal resto, l’uso dell’auto privata sale al 73 per cento, in tanto che scende all’1 per cento il treno e al 2 per cento il bus.

Questo vuol dire che per tre persone su quattro l’auto è il mezzo principale per andare a lavoro, anche quando la distanza casa-lavoro è nel raggio di pochi chilometri.

Come conferma  una indagine realizzata qualche anno fa (2011) nell’area industriale di Cattolica-San Giovanni dove, intervistati oltre ottocento lavoratori/trici, è risultato che nonostante il 46 per cento non percorresse più di 5 chilometri per coprire la distanza casa-lavoro, il 95 per cento utilizzava l’auto, il 12 per cento la moto e il 10 per cento la bici, soprattutto d’estate. Solo l’uno per cento prendeva il bus (che all’epoca non passava dentro l’area, poi qualcosa è migliorato, con alcune linee che hanno cominciato ad entrare dentro, in coincidenza con l’entrata e l’uscita dal lavoro).  Tra le ragioni addotte per scegliere l’auto: il 49 per cento per avere maggiore liberà di movimento, ma un buon 43 per cento per mancanza di alternative.

Su questa mancanza di alternative, che probabilmente non riguarda solo San Giovanni, sarebbe opportuno che i responsabili della mobilità dei Comuni e della Provincia lavorassero, se si vuole ridurre l’uso di mezzi privati, quindi l’inquinamento di cui sono responsabili.

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