"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
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Design come fattore competitivo

di Mirco Paganelli

Senza una politica industriale volta alla crescita le imprese hanno dovuto fare da sé. Chi ha tenuto meglio deve ringraziare l’export e un mercato continuamente assetato di made in Italy: qualità, dettaglio, passione e tipicità locali. Nonostante tutto, le aziende coinvolte, principalmente medio-piccole e a gestione familiare, danno cenni di vitalità e continuano ad esprimere le specificità dei distretti industriali in cui sono collocate. Allo stesso tempo però, nonostante l’elevata disoccupazione, in particolare giovanile, permangono assunzioni di difficile reperimento per le imprese; 1.860 nella sola industria dell’Emilia Romagna con tempi di ricerca del personale che arrivano ad 8 mesi (dati Exelsior, 2013).
Per far luce su cosa significhi oggi “design industriale” – tra crisi, eccellenze e bisogno di innovare a partire dal rapporto con le università – abbiamo riunito docenti, professionisti ed imprenditori del territorio.

Il design che parte da San Marino

Sono 350 gli studenti di disegno industriale dell’Università degli Studi di San Marino, tutti tenuti sott’occhio dalle aziende di grafica limitrofe, come rivelato dal docente e direttore di corso Alberto Bassi. “Abbiamo costruito un gruppo di persone di alta qualità chiamando come docenti fra i più importanti visual designer e grafici d’Italia”. Ogni anno decine di aziende vengono coinvolte per sviluppare nuove soluzioni. Dopotutto non c’è futuro senza ricerca. “Oggi tutto è frutto di un progetto. Il design non è solo arredamento, ma un contributo a prodotti e servizi che fanno fronte ai nuovi problemi. Il design si è allargato alla comunicazione e ai nuovi media prevedendo competenze ad ampio raggio, ma ancora fatica ad affermarsi nel nostro paese. Paghiamo il conto di un modello economico di matrice finanziaria, e del non aver sostenuto l’impresa e i luoghi di formazione”.

La nicchia è identità

C’è chi si è saputo muovere arrangiandosi. Tutta questione di identità: “Vince la sfida del tempo chi sa individuare la propria nicchia di mercato e chi investe in ricerca – prosegue Bassi -, come Technogym che ha saputo indagare il rapporto uomo-macchina”. Solo che “il sistema distrettuale e la grande industria sono in crisi. La paura economica ha spinto molti verso l’omologazione del prodotto, come è avvenuto per l’automobile. Uscire dai modelli omologati è un problema generale dei mercati di consumo. Si assiste ad un’incapacità di leggere la domanda; lo dimostrano i sondaggi e le analisi di mercato sempre più fallimentari.
Invece che dipendere dalla presunta domanda, il marketing dovrebbe improntarsi sulla qualità dell’offerta. Le realtà locali non al passo con le nuove tecnologie e il rinnovamento dei processi produttivi sono state sopraffatte dalla globalizzazione”.

Gli ambiti del design più interessanti su cui lavorare ora?
“L’industria meccanica, la piccola metallurgia e l’industria di precisione, tutti con spazi anche a Rimini e San Marino”.

Design e turismo

Un design sempre più interdisciplinare può contribuire allo sviluppo del turismo. In questo, la provincia di Rimini ha ancora margini di crescita. “C’è la richiesta di un’offerta turistico-culturale differente. Le spiagge non si riqualificano solo piazzando il wifi. Al tipo di turismo riminese andrebbe affiancata un’offerta culturale secondo dei modelli contemporanei. Tutti parlano della velocità e dell’iper-connessione di oggi, poi però si scopre che il grande fenomeno commerciale degli ultimi 10 anni è lo slow-food. Perché non pensare ad un turismo basato sui ritmi umani, l’essere disconnessi e la riscoperta dei sapori?”.

Quanto è innovativo il “made in Rimini”?

Calzature, alimentazione per gli animali, elettricità-elettronica, stampa ed editoria hanno mantenuto discrete quote di esportazione nel riminese, spiega Karen Venturini, docente di valutazione economica dei prodotti e dei progetti presso l’Università di San Marino. “Nel territorio le specificità che potrebbero essere incluse nella categoria del made in Italy sono il tessile, l’abbigliamento, le calzature, l’agroalimentare e la cantieristica”.
Quanto sappiamo innovare? 

“Da una ricerca condotta qualche anno fa sui processi innovativi delle imprese di San Marino e del circondario risultava che le imprese locali, soprattutto le piccole, dedicassero pochi sforzi allo sviluppo di nuovi prodotti o nuove metodologie organizzative”.
Venturi ricorda come, seguendo un progetto di ricerca a Bangalore (India), le multinazionali americane aprissero le loro sedi accanto al campus universitario per accaparrarsi i neo-laureati.
“L’open innovation indica come i processi innovativi possano nascere e svilupparsi più facilmente se condivisi tra molte persone con diverse competenze”.
Tuttavia, “se dietro all’innovazione non c’è un progetto politico-economico è tutto inutile. L’innovazione deve seguire un processo di ripristino dell’economia reale, rispetto di norme etiche di comportamento in campo finanziario, ideazione di sistemi improntati alla realtà locale, al sostegno della cultura e della formazione”.

Eccellenze localiChi ha saputo affrontare la crisi continuando ad operare all’estero è il Gruppo Focchi di Poggio Berni, l’azienda degli involucri edilizi ad alto contenuto tecnologico. “All’estero e in patria ci scelgono per la nostra flessibilità nel seguire gli architetti, per gli ottimi ingegneri che riescono ad aderire all’idea di progetto – rivela l’Ad Maurizio Focchi -. Talvolta i progetti che ci vengono proposti sono d’avanguardia e per questo vaghi; noi riusciamo a renderli concreti. L’aspetto tutto italiano che ci viene riconosciuto è la capacità di maneggiare i materiali, saperli scegliere e lavorare”. Al loro attivo hanno collaborazioni con grandi archistar (Piano, Forster, Isozaki, Gregotti, Fuksas). Lavorare non sul prodotto di serie ma sul progetto obbliga ad una ricerca su continua su commessa. “Svolgiamo sperimentazioni in collaborazione con altri centri, in più abbiamo un comitato interno di innovazione guidato da una decina di giovani professionisti che fanno prove soprattutto sul risparmio energetico”. I giovani sono una risorsa, tant’è che sono molti gli assunti dai vicini istituti tecnici di Novafeltria e Savignano: “Abbiamo bisogno di nuove leve che abbiano iniziativa, senso d’imprenditorialità e che sappiano prendersi delle responsabilità”.

Il parere degli espert: “Ricerca e impresa, ora la svolta!”

Secondo Lucia Pietronidocente di design industriale presso l’Università degli Studi di Camerino, l’innovazione attraverso il design sta registrando  in Italia dei segnali positivi nonostante gli scarsi incentivi pubblici.
“Il made in Italy tradizionale sta rinnovando i propri prodotti e servizi. Alcuni settori legati alla tradizione e all’artigianato (l’eno-gastronomia, i micro-birrifici, il settore pelletteria, l’abbigliamento, ecc.) stanno trovando nuova vita. Si tratta di piccoli imprenditori che, anche in Romagna, rivalutano le trascurate tipicità locali attraverso nuove tecnologie”.
“La nostra può diventare un’economia trainata dalla cultura e dalle specificità territoriali, come ambiente e cibo”. Non tutte le crisi vengono per nuocere: “La selezione naturale di questi anni ha favorito quanti erano in grado di innovare; è cresciuta la selezione basata sul merito. Dobbiamo puntare a prodotti non consueti, di eccellenza: ciò che il mondo ci richiede e apprezza”.
Le strade da percorrere sono due, una verticale e l’altra orizzontale – come direbbe Seneca parlando di “rinnovamento morale”. Le imprese devono lavorare su se stesse “abbattendo una cultura imprenditoriale che guarda con fatica alla ricerca e all’internazionalizzazione”, afferma Pietroni. Poi devono aprirsi, “collaborando con le università e le altre imprese, mettendo in rete ciò che hanno sviluppato”.
Un esempio? Gli spin-off universitari; la professoressa ne dirige uno (Ecodesignlab) sull’eco-progettazione per le imprese: “Queste realtà che hanno come ‘core business’ il trasferimento tecnologico rappresentano un’ottima occasione per l’industria che vuole innovare, mettendo in pratica i frutti della ricerca universitaria.
I laboratori di giovani, come i FabLab con l’utilizzo delle stampanti 3d, generano nuovi fenomeni di produzione, start up e prodotti innovativi, coniugando manualità e nuove tecnologie. Marche, Toscana ed Emilia Romagna stanno andando in questa direzione”.
Cristiano Toraldo di Francia
, docente presso l’Università di Camerino ed architetto ha vissuto sulla sua pelle il mutamento della progettazione italiana, dal razionalismo alle forme contemporanee.
“La grande fortuna del design italiano è stata quella il sapersi muovere sulle diverse scale, ‘della città al cucchiaio’”.
Lo stile razionalista della prima metà del secolo scorso imponeva alla forma di rispecchiare la funzione. Contrapposto a tale logica fu il movimento del design radicale, di cui Toraldo di Francia ne era esponente: “Per noi la forma doveva provocare emozione. La nostra frattura ha introdotto nella casa la poesia, la critica, il sarcasmo. In una parola: l’arte. Nell’equazione città-oggetto ha vinto l’oggetto. La città è esplosa, si è espansa in multi-centri. Invece la merce è ciò che contraddistingue l’uomo di oggi. Il designer ha vinto su architetti e urbanisti. L’architettura stessa oggi vende marchi, quelli delle archistar. Designer e architetti sono operatori politici in quanto creatori di bisogni di consumo e desideri”. Quali le prossime sfide del design? “Il riciclo, l’eco-design, il design consapevole: modelli di recupero che si stanno diffondendo su tutti i livelli, dalla moda all’oggetto”.
“Opero nelle Marche – prosegue l’architetto -, un territorio dove si può contare su un hinterland di artigianato familiare, come in Romagna, che ha un know how eccezionale nella rifinitura dell’abito, cosa che in Lombardia non avviene più. La concorrenza estera c’è, ma sui bassi livelli. Dobbiamo puntare sul lusso, sul mondo della qualità. Siamo la parte d’Europa che ha visto susseguirsi le più svariate popolazioni e culture: una vitalità che permane nella nostra tradizione”. E sui giovani: “Ben venga il rapporto scuola-impresa. Però attenzione: la scuola deve rimanere scuola, e fornire innanzitutto gli strumenti mentali. I giovani sono fondamentali perché sono capaci di dialogare con il digitale. E il mondo del virtuale è ancora tutto da esplorare”.

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