"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Delusione Expo

Questo non è il resoconto di una visita al cento per cento degli stand presenti all’Expo, che richiederebbe almeno due-tre giornate intere, ma più semplicemente, cosa che capiterà alla maggioranza, di una giornata (mercoledì 8 luglio) trascorsa nell’area espositiva andando avanti e indietro per il decumano (il viale centrale) e visitando, dalle 10 di mattina alle 18 di sera, i padiglioni di Cibus Italia (rassegna dei principali machi agro alimentari nazionali, tra cui Canuti di Rimini), Slow Food, Italia, Oman, Giappone, USA, Russia, Cina, Cile, Bolivia e Mozambico.  A parte i paesi più poveri, che dispongono di spazi limitati, l’ingresso richiede spesso attese, in file più o meno lunghe e non sempre all’ombra, che possono variare tra la mezz’ora del Giappone ai tre quarti d’ora dell’Italia.

Per vedere cosa?  Il titolo dell’Expo di Milano è noto: “Nutrire il è pianeta: energia per la vita”.  Cosa si attende un visitatore ?  Di saperne di più, ma soprattutto di vedere cosa si sta facendo, nei vari paesi, nel campo della ricerca, tecnologia, metodi di coltivazione, ecc., per nutrire il pianeta (quando  è noto che non è il cibo a mancare, ma la disponibilità economica per comprarlo).  Una aspettativa normale, per un  impegno tanto importante e reclamizzato. Invece, a parte alcuni tuberi e  semi di quinua (chinua) portati dalla Bolivia, di cibo e di come ottenerne di più, ma soprattutto farlo arrivare a tutti, praticamente non c’è traccia da nessuna parte.

I padiglioni di quasi tutti i maggiori paesi sono esteticamente attraenti, a cominciare da quello italiano,  ma dentro, la visita, consiste solo nelle visione di grandi filmati, anche ben fatti e interessanti, che sanno molto di  promozione, e qualche volta di propaganda,  ma  dicono abbastanza poco su cosa fare per “nutrire il pianeta”, in pratica dare da mangiare a chi non ce l’ha.

L’impressione, alla fine  di una giornata, è più quella di aver assistito ad un festival multimediale di geografia agricola e culinaria dei paesi, a volte con annessi ristoranti, che ad una esposizione

del meglio che si sta facendo nel mondo per nutrire il pianeta.  E’ completamente assente il soggetto principale: il cibo. Di cui c’è traccia solo nei ristoranti (ovviamente pagando).

La prima esposizione universale si tenne a Londra nel 1756, nel 1989 ce ne fu una Parigi e coincise con l’inaugurazione della Torre Eiffel. Fino ad oggi se ne sono susseguite tantissime, in media ogni due anni. La prossima, nel 2017, si terrà ad Astana nel Kazakistan (che a Milano ha un padiglione che chiama l’attenzione).

All’inizio non c’èra internet,  i viaggiatori internazionali quasi non esistevano (oggi sono più di un miliardo l’anno), il commercio internazionale era limitato e ogni paese portava il meglio delle sue produzioni, perché doveva farle conoscere.  Oggi  le cose sono radicalmente cambiate, e riempire i padiglioni  di proiezioni multimediali, che tra l’altro danno l’idea di un certa sufficienza  da parte degli stessi paesi presenti, da molto lavoro al settore,  ma sinceramente sfugge il senso di tanto sforzo economico ed organizzativo. Perché nessun imprenditore verrà a questi Expo per fare affari, avendo ben altre occasioni, come sono le fiere di settore.

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