"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Costo ed età delle pensioni italiane

Se è vero che la stragrande maggioranza delle 24 milioni circa di  pensioni italiane, di cui una su cinque di tipo assistenziale o indennitario, non supera i mille euro al mese (come testimonia l’importo medio annuale di poco superiore a 10 mila euro),  è altrettanto noto che la spesa pensionistica complessiva ha superato, nel 2009,  il 16 per cento del Pil (la ricchezza prodotta ogni anno da un paese), rappresentando  la quota più alta in Europa, dove la media della spesa pensionistica dei 27 Paesi dell’Unione è del 13 per cento,  e nell’area euro (17 Paesi) del 13,4 per cento.

Nel 1971  l’Italia spendeva per le pensioni solo l’8 per cento del Pil, che salivano al 14,4 per cento nel 2000, mentre i Paesi dell’euro si attestavano sul 12,5 per cento. Una spesa pensionistica più pesante del resto d’Europa non è quindi un fatto recente, ma ha una lunga storia e tante complicità, dei governi che si sono succeduti, ma anche delle sinistre e dei sindacati che hanno anteposto gli interessi di breve periodo degli inclusi, a quelli di lungo periodo dei conti pubblici e delle generazioni future.

Per avere una idea della corsa delle pensioni, che in parte è dipeso anche dall’invecchiamento della popolazione,  basta tenere presente due dati:  a. nel 1951 c’èrano, in Italia, 78 pensioni ogni mille residenti, che oggi sono diventate più di 400;  b. nel settembre 2011 gli occupati sono meno di 23 milioni, superati quindi dalle pensioni.

Lo stato  della spesa pensionistica italiana giustifica così la richiesta, contenuta nella lettera di   Trichet-Draghi, cioè del vertice della Banca centrale europea (Bce), di “ intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l’età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012”.  I toni possono non piacere, ma la realtà è incontestabile.

Nel 2009, secondo dati Ocse (l’Organizzazione che riunisce i paesi più sviluppati),  l’età effettiva di ritiro dal lavoro era, in Italia, di 61 anni per gli uomini e 59 scarsi per le donne, in Germania 62 e 60, in Svezia 66 e 64, negli Stati Uniti 65 per entrambi i generi.  Innalzamenti dell’età pensionabile a 67 anni sono previsti in Germania, Olanda, Danimarca, Islanda, Stati Uniti e Australia.

L’Italia, come si può leggere in un altro articolo di questo blog, ha una spesa sociale in linea con l’Europa, ma destinando più risorse per pagare le pensioni,  ne restano meno per la famiglia, gli asili, la disoccupazione, le politiche per il lavoro, ecc.  Un punto di Pil corrisponde a 1,5 miliardi di euro e i tre in più della media europea fanno 4,5 miliardi di euro.  Liberare risorse, visto che non si possono più fare debiti, rappresenta pertanto la premessa per  finanziare altre politiche sociali e per il lavoro.

Ma sullo sfondo rimane comunque il tema della ripresa della crescita economica, perché se la torta non cresce tutto diventerà più complicato e la guerra per accaparrarsi (o difendere) la propria fetta renderà difficile qualsiasi riforma.

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