"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

dicembre: 2017
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Competitività fa rima con talenti

Scrive “The Global Talent Index Report: The Outlook to 2015” (Rapporto sull’Indice Globale del Talento: prospettive per il 2015)  che il “talento rimane una componente importante della competitività di lungo periodo dei Paesi e delle imprese. Come sviluppare, attrarre e ritenere i talenti dovrebbe costituire la priorità nell’agenda degli attori politici ed economici  che guardano al futuro”.

In questa speciale classifica, che costituisce la sintesi di diverse categorie (gruppi) di indicatori, gli Stati Uniti ed i Paesi nordici (Danimarca, Svezia, Finlandia, ecc.) sono e prevedibilmente rimarranno ai primi posti anche nel 2015.

Nel resto d’Europa,  la Francia e la Germania guadagneranno posizioni (ma resteranno dietro a Canada, Singapore e Australia),  l’Italia manterrà il suo 23mo posto,  su un totale di 60 paesi presi in considerazione, mentre Spagna e Regno Unito perderanno qualcosa, ma resteranno sempre davanti al nostro paese.

Quali sono le principali debolezze dell’Italia ?  Innanzitutto l’invecchiamento della popolazione (solo in questo caso la Germania è messa peggio, e dopo di noi c’è  il Giappone),  poi ci sono le minori spese in rapporto al pil per la formazione universitaria, con l’aggiunta di uno scarso numero dei laureati e di  poche Università nazionali presenti nella lista delle migliori 500 del mondo. Il risultato di queste carenze è un punteggio, per la formazione superiore-universitaria, che è quasi la metà di quello USA (82 contro 42).

Punteggio basso anche per la qualità della forza lavoro italiana, indicatore che mette insieme le spese per la ricerca, la formazione, le conoscenze tecniche e linguistiche. Anche in questo caso siamo molto distanti dal primo, costituito sempre dagli Stati Uniti (89 punti loro e 52 noi) e ancora di più da Danimarca e Finlandia, che in questa rubrica ottengono un punteggio perfino superiore a quello americano.

Non va meglio per la creazione di un contesto favorevole e  accogliente per i talenti, un indice che considera le leggi sul lavoro, la valorizzazione del merito e il rispetto della proprietà fisica e intellettuale. Qui gli americani ottengono il punteggio massimo (100) e l’Italia si ferma molto prima (62 punti).

Infine, una sorta di sintesi  generale, si riferisce alla capacità dell’Italia di attrarre talenti: per questo indicatore il punteggio per il nostro paese è41, asorpresa meglio di Danimarca e Finlandia, ma dietro tutti gli altri (escluso il Giappone), a cominciare dai soliti Stati Uniti, di nuovo al vertice con 72 punti, mentre la Germania ottiene 51 punti.

Questo spiega tante cose: gli oltre 10 mila cervelli in fuga dall’Italia tra il 1997 e il 2010 (Forum Giovani/Cnel),  i 50 mila tedeschi presenti nella Silicon Valley (USA), le 500 start up messe in piedi da francesi nell’area di San Francisco Bay (USA), il maggior numero di nuove imprese americane classificate a forti potenzialità di crescita (19 per cento) rispetto all’Europa (4 per cento).

Spiega anche la fuga di tanti giovani da Rimini (in media oltre 120 l’anno dopo il 2007), diretti soprattutto nei paesi europei più dinamici e attenti alla valorizzazione del merito,  ma anche negli  Stati Uniti e in Sudamerica (Argentina e Brasile).

E non gli si può dare torto visto la bassa e in ulteriore discesa della capacità di assorbire i laureati del sistema economico locale, ridotta, nel 2012, all’8 per cento delle nuove assunzioni non stagionali, contro il 15 per cento della media dell’Emilia Romagna e  nazionale.

Sarà anche per questo che diminuiscono (più del 10 per cento nell’ultimo anno) i diplomati delle nostre scuole che si iscrivono all’università.

Un problema vecchio, che dirigenti politici, pubblici e privati, si ostinano a non voler prendere in considerazione, sperando che le soluzioni arrivino da sole. Ma se i talenti e le risorse umane più intraprendenti  scappano c’è ben poco futuro per questo territorio.

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