"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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Come  è difficile fare impresa in Italia

Se il mondo è diventato globale, con tutte le opportunità e i rischi che ne derivano, sarà bene non perdere di vista il posizionamento dell’Italia, messa a confronto con il resto del mondo (189 paesi), con cui dobbiamo confrontarci e competere. Un’occasione per fare un ripasso, da non dimenticare in fretta,  ce la offre l’annuale rapporto della Banca Mondiale, Fare Impresa 2015 (Doing Business 2015), arrivato alla dodicesima edizione.

Per cominciare, sfogliando il rapporto, non è piacevole scoprire che nella classifica sulla facilità di fare impresa l’Italia è al 56mo posto, dopo la Turchia e prima della Bielorussia. Al primo posto c’è Singapore, gli Stati Uniti sono  al 7mo, il Regno Unito subito dopo, mentre la Germania occupa la 14ma posizione, la Francia la 31ma e la Spagna la 33ma.   Ci si può consolare scoprendo che nel 2012 eravamo all’87mo posto, quindi siamo indietro, ma stiamo recuperando.

Ma è sulle singole aree, che poi conducono alla graduatoria finale di cui sopra, dove tutti (governo nazionale e locale, gestori di servizi essenziali, ecc.) dovrebbero prestare attenzione.

Per avviare un’impresa in Germania di vogliono più pratiche e giorni che in Italia, ma da noi il costo è quasi doppio.

Per ritirare un permesso di costruzione in Italia sono richiesti 233 giorni, quando nel Regno Unito ce ne vogliono 105 e a Singapore addirittura 26 giorni.

Non parliamo poi delle connessioni alla rete elettrica: in Italia sono richiesti quattro mesi (come in Gran Bretagna), con costi stratosferici che non temono confronti (e qui non c’entrano le tariffe elettriche).

Le tasse sui profitti non solo sono, con la Francia, le più elevate (il 65%), ventuno punti percentuali più degli USA e sedici sopra la Germania, ma richiedono una quantità di ore per assolverle superiore a tutti gli altri paesi (più di undici giorni, quando nel Regno Unito ce ne vogliono meno di cinque e  in America sette giorni). Regole astruse e burocrazia fanno la differenza, con lo svantaggio che anche l’evasione fiscale è la più alta.

Va un po’ meglio con le pratiche e i costi collegati all’internazionalizzazione della nostra economia, l’unica che in questo momento ci tiene in piedi, ma restano le giornate richieste (che sono costi anche questi), diciannove, tra il doppio e il triplo degli altri.

Per ultimo c’è il tasto dolente del tempo necessario per risolvere eventuali dispute contrattuali: in Italia si superano i tre anni, contro poco più di un anno dei paesi più competitivi. Cioè il triplo del tempo. Ovviamente così lievitano anche i costi.

Infine siamo anche il paese dove dalle insolvenze i creditori recuperano meno: 63 % del dovuto, a fronte dell’ottanta, novanta per cento degli altri.

Questo elenco, per brevità ridotto agli indicatori essenziali, dimostra che per recuperare competitività è necessario agire contemporaneamente su più fronti, a cominciare dove i ritardi sono più vistosi, e non basta mettere in campo singoli provvedimenti (vedi le  riforme del lavoro) se non sono  inserite in un contesto progettuale più ampio.   Orizzonte che dovrebbe valere per  il Governo nazionale, ma anche per quelli regionali e locali (a Rimini protocolli per la semplificazione burocratica, ecc., ne sono stati firmati tanti, ma con scarsi risultati).

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