"Chi non spera l’insperabile non lo scoprirà, poiché è chiuso alla ricerca, e a esso non porta nessuna strada"
ERACLITO (535-470 a.C)

settembre: 2017
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Chi promuove il lavoro ?

Ci sono giovani preparati che sempre  più numerosi abbandonano l’Italia (quattro-cinque mila l’anno), compreso l’Emilia Romagna. Dall’ultima crisi anche Rimini è entrata in questa spirale. Il motivo purtroppo è sempre lo stesso ed ha un nome solo: mancanza di opportunità per poter aspirare ad un buon lavoro, fare ricerca e volendo carriera,  con  i propri meriti  e non per le raccomandazioni. Con una aggiunta però, almeno per quanto riguarda questo territorio:  per un segmento del mondo del lavoro, in particolare i giovani e le donne, il deficit di opportunità non è recente, ma precede la crisi stessa, che lo ha solo aggravato.

Passare qualche anno all’estero è senz’altro una esperienza formativa e professionale auspicabile e positiva, se però fosse previsto, e reso possibile, il ritorno. Purtroppo spesso è un viaggio a senso unico e quasi sempre sono i migliori a non tornare.  A parte i costi sociali, per il paese e la città di origine la perdita più grande è rappresentata dal capitale umano (per formare un ingegnere il sistema formativo spende complessivamente diverse centinaia di migliaia di euro) e dalla rinuncia ad un aumento di produttività del sistema economico, cosa che accade quando vengono assunti più laureati.

E’ vero,  il problema della disoccupazione giovanile tocca tutti i paesi sviluppati (nell’area Ocse è salita dal 14 per cento di prima della crisi al 17 per cento d’inizio 2011), ma in Italia e a Rimini i tassi sono ben peggiori: con 23 giovani senza lavoro su cento di Rimini e 28 dell’Italia,  siamo al quarto posto per gravità del fenomeno al  mondo, dopo Sud Africa, Spagna e Irlanda. In Germania, che ha vissuto la crisi come gli altri, i giovani disoccupati  sono appena il dieci per cento. Un così alto numero di giovani lasciato fuori dal lavoro e spesso dalla formazione (i famosi Neets, acronimo inglese per dire senza lavoro e senza educazione, che sono circa 17 milioni in tutti i paesi sviluppati) se diventerà cronico produrrà cicatrici profonde in termini di  autostima, bassi salari, difficoltà  a costruirsi una carriera lavorativa, maggiore probabilità di restare per lunghi periodi senza lavoro.

Come uscire da questo stato ?  Con politiche di sviluppo, che vuol dire rilancio della domanda e delle opportunità,  in sede nazionale e  locale.  Ma, per restare in provincia di Rimini, chi deve prendere l’iniziativa ?  In sostanza, un giovane senza lavoro a chi dovrebbe guardare per avere una indicazione e una speranza ?  Al momento non ci sono candidature,  dopo che anche il neo Assessore al lavoro del Comune capoluogo ha dichiarato, a questo giornale, che sul lavoro non ha competenza. Così un tema tanto importante per il presente e il futuro di tante persone non ha un referente, né sul versante pubblico, né su quello privato. Una situazione invero imbarazzante per chi è chiamato a governare e promuovere lo sviluppo locale.

Ha scritto di recente Ulrich Beck, sociologo alla London School of Economics: “Se la speranza della gioventù europea viene sacrificata alla crisi dell’euro, quale futuro rimane a un’Europa che diventa sempre più vecchia ?”.  La domanda vale anche per Rimini.  Qualcuno provi  a rispondere.

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